frutocacao2 (2).jpg (364114 byte)Cacahoatl

a cura di Marinella Fasanella

Gli Aztechi ritenevano che se una sostanza, oltre a provocare piacere, è anche capace di prolungarlo, deve per forza venire dal Paradiso. E’ per questo che chiamavano il cacao, cibo degli dei, nutriente, fortificante e in più afrodisiaco. Non lo coltivavano loro, bensì gli assoggettati Maya, sicuramente i primi a coltivare la pianta del cacahoquahuitl. Preparavano bevande segrete con il cacao in grado di produrre lo stordimento dei sensi e la dimensione mistica, ma delle tecniche che utilizzavano queste popolazioni dell’America Centrale, si sa poco.

Sappiamo invece che Montezuma offrì ai conquistatori di Hernan Cortés, arrivati nel Tobasco (Golfo del Messico) nel 1519, una bevanda mistica, amara e speziata, chiamata xocolatl. La bevanda era ottenuta con semi tostati e macinati uniti a mais, chili, vaniglia e spezie. In realtà, più che dal gusto, Cortés era attratto dal fatto che quei semi, che per gli Aztechi provenivano direttamente dagli dei, erano utilizzati come moneta in tutte le province messicane e che queste pagavano i loro tributi a Montezuma proprio sotto forma di semi di cacao, particolare questo, troppo seducente per rimanere inosservato al conquistatore. Provate le sue qualità, Cortés decise di inviarne un carico all’imperatore Carlo V nel 1524: la Spagna da quel momento si appropria del monopolio del cacao. Ma non immediatamente. Quando il seme del cacao (cacahoatl) arriva sulle coste spagnole, il segreto della ricetta del nero "cibo degli dei"(questa è la traduzione del nome scientifico "theobroma" che fu dato alla pianta di cacao nel 1737) viene tenuto segreto e la leggenda narra che soltanto alcuni monasteri di Domenicani ne avevano l’esclusiva. Sempre di monopolio si trattava.

Siamo verso la fine del 1500. A quel tempo l’uso della bevanda, ma soprattutto la coltivazione della pianta erano diffusi in tutti i possedimenti spagnoli. In un perfetto clima che oggi chiameremmo di globalizzazione, commercianti spagnoli, olandesi, portoghesi esportano la coltivazione del cacao anche nel sud - est asiatico. Il rimedio di Montezuma si diffonde nel mondo intero. Nel frattempo si narra che sia stato un italiano a trafugare il segreto della "bevanda divina" da uno di quei monasteri, dando vita già ai primi del 1600 all’arte dei cioccolatieri in Italia. Inizialmente, la bevanda al cacao non era di gran gusto per gli Spagnoli, il segreto fu mescolarvi lo zucchero di canna che nel frattempo avevano trovato a Santo Domingo. Da quel momento e per oltre due secoli, in Europa le calde e gustose bevande saranno un privilegio solo delle corti e di famiglie benestanti. Verrà portato in Africa nella seconda metà del 1800 da missionari stranamente svizzeri, quando in Europa era già stato depositato il brevetto per la lavorazione del cacao in polvere. Qualche anno dopo, nel 1847, appare la prima tavoletta di cioccolato solido. Mescolando pasta di cacao, burro di cacao e zucchero, il cacao era diventato cioccolata. La rivoluzione industriale, come spesso accade, fece tutto il resto: nascono Van Houten nel 1815, Suchard nel 1826, Cadbury nel 1831. Peyrano, maestro cioccolataio di Torino, elabora un cioccolato particolare, unendo al cacao le nocciole piemontesi: è il 1852, anno di nascita del gianduiotto.

Montezuma forse esagerava, ma Casanova ne decantava ugualmente le doti e i Gesuiti ne erano golosissimi. Che fosse davvero il cibo degli dei? La spiegazione scientifica alle congetture azteche è arrivata qualche secolo dopo, grazie ad alcuni ricercatori, questi italiani, i quali hanno rilevato come, tra le oltre 120 sostanze di cui è composto il cioccolato, ve ne sono alcune che lo fanno agire da catalizzatore di alcune sostanze presenti nel nostro organismo. La ricerca afferma che agisce sulla produzione di endorfina, stimolando l’euforia e attenuando il dolore, sull’anandamide, un neutrasmettitore collegato anch’esso al benessere e all’euforia e che il nostro organismo metabolizza molto velocemente. Il cioccolato ritarderebbe proprio la dissoluzione dell’ananadamide, agendo da prolungatore del benessere. Infine agirebbe sulla serotonina, di cui sono noti gli effetti tranquillanti. Insomma la scienza avrebbe dato ragione alle credenze sciamaniche.

