diamanti2.jpg (72261 byte)La guerra nel paese dell'oro e dei diamanti

di Jean Léonard Touadi

"Niente sangue sul mio gsm" è il logo di una campagna lanciata da 16 organismi non governativi in Belgio per chiedere una commissione d’inchiesta parlamentare sul coinvolgimento delle società belghe nel saccheggio delle ricchezze del Congo Democratico (ex-Zaire). Che c’entra il gsm con la guerra in Congo?

La campagna belga prende spunto dalla pubblicazione di un rapporto dell’ONU, reso noto il 16 aprile scorso sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali del paese africano considerato uno "scandalo geologico". Paese tra i più ricchi del mondo, il Congo dispone di un potenziale agricolo considerevole (caffè, tabacco, tè, olio di palma). Inoltre, ricche e diversificate sono le risorse minerali che hanno attratto fino dalla seconda metà dell’ottocento gli appetiti occidentali sul suo territorio. Dalle spedizioni del re Leopoldo II di Belgio alla spartizione decisa alla Conferenza di Berlino nel 1885; dalle tormentate vicende della sua indipendenza con la secessione della zona mineraria del Katanga (oggi Shaba) alle tragedie odierne, la storia del Congo è una lunga sequenza di violenze subite dalle sue popolazioni da parte dei predatori stranieri e/o locali.

Il rapporto consegnato al segretario delle Nazioni unite da un gruppo di esperti guidati dall’economista ivoriana Safiatou Ba N’Daw è una valutazione precisa dei prodotti oggetto del saccheggio; traccia un preciso identikit dei promotori-beneficiari dell’esportazione illegale delle risorse del Congo e indica le rotte seguite dalle miniere ai fiorenti mercati europei. Ed è proprio in Europa (Russia compresa), in Canada e negli Stati Uniti che giungono i minerali insanguinati. Quelli classici abbastanza noti dai consumatori (oro, diamanti, legname…) ma anche un prodotto nuovo, il coltan (colombo-tantalite) che è un minerale rarissimo (ma abbondante in Rd Congo) ed estremamente ricercato dalla "New economy". Il coltan è utilizzato per la produzione dei componenti di apparecchiature aeronautiche ed elettroniche, come videogiochi o telefonini.

Tra 1998 e 1999, circa 1.500 tonnellate del prezioso minerale sono state estratte –persino dal Parco Nazionale di Kahuzi-Biega e nella riserva naturale di Okapi- ed esportate utilizzando normali voli di linea come quella della compagnia di bandiera belga Sabena che, secondo il rapporto, avrebbe trasportato coltan da Kigali (capitale del Ruanda) verso l’Europa. Un coinvolgimento della Sabena che ha fatto infuriare gli istituti missionari saveriani e comboniani presenti in Congo: "Come clienti della vostra compagnia e testimoni dei danni immensi che lo sfruttamento illegale delle risorse naturali causa al popolo congolese, non vorremmo diventare complici, anche se solo indirettamente di questa grave ingiustizia. Vi preghiamo di spiegarci i fatti: se ciò è falso ditelo; se fosse vero, vi invitiamo ad interrompere immediatamente tale attività".

Al di là del coinvolgimento della Sabena, sono gli stati che sono indicati come la cupola organizzatrice di questo saccheggio: Ruanda ed Uganda attraverso la presenza dei loro soldati e tramite l’appoggio dato ai ribelli loro alleati. Il rapporto indica la società "Rwanda Metals" (con le sue consociate Gands Lacs Metals e il gruppo Tristar), controllata dall’Esercito patriottico ruandese al potere a Kigali di essere il crocevia commerciale di tutti i traffici illegali di minerali dal Congo. Le statistiche indicano una forte crescita delle esportazioni ruandesi di minerali dal 1997, data dell’arrivo dell’esercito ruandese sul territorio congolese. È aumentata l’esportazione dell’oro; idem per il coltan che non superava le 54 t nel 1995 (Il Ruanda esportava modiche quantità di coltan estratte dal suo territorio) e, che nel 1998, ha raggiunto 224 t.

Sempre il Ruanda, che non possiede miniere di diamanti, ha esportato 30.000 carati nel 2000 per un valore finanziario di 2 milioni di dollari. Anche l’Uganda ha gustato i frutti avvelenati della guerra aumentando le sue esportazioni d’oro dalle 3 tonnellate del 1995 alle 10 tonnellate del 2001, senza avere un solo giacimento d’oro sul suo territorio. Kampala, capitale dell’Uganda, ha venduto nel 1999 70 tonnellate di coltan contro appena 2,5 t nel 1997. L’esportazione di diamanti si è decuplicata nel giro di due anni fino a raggiungere un valore finanziario di 1,8 milioni di dollari. Stessa impennata hanno subito le esportazioni del caffè, del legname o della cassiterite (minerale del gruppo degli ossidi, da cui si estrae lo stagno).

Gli esperti dell’ONU sottolineano il fatto che la guerra si "autoalimenta" e citano il caso del governo ruandese che con le spese pubbliche destinate alla difesa non supera ufficialmente il 3% del bilancio dello stato ma che spende per mantenere le sue truppe nel Congo circa 50 milioni di dollari l’anno. Chi paga la differenza? L’esercito stesso provvede a ricavare dal terreno di guerre le risorse per proseguire i combattimenti. Una società di compravendita di diamanti di Kisangani, nel nord-est del Congo, versa mensilmente 200.000 dollari alle forze di occupazione (Esercito patriottico ruandese e RCD) per un giro d’affari di 4 milioni di dollari al mese.

Un’indagine del settimanale francese "Jeune Afrique L’Intelligent (n° 2109, giugno 2001) " realizzato da Jean-Dominique Geslin descrive in questo modo il sistema: "La guerra ha favorito il saccheggio su larga scala del paese…almeno durante i primi mesi del conflitto. Con il passare del tempo, la crisi congolese ha portato ad un radicamento durevole delle forze in campo; sia le truppe nemiche di Kinshasa (Ruanda, Uganda e Burundi) sia le forze governative e i loro alleati. Questo radicamento ha modificato sostanzialmente i comportamenti rispetto alle ricchezze del paese: da predatori, certi belligeranti si sono riciclati in sfruttatori. Anziché distruggere il tessuto economico locale, hanno trasformato la loro presenza sul territorio congolese in una vera rendita di posizione organizzando lo sfruttamento sistematico delle materie prime a proprio beneficio. Ecco perché gli esperti sottolineano il legame tra sfruttamento del Congo e proseguimento dei combattimenti".

Le autorità ruandesi ed ugandesi hanno contestato i risultati del rapporto. Questi governi hanno stigmatizzato il carattere fazioso della commissione formata da quattro esperti francofoni su sei, quindi favorevole alle posizioni francesi a proposito della crisi dei Grandi Laghi. Il Ruanda ha dichiarato che il suo paese produceva coltan anche prima dell’inizio della guerra del Congo. Ma non dice niente dei diamanti assenti dal sottosuolo ruandese? Infine i due paesi accusati criticano il rapporto per non avere voluto indagare sui saccheggi compiuti dagli amici del governo congolese (Zimbabwe, Namibia ed Angola).Queste forze occupano le zone del rame e del cobalto nelle zone del Katanga e del Kasai-occidentale.Del resto, prima ancora di assumere il potere a Kinshasa Laurent Désiré Kabila aveva già firmato contratti d’oro con società americane dell’Arkansas (lo stato d’origine di Bill Clinton!) per lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della parte orientale del paese. E la politica della gestione allegra e poco trasparente dei contratti minerali è proseguito durante tutto il regime di Kabila alla faccia degli ideali di Lumumba da perpetuare. Il presidente Robert Mugabe e i suoi generali impegnati nella guerra in Congo si sono arricchiti con numerose e intricate partecipazioni azionarie in società che sfruttano le miniere del Katanga e del Kasai. Lo stesso della Namibia e dell’Angola.

Comunque sia, il Congo, secondo questo rapporto ufficiale, è diventato un supermercato agricolo e minerario dove tutti, al di là della lotta all’ultimo sangue, sono uniti nello sfruttamento sistematico delle sue risorse. È questo il vero motivo del prolungarsi del conflitto e del fallimento di tutti i tentativi di fermare la guerra.

La geopolitica del cinismo guidata, non da motivazioni ideologiche, ma da corposi interessi economici, locali e stranieri, ha trovato nella peculiarità geologica del Congo il suo laboratorio insanguinato. Interi pezzi di territorio sono sottratti all’autorità dello stato (debitamente fragilizzato!) e lasciati alle orde feroci e voraci degli eserciti. La popolazione, vittima della propria ricchezza, assiste e subisce il dramma di una spesa colossale effettuata sul suo sangue e sudore. I congolesi, almeno coloro che sopravviveranno alla mattanza in corso mediteranno a lungo il titolo di un libro famoso degli anni ’70: "Povertà ricchezza dei popoli".

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