| "Il punto di
vista del bimbo straniero"
Interculturalità e integrazione nella scuola elementare italiana |
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| Progetto di ricerca condotto da Paola Pinelli e da Maria Cristina Ranuzzi con la collaborazione delle scuole romane - Iniziativa scaturite dal Protocollo dIntesa tra il Vis ed il Ministero della Pubblica Istruzione.. | ||
INTERVISTE Interviste con le mamme dei bimbi stranieri I bimbi soprattutto attraverso la scuola, ma anche attraverso la lingua, la gestione del tempo libero, la salute, favoriscono o comunque influenzano il processo dintegrazione culturale dei propri genitori. I genitori influenzano lapproccio integrativo culturale dei propri figli in quanto rappresentano una radice culturale, talvolta lunica radice culturale, dei propri figli. Ecco il perché delle interviste ai genitori dei bambini stranieri.
I. è venuta in Italia 25 anni fa, già con un contratto di lavoro come previsto dalla legge italiana di allora e si è sempre trovata bene con i suoi datori di lavoro presso i quali viveva lavorando a tutto servizio. Fu seguita in Italia poco dopo dalla sorella, deceduta per malattia qualche anno fa. Conosce bene la lingua italiana e afferma di non aver mai avuto particolari problemi né lei né i suoi figli; infatti dice che suo figlio, il più grande, di 17 anni non ha mai avuto particolari problemi di integrazione a scuola né con gli amici; C., di 7 anni (I. ha un terzo figlio di 1 anno e mezzo) non ha, almeno finora, avuto problemi di alcun tipo. I. non ha riscontrato alcuna carenza da parte della struttura scolastica né da parte degli insegnanti. La sua famiglia, solida ed unita a detta anche delle insegnanti, sembra dare un forte sostegno ai figli. I. non appartiene ad alcuna associazione di capoverdiani nel nostro paese anche se rare volte ha partecipato ai loro incontri perché chiamata. Dallosservazione in classe, C. risulta una bimba sorridente, a differenza di sua cugina D. di cui si accenna di seguito la storia, ma davvero non si può dire amata. In qualche caso anzi linsegnante ha riferito di veri e propri atti di intolleranza nei suoi confronti (p.e. i bambini non vogliono sedersi vicino a lei) che però sembrano non averla turbata.
Non si è presentata dicendo il suo nome e questo è il motivo per cui non lo conosco e quindi non lo riporto; ha sempre mantenuto un atteggiamento diffidente fin dallinizio dellincontro. Non conosce bene la lingua italiana. Ha incontrato il marito, vedovo della sorella di I., e si sono sposati; D. è sua figlia ma il marito ha due figli più grandi avuti dal matrimonio precedente. Nonostante io sia stata chiara sul motivo del nostro incontro (conoscere la storia dellapproccio scolastico di sua figlia e gli eventuali disagi espressi dalla bambina o intuiti dal genitore ai fini di una ricerca), la mamma di D. è convinta che parlandomi della situazione di sua figlia potrà ottenere uninsegnante di sostegno (sarebbe più esatto dire insegnante di recupero) per lei e, sempre fissa sul suo obiettivo, mi racconta delle difficoltà della figlia nel leggere e nello scrivere senza fare cenno ad eventuali problematiche dinserimento, constatate invece nellosservazione in classe e confermate dallinsegnante di scienze e matematica. Sebbene affermi che la figlia non è seguita a sufficienza e se la prenda con la scuola che, a suo dire, da questo punto di vista, è carente, è consapevole che anche da parte di D. non cè un grande impegno per superare queste difficoltà; mi racconta che quando prova a farle fare i compiti nel poco tempo a sua disposizione dato che lavora tutto il giorno, la trova svogliata, distratta, oltre al fatto che D. sembra non capire ciò che le si chiede. Dallosservazione in classe, la bimba è spesso sola, non viene cercata dai compagni (molto meno rispetto alla cugina C.), ha un atteggiamento scontroso ed il volto è serio, quasi assente. Linsegnante ne denuncia la scarsa voglia e la scarsa applicazione. In questo caso, le differenze comportamentali e probabilmente la diversa situazione familiare alle spalle sono molto più evidenti delle differenze culturali e fisiche (p.e. D. ha la pelle più chiara di C.).
