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Globalizzazione è libertà religiosa


La “Globalizzazione” è oggi un dato di fatto irreversibile che tocca la nostra vita quotidiana.

La Globalizzazione non è solo quella economica e finanziaria delle Multinazionali, anche se questo aspetto è davvero massiccio per le sue ricadute su intere società e culture, ma tocca tutti gli aspetti delle vita umana come la comunicazione, i costumi, le relazioni politiche e sociali, l’ambiente ed il clima ecc..

Non c’è più alcuna situazione o scelta locale che non sia influenzata in qualche maniera da “logiche globali”.

Ma questo “villaggio globale” è fatto anche di tribù, etnie, popoli, culture, religioni molto diverse tra di loro. Gli abitanti delle singole capanne sembrano avere paura dei “vicini”, e si organizzano per la “resistenza” e l’attacco. Le civiltà, invece di incontrarsi e scambiarsi le reciproche ricchezze, sembrano destinate più allo scontro perpetuo.

Allora come affrontare la globalizzazione? Come evitare gli scontri? Come facilitare, invece, i commerci? Come far sì che l’humus del pianeta sia positivo e pacifico? E ancora: vogliamo davvero la pace, la convivenza, la reciprocità, la democrazia?

Per affrontare la matassa ingarbugliata della globalizzazione, tutte le Istituzioni sovranazionali sia politiche e governative ( pensiamo alle Nazioni Unite, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Unione Europea e tutte le altre agenzie multilaterali) che quelle private ed imprenditoriali hanno coniato uno slogan comune: “Noi siamo apolitici e areligiosi!”.

Ma la politica non è forse “l’organizzazione della Polis” come ci ha spiegato Aristotele? E la religione non è una dimensione fondamentale dell’essere umano? La logica è molto semplice: la globalizzazione (meglio la multiculturalità che gli sta dietro) è difficile da governare, allora si passa all’omologazione generalizzata. Ovviamente, il modello da seguire è il “laicismo occidentale”, dove tutto deve essere “A”, cioè asettico e fintamente neutrale, così il “mercato” e le sue strutture non sono toccate e messe in pericolo.

Quella “A” che sembra così neutrale è invece un “anti”: antipolitico e antireligioso. Sì, perché la politica, se si comporta bene, potrebbe anche perseguire la giustizia, e la dimensione spirituale e religiosa potrebbe perseguire la verità sulle cose e sugli uomini.

Ma allora i diritti umani, noi occidentali che ne siamo i paladini, dove li mettiamo? Per non parlare della democrazia (che oggi vogliamo esportare in tutto il mondo anche con la forza) che è proprio la capacità di far convivere le differenze.

Infatti, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo le libertà sancite sono proprio quelle della libera opinione, dell’espressione, della fede religiosa.

Nella Cooperazione Internazionale si deve fare i conti, in ogni momento, con questa realtà della globalizzazione, che però rischia di non essere una grande opportunità di sviluppo a partire dalle libertà di ogni cultura e civiltà di avere una propria religiosità, ma come un “grande fratello” che tutto vuole omologare in un disegno di azzeramento di tutte le diversità. Non rispettare le diversità è una violazione esplicita, e molto pericolosa, dei diritti umani.

La Cooperazione allo sviluppo si trova oggi di fronte ad una nuova e più subdola forma di neocolonialismo.

Post scriptum: questa è l’ultima opinione che apparirà, da Presidente, sul sito volint. Infatti, dopo più di quattordici anni, lascerò, il prossimo 22 aprile la Presidenza del VIS a forze più giovani e fresche. Avrò altri ruoli che definiremo insieme con la nuova dirigenza. Vi ringrazio per avermi letto e a volte anche commentato.

Da parte mia un invito a non “mollare mai”: il mondo ha bisogno di protagonisti attivi che credono nella giustizia sociale e nella vera democrazia.

Antonio Raimondi



 
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