Da lì un credo, una filosofia, un arte con tanto di classifiche e degustatori pronti a riconoscere il cioccolatino con il più alto contenuto di cacao, o di patiti delle anonime e squisite tavolette con la percentuale di cacao del 100%, che si trovano in Venezuela o in Colombia al supermercato, cacahoatl puro. Il cacao è uno di quegli alberi che può vivere solo in alcune aree del mondo, in una particolare e ristretta fascia del globo: tra il 20° parallelo nord e il 20° sud di latitudine. Necessita di terreni profondi, di umidità elevata e costante, di poco vento, di una temperatura tra 24 e 28 gradi senza escursioni, di basse altitudini. Le foreste pluviali sono maestose e l’albero di cacao, che non raggiunge 5 metri di altezza, può essere considerato un albero da sottobosco. La storia della sua diffusione, dal Messico al Venezuela, ai Caraibi, al Brasile, a Sao Tome, alla Guinea al Camerun, alla Malesia a Papa Nuova Guinea, al Costa d’Avorio, è una storia antica e comune a quella di molti prodotti tropicali. È una storia fatta di colture intensive, di tassi di crescita di produzione impressionanti (dalle diecimila tonnellate di produzione nel 1830 alle 800mila del 1930, alle 1.528 mila del 1964) di tre grandi imprese transnazionali che ne controllano l’intero mercato mondiale (alcune di queste, la Nestlé, con la proprietà dalle piantagioni fino al prodotto finito). È la storia di quattro imprese transnazionali che controllano l’80% delle vendite dei prodotti derivati dal cacao (Nestlé, Philip Morris, Mars e Ferrero) ed è infine, la storia dei bambini schiavi del cacao che lavorano nelle piantagioni, a volte trasferiti a forza.

Ed è anche la storia della nave fantasma che si aggirava nel Golfo di Guinea, sembra carica di piccoli lavoratori del cacao, appena la primavera scorsa, di cui tutti sapevano. Dal 1998 al 2000 il prezzo del cacao si è dimezzato, da 1550 a 550 sterline alla tonnellata. E non solo! Appena un anno fa, a marzo del 2000, il Parlamento Europeo approva una direttiva, la 2000/36/CE: autorizza la sostituzione del burro di cacao con grassi di origine vegetale nella cioccolata, fino al 5% del peso del prodotto finale. È una decisione importante: infatti nel caso del cioccolato al latte, il burro di cacao costituisce il 30% del peso di una tavoletta, e il 70% del peso nel caso di una di cioccolato fondente. Le industrie dolciarie, quelle tre grandi di cui si parlava, vengono autorizzate a ridurre fino a 1/6 l’uso del burro di cacao. Il risultato? I produttori locali, che avevano avuto il "diritto" a cedere i loro raccolti alle imprese transnazionali a prezzi irrisori rispetto ai profitti che queste poi realizzavano nei nostri mercati, si vedevano ridotte quelle quote di mercato: l’antico e magico burro di cacao sarebbe stati sostituito con non identificati oli vari vegetali e surrogati di ignota provenienza, ancora più economici. La cioccolata, inutile dirlo, non è più la stessa. Insomma una storia come tante. Chissà cosa avrebbe detto Montezuma di quei colleghi moderni e modernizzati che hanno pensato di votare contro l’ultimo tentativo di bloccare la direttiva, l’emendamento che ne avrebbe significato la bocciatura.*

 

* Si ringraziano TransFair Italia e Tatjana Bassanese. A quest’ultima, in particolare un sincero ringraziamento per i dati e le informazioni contenuti nella sua pubblicazione Cacao, così dolce così amaro 2001 EMI Edizioni.

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