R. è a Roma da circa 7 anni, conosce bene litaliano; con laiuto di un amico italiano è riuscita a far venire in Italia prima la sorella Sabela (a luglio dellanno passato), poi la figlia H. H. ha incontrato unoperatrice della mensa etiope che le ha chiesto la provenienza. "Vieni da Africa?" le ha chiesto. "No" ha risposto H. "Vieni da Etiopia?". "No, vengo da Eritrea" ha detto H. Per lei infatti lEritrea non è Africa. La bimba è spigliata e sorridente e non sembra avere grandi difficoltà; naturalmente, non conoscendo affatto litaliano, non comprende tutto quello che le si dice ma sta facendo grandi progressi nellapprendimento della lingua. Nel lavoro di gruppo del laboratorio, sembra avere problemi con una bimba cinese della sua classe tanto da non voler sedervisi accanto; la bimba cinese però ha veramente un carattere difficile e prepotente per cui è con ogni probabilità questo il motivo del disagio di H. nei suoi confronti. Ultimamente le insegnanti hanno riferito di vedere H. con meno entusiasmo, un po svogliata, talvolta addirittura assente, ma R. assicura che, per il momento, non ha notato niente di strano e che H. le ha detto che non cè niente che non vada. Probabilmente, mentre allinizio, a motivo della lingua, veniva lasciata più stare, ora le insegnanti cominciano a pretendere di più e le fanno pressione, senza contare che naturalmente il percorso scolastico man mano che si va avanti si fa più impegnativo. In più cè un altro aspetto e cioè che mentre quando è arrivata H. era al centro dellattenzione dei compagni che facevano a gara per parlare con lei, ora è rientrata nella normalità della vita scolastica quotidiana. Da ultimo, ma ugualmente importante, si deve riflettere sulla possibile contestualizzazione culturale di un atteggiamento quale quello di H. (ma questo discorso vale in generale) e sullindole del soggetto stesso. E su questo punto che verteranno le successive interviste data la notevole disponibilità di R. R. segue parecchio H. anche grazie al fatto che, mentre prima svolgeva due lavori (pulizie presso un noto giornale da prima dellalba e pulizie presso una casa privata), ora ne segue solo uno (il primo) e sebbene sia in cerca di qualcosaltro, nel frattempo ha lopportunità di seguire dappresso H.; per questo motivo, è una "testimone attendibile" dellapproccio di H. alla scuola italiana.
Di fede evangelica e molto religiosa, la mamma di M. dice che la figlia si trova bene a scuola fondamentalmente perché le ha insegnato a non rispondere alle provocazioni e a pensare a fare unicamente il proprio dovere; ha chiesto alla maestra di mettere M. in banco da sola perché il suo compagno le dà fastidio mentre fanno i compiti. Da come si esprime non è preoccupata tanto della socializzazione della figlia quanto della sua riuscita in termini di successo scolastico. La signora è stata intervistata nel periodo di Carnevale in cui i bimbi, di solito il martedì grasso, vanno a scuola mascherati ma non ha voluto che la figlia si mascherasse perché la Bibbia considera pagana questa festa. La figlia non partecipa alle feste di compleanno degli altri bambini non perché lei abbia qualcosa in contrario alla festa in sé ma perché generalmente i compleanni si festeggiano di sabato o di domenica, giorni in cui la loro famiglia è solita frequentare la chiesa; racconta di chiedere comunque a M. cosa preferisca fare, se andare alla festa con i suoi compagni o in chiesa con la famiglia, e afferma che M. ha sempre voluto andare in chiesa con i genitori. La famiglia è di cultura tipicamente campesina, tutta casa, lavoro e chiesa; la bimba sta molto a casa e risente notevolmente di tale impostazione. Dallosservazione in classe, si evince che M. è un tipo sì silenzioso ma abbastanza socievole; non è però molto diretta con i compagni dei quali parla male nascostamente.
La mamma ha mancato il primo appuntamento. Un secondo appuntamento sarà fissato un po più avanti. |