vislogo2.gif (2833 byte) 

"Il punto di vista del bimbo straniero"

Interculturalità e integrazione nella scuola elementare italiana

Torna alla pagina precedente

Progetto di ricerca condotto da Paola Pinelli e da Maria Cristina Ranuzzi con la collaborazione delle scuole romane - Iniziativa scaturite dal Protocollo d’Intesa tra il Vis ed il Ministero della Pubblica Istruzione..
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Introduzione

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Il Progetto

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) La metodologia

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) I questionari

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Le interviste

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) I parametri

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Laboratorio

LA METODOLOGIA

Dopo lunghe riflessioni, si è pensato di formulare un questionario calibrato per la prima elementare, un altro calibrato per la seconda e la terza, ed un ultimo per la quarta e la quinta elementare, naturalmente a partire dalle medesime idee.

Questi tre questionari si presenteranno ciascuno in due versioni diverse, una per i bambini stranieri ed un’altra per quelli italiani, perