La
crisi economica italiana
Gli ultimi dati sull’economia del nostro
Paese sono a dir poco sconfortanti: oramai il
PIL viaggia intorno allo zero e il rapporto
deficit/PIL rischia a questo
punto di superare il 4% nel 2005. Purtroppo
non è una notizia “nuova”,
lo sapevamo benissimo che eravamo in crisi.
Lo sapevano soprattutto i milioni di italiani
che vivono di lavoro dipendente insieme alle
loro relative famiglie.
La società italiana, per usare una dizione
sociologica in voga negli anni Ottanta, è
una “società dei due terzi”,
ma con una sola differenza rispetto a venti
anni fa: mentre allora era un terzo della società
che era esclusa dal benessere oggi è
soltanto un terzo della popolazione che continua
ad essere ricca. Infatti e soprattutto la classe
media, o se volete piccolo borghese, che è
in gravi difficoltà (i poveri, poi, sono
completamente alla deriva). Personalmente sono
d’accordo, e lo vado dicendo da tempo,
con chi sostiene che la nostra crisi
economica è lo specchio di una
crisi culturale, sociale e politica del nostro
Paese. Insomma, non c’è da stare
allegri.
È assolutamente certo che il governo
in carica ha sprecato ben quattro anni in cui
abbiamo visto la situazione progressivamente
peggiorare, dove le uniche pseudomedicine sono
stati i condoni una tantum e soprattutto la
finanza creativa del “creativo
Tremonti”, mentre si continua
a non mettere mano alle riforme strutturali
di cui abbiamo bisogno.
Nel nostro piccolo, anche noi abbiamo potuto
vedere come lo Stato Italiano
sia inadempiente persino con i poveri e i derelitti
della terra, avendo milioni di euro di debito
nei confronti delle ONG che, nonostante tutto,
continuano a portare avanti progetti di sviluppo
nei Paesi più poveri del mondo.
È urgente un cambio non solo nella politica
economica ma soprattutto nella “Politica”
sia a destra che a sinistra. E’ urgente
una presa di coscienza di chi ha responsabilità
sulla collettività di lavorare per il
bene comune evitando di strumentalizzare la
politica per fini personali.
È tempo di analisi serie e di provvedimenti
concreti lasciando stare “spiagge e ponti”:
a buon intenditor poche parole.
Nella prossima puntata dell’Opinione
affronterò più in dettaglio lo
spinoso (ed effettivamente complesso) tema delle
risorse finanziarie, ma intanto
mi permetto di avanzare una modesta proposta:
andiamo a votare prima possibile ed evitiamo
una lunga, estenuante e costosa (per tutti noi)
campagna elettorale.
La lezione tedesca e pane e cicoria
di Rutelli
Faccio questa aggiunta alla
precedente opinione mentre
mi trovo a Berlino. Il Cancelliere Schröder
sconfitto, per l’ennesima volta, alle
elezioni regionali (Renania-Westfalia) ha deciso
di andare alle elezioni anticipate a ottobre
per cercare subito chiarezza e vedere se i tedeschi
sono dalla parte del suo programma o meno. Insomma,
proprio il contrario di quello che succede in
Italia dove il tirare a campare è la
regola aurea: mai andare alle elezioni rischiando
di perdere le proprie “poltrone”.
Il bene comune, in questo caso l’economia
di un Paese, non ha nessuna importanza. E infatti
le agenzie di stampa mi raggiungono anche qui
e mi dicono che oramai l’Italia arriverà
addirittura al 4,4% del rapporto deficit/PIL
nel 2005 e che l’OCSE ha dichiarato che
siamo in piena recessione.
Come vedete è proprio vero il detto popolare
che al peggio non c’è mai fine.
Appena la settimana scorsa ho affermato delle
cose cercando di far capire la drammaticità
del momento ma queste notizie sono ancor più
tragiche.
Per fortuna che poi ci fa sorridere il buon
Francesco Rutelli il quale,
scopriamo, ha una dieta che lo mantiene in piena
forma, basata su “pane e cicoria”.
Purtroppo non ci dice se usa il pane senza sale
di Terni o quello più saporito di Genzano
e se la cicoria la preferisce all’agro
o ripassata in padella. Per coloro che non sono
di Roma dovete sapere che la cicoria romana
è un contorno prelibato, secondo solo
alle puntarelle in salsa di alici e ai carciofi.
Comunque, mi viene difficile pensare a lui e
alla Palombelli (sua moglie) a mangiare per
tre anni di seguito pane e cicoria per costruire
l’Ulivo: anzi, non me
ne voglia il buon Francesco, ma nei Paesi a
sistema bipolare dopo una sconfitta ci si ritira
dalla scena politica (nel 2001 le prese di santa
ragione da Berlusconi, che evidentemente è
più piacione di .lui). Ma mi rendo conto
che chiedere questo a un politico italiano è
come voler far crescere l’erba voglio
nel proprio giardino.
Antonio Raimondi
Presidente del VIS