armenia_map.gif (11103 byte)C'era due volte: Armenia

a cura di Fulvio Scaglione

C’è sempre un armeno dislocato altrove. Ci hanno pensato le ricorrenti invasioni romane, bizantine, persiane, arabe e soprattutto lo sterminio operato dai turchi nel 1915, una shoah orientale in cui furono razionalmente eliminati quasi 2 milioni di armeni sui 7 totali. Dopo l’indipendenza, arrivata non inattesa nel 1991, le due metà del popolo d’Armenia hanno provato a ricongiungersi ed è scoccata qualche scintilla. Quelli di qui chiamano quelli di là akhpar. Che vuol dire fratello ma più ancora fratellastro. E soprattutto lo dice in armeno orientale, nella lingua di quella parte d’Armenia che da molto tempo, ormai, è Turchia, e che presenta tante differenze rispetto all’armeno occidentale, l’armeno parlato nell’Armenia com’è oggi.

Gli akhpar sono gli armeni della diaspora, quasi 6 milioni di persone sparse tra Russia, Usa ed Europa, con grosse comunità in diversi Paesi del Medio Oriente, Iran e Libano soprattutto. Sono tornati sempre carichi di buone intenzioni: molti hanno lasciato vite agiate e tranquille e sono sbarcati qui all’inizio degli anni Novanta, quando ancora si combatteva con l’Azerbaigian per il Nagorno Karabach e l’energia elettrica e il riscaldamento venivano erogati per due ore al giorno. E sono tornati spesso carichi anche di quattrini, perché nel mondo degli affari e delle professioni gli armeni hanno sempre saputo farsi onore. Nella capitale Erevan costruiscono alberghi e condomini, aprono ristoranti, investono, intraprendono. Per non parlare delle rimesse verso i parenti o della pura beneficenza: alla costruzione della nuova cattedrale, costata 10 milioni di dollari, una sola famiglia di armeni d’America, i Manukian di Detroit (finanzieri e operatori di Borsa) ha contribuito con 5 milioni. E’ giusto dire che l’economia dell’Armenia, dove il 45 per cento delle transazioni economiche nelle zone rurali avviene ancora sotto forma di baratto e la spesa delle famiglia va per il 75 per cento nei generi alimentari necessari giorno per giorno, oggi sta in piedi in buona parte grazie agli interventi degli akhpar.

Il che va bene, anzi benissimo. Ma provoca qualche frizione con gli armeni che sono rimasti qui. Intanto perché su questi 70 anni di comunismo non sono passati invano. Hanno lasciato una certa abitudine ad attendere che lo Stato, il partito, comunque qualcun altro, intervenga e risolva il problema di turno. Il che non aiuta nei rapporti con coloro che sono cresciuti, hanno studiato e si sono affermati in Paesi magari di etica protestante. Un esempio: a Gumrì, la seconda città del Paese, assai vicina all’epicentro del terribile terremoto del 1988, doveva essere inaugurato un monumento a Charles Aznavour, il cantante francese di origine armena che si prodigò per finanziare i soccorsi. Il monumento è lì, ma ancora avvolto nella tela: l’inaugurazione tarda perché Aznavour è polemico sui risultati dei soccorsi.

Il periodo sovietico, soprattutto, ha lasciato un Paese disastrato. Le industrie pesanti di Gumrì sono tutte ferme. La pianificazione di Mosca aveva assegnato all’Armenia il compito di produrre gran parte dei pneumatici sovietici. Finita l’Urss, la richiesta di gomme armene è svanita come neve al sole. A Gumrì funziona solo la fabbrica di lampadine, che infatti si trovano in gran quantità su tutti i mercatini di paese. La miseria sta formando con l’emigrazione una nuova diaspora. Gli adulti di poca istruzione e scarsa qualifica professionale vanno in Russia. I giovani che hanno studiato in America.

Il Katholikos, ovvero il patriarca della Chiesa apostolica d’Armenia (giova ricordare che la cristianizzazione di questo Paese è la più antica del mondo: la realizzò san Gregorio l’Illuminatore nel 301) oggi si chiama Karekin II e non mangia solo pollo, come diceva Osip Mandel’stam, perché può mangiare ciò che vuole. Risiede a Echmjadzin, il Vaticano armeno. Nel Consiglio spirituale che lo assiste ci sono anche, da secoli, quattro laici. Da un anno sono diventati cinque: uno è stato aggiunto per rappresentare gli armeni della diaspora. Gli akhpar, appunto.

 

Brano da un libro di Osip Mandel’stam

"…Ricevetti la mia prima lezione di armeno da una ragazza che si chiamava Margo Vartanjan. Suo padre era un importante armeno che viveva all’estero…e, come mi parve di capire, era il console dei circoli borghesi che simpatizzavano con l’edificazione sovietica da posizione nazionaliste. All’inizio della sovietizzazione era stato commissario a Echmjadzin. Stando ai racconti di Margo, l’ultimo Katholikos si cibava unicamente di pollo. Di sacerdoti, ricchi e governanti Margo parlava con il candido terrore di una collegiale. Nella casa modello della Vartanjan il bollitore elettrico e l’infuso di foglie di rosa vivevano a stretto contatto con l’istruzione komsomoliana. Perfino la tubercolosi, che non aveva potuto finire di curare in Svizzera, la povera Margo l’aveva arrestata con la polvere delle strade di Erevan: "Non puoi morire qui a casa!".

Da "Viaggio in Armenia" di Osip Mandel’stam (Adelphi, 1988). Il libro, rimasto a lungo inedito ed apparso per la prima volta negli Usa nel 1971, è il resoconto di un viaggio che Mandel’stam, uno dei più grandi poeti russi d’inizio secolo, compì in Armenia nel 1930. Fu l’ultimo viaggio di Mandel’stam da uomo libero. Già "scomunicato" per le sue tendenze poetiche, fu presto arrestato e scomparve in un Gulag, forse nel 1939.

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