copertina.jpg (10575 byte)Editoriale

di Renata Pisu

Dicono che dopo il crollo delle Twin Towers, il mondo non sarà più come prima. Dovremmo rallegrarcene, visto che il mondo così com’era, così com’è, non ci piaceva, non ci piace tanto. Ma dicono anche che sarà peggio di prima, non meglio. Così non ci rallegriamo. Siamo però convinti che mai come adesso sia necessario salire su di una simbolica piroga, remare lentamente, guardarsi intorno, osservare, cercare di capire il Sud del mondo. Questa è la proposta che facciamo nel primo numero della nostra rinnovata "Piroga", una rivista che è nata non tanto per interpretare il Sud ma, piuttosto, per dargli una voce. Questo Sud non è soltanto il luogo della miseria, della fame, delle catastrofi, insomma non è semplicemente un altro mondo: è anche il nostro mondo. Siamo tutti sulla stessa piroga.

Dicono che nel Ventunesimo secolo, dopo la tragedia di Manhattan, parole come solidarietà internazionale, sviluppo, interculturalità, dovranno scontrarsi con altre più antiche che speravamo veder bandite dal nostro vocabolario e che invece si stanno imponendo con la protervia di fantasmi redivivi: fondamentalismo, terrorismo, razzismo, guerra santa, crociata contro il nemico… Così, i cattivi sono da una parte, i buoni dall’altra, Noi contro di Loro, chiunque siano questi "loro". Ma proprio per non saper esattamente chi siano, c’è il rischio che tutti i poveri diventino Loro, perché i poveri sono "sporchi, brutti e cattivi".

Sono stata tante volte nel Sud del mondo, per raccontare di eccidi, di catastrofi, di guerre, di malattie, di fame. Sempre, ovunque, in Ruanda o in Kenia, in Cambogia come in Bangladesh, mi sono trovata immersa in realtà di vita, in situazioni estreme, delle quali avremmo dovuto parlare prima che degenerassero in Apocalissi perché non c’è catastrofe che non abbia radici, cause, spiegazioni. Non c’è catastrofe che prima non sia stata annunciata: oserei addirittura dire che non c’è catastrofe inevitabile, tutte potrebbero essere scongiurate. Non sono state scongiurate quelle alle quali abbiamo già assistito. Potrebbero esserlo quelle che si stanno oggi preparando nel silenzio, nell’indifferenza da parte del Nord del mondo che non ha tuttavia saputo evitare la sua catastrofe, pur avendone tutti mezzi?

Non ci definiamo Nord, lo so, perché siamo invece l’Occidente, cioè il mondo sviluppato, industrializzato, i G8, se vogliamo. Siamo anche gli anti G8, siamo caritatevoli e, allo stesso tempo, predatori perché il nostro modo di pensare è un grumo di contraddizioni. Soprattutto siamo sordi alle voci che si levano a Sud, ciechi davanti al fatto che c’è una quotidianità altra dalla nostra che vale la pena di conoscere. Viaggiamo, certo, ma siamo turisti: in realtà per pochi il viaggio è un impegno di conoscenza, per la maggioranza è una vacanza. Per pochissimi, invece, è una "missione". Mi riferisco a quegli uomini e quelle donne che ho incontrato sempre in prima linea sul fronte delle catastrofi ma che, nel Sud del mondo, sono presenti costantemente anche nella normalità senza eventi da "prima pagina", impegnati a avviare e seguire progetti di cooperazione e sviluppo in nome della solidarietà internazionale. Sono i volontari delle ONG, Organizzazioni Non Governative, alcune delle quali si sono unite per dare vita a questa pubblicazione che si propone di avvicinare ciò che è lontano, di far riflettere, di proporre immagini non legate agli stereotipi. Così pensiamo di coinvolgere, presentando testimonianze, inchieste, dossier su particolari problemi che sono e del Sud e nostri, tutti coloro che hanno voglia di essere condotti "in piroga" lungo le diversità etniche, sociali, culturali e religiose di un Sud che per un verso è sempre più legato al Nord, all’Occidente, al punto che si può parlare di interdipendenza, mentre per un altro verso appare estraneo, addirittura ostile a meno che non venga ridotto a caricatura, a esotismo spicciolo.

Dicono i volontari delle ONG che la loro esperienza "sul campo" è di emarginazione, di sofferenza fisica e psicologica, di miseria, di mancanza di prospettive. Se su "Piroga" si parlasse soltanto di queste realtà, ebbene, sarebbe una rivista cupa, insopportabile, anche se bisognerebbe avere il coraggio di sostenere il peso della verità. Ma, per fortuna, c’è anche la verità della forza d’animo di coloro che vivono nelle aree più diseredate del pianeta e hanno la voglia e la capacità di lottare, di superare le difficoltà, di affermarsi come corpi desideranti e spiriti pensanti, insomma come soggetti pieni di una storia che finora non è stata scritta da loro come, in genere, non sono loro a descriverci, in prima persona, i fatti della loro vita di tutti i giorni, le cronache dell’oggi. Lo faranno, comunque, sulle pagine di "Piroga" che li annovera tra i suoi fondamentali collaboratori assieme a decine di volontari della cooperazione " in missione", i nostri occhi e le nostre orecchie in terre lontane. Ripeto, siamo tutti sulla stessa piroga.

bullet-blue.gif (177 byte) Torna alla pagina principale