africa.gif (6404 byte)Un vertice per gli Stati Uniti d'Africa

di Jean Léonard Touadi

I capi di stato riuniti a Lusaka dal 5 all’8 luglio hanno tenuto a battesimo la nuova Unione Africana nata sulle ceneri della Organizzazione dell’Unità Africana (OUA). La spinta all’accelerazione dell’unità del continente propinata al vertice di Sirte in Libia dal colonnello Gheddafi ha dapprima suscitato un certo scetticismo nel resto del continente. In seguito, nel vertice annuale di Lomé in Togo dell’anno scorso, i dirigenti africani hanno aderito al progetto del colonnello con la speranza di apportare delle modifiche alla parola d’ordine visionaria ed irrealistica, almeno a breve scadenza, degli "stati uniti d’Africa" subito.

Fondamentale in questa rivisitazione del progetto iniziale l’adesione entusiasta di due giganti politici ed economici come il Sudafrica di Thabo Mbeki, profeta della "rinascita africana"; la Nigeria della transizione democratica guidata dall’ex generale Olusegun Obasanjo e, in una certa misura sostenuta dal presidente algerino Abdelaziz Bouteflika. Questi leader sono i principali promotori e sostenitori del MAP (Millennium Partnership for the African Ricovery Programme) per il rilancio continentale messa a punto proprio durante il vertice di Lusaka. È la prima volta che, sulla base di un’analisi lucida e senza compiacimenti, i paesi africani mettono a punto un programma complessivo (politico, culturale, sociale ed economico) per evitare al continente la marginalizzazione. Essa fa leva sulle risorse umane, di "good governance", di gestione efficiente e razionale dei finanziamenti, di stabilità politica dell’Africa che chiede agli altri non più carità ma partenariato; non più solidarietà ma equità nei rapporti economici.

Il vertice di Lusaka è stato quindi il punto d’arrivo di un’intensa attività diplomatica e di mediazione per giungere a creare un’Unione Africana che proceda a passi decisi ma ben calibrati verso la piena unione economica e politica. Un segretario generale di transizione è stato nominato nella persona dell’ex ministro degli esteri della Costa d’Avorio Essy Amara che avrà il compito di preparare e di presentare al prossimo vertice le linee guida di un piano d’azione graduale verso un raggruppamento vissuto da tutti come il treno dell’ultima speranza per il continente che, altrimenti, rischia la marginalizzazione. Il compito del nuovo segretario generale non è semplice perché:

Sono alcune delle questioni che il nuovo processo dovrà affrontare per non correre il rischio di nascere vecchia con le tare cioè di quella OUA che vorrebbe sostituire.

L’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nella solenne cornice di Addis Abeba, capitale simbolo di una nazione africana che ha sconfitto le truppe coloniali del generale Barattieri nel 1896. La nascita dell’OUA nel 1963 era un rito collettivo di celebrazione della libertà ritrovata e la prima pietra verso una piena integrazione. Ma, sin dall’inizio, la compattezza ideale dei leader africani deve fare i conti con le lacerazioni provocate dal riacutizzarsi della guerra fredda che spinse le nuove nazioni a schierarsi.

Ma l’OUA ha fallito nel compito di creare "Gli Stati Uniti d’Africa", leitmotiv ricorrente dell’ideologia panafricana e indipendentista. La Carta della neonata organizzazione sancisce la "intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione" rinunciando ipso facto a mettere mano ad una vasta operazione di ricomposizione territoriale per correggere il "patchwork" impazzito tracciato alla Conferenza di Berlino nel 1885. Il panafricanismo è rimasto lettera morta mentre l’opportunità di una nuova partenza storica doveva essere colta per impostare quanto meno una ricompattazione regionale in grado di conferire agli stati nascituri una statura accettabile sia dal punto di vista dell’omogeneità politica che della viabilità economica regionale. Ma di fatto essi falliscono nell’intento di costituire effettivi poli unificati di programmazione economica, di omogeneizzazione fiscale, di scambi culturali e scientifici e di libera circolazione dei beni e delle persone. Il principio della "intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione" ha lasciato irrisolto il nodo delle frontiere ossia l’esistenza di stati artificialmente creati senza tenere conto delle continuità storiche e delle compatibilità antropologiche. E i singoli stati non sono stati in grado di creare le condizioni per permettere ai vari componenti etnici presenti in questi stati artificiali di rinegoziare un patto sociale, di trovare le ragioni e le modalità del vivere comune. Un patto capace di coagulare gli interessi delle varie etnie in una sintesi nuova. Finora la confisca della stato da parte di gruppi ristretti a scapito di altri ha congelato le dinamiche di aggregazione nazionale. L’elemento etnico è stato dapprima utilizzato dalla colonizzazione per assicurare il proprio dominio. Una volta ritrovata la libertà, sono stati gli stessi leader africani artefici zelanti dell’esasperazione dell’appartenenza etnica per fini di conquista e di conservazione del potere. Bisogna quindi che il concetto di etnia scompaia. Infine, l’OUA e i suoi leader hanno fallito nell’identificazione di un modello economico adatto alla storia dei rapporti di produzione dei territori africani; consono al loro livello tecnologico e compatibile con i sistemi sociali e le relazioni antropologiche in vigore in queste società.

Queste erano le sfide di ieri ma sono anche quelle di oggi aggravate da un contesto di globalizzazione galoppante che non lascia ai popoli e ai dirigenti africani molto margine per gli avventurismi programmatici e gli slanci idealistici.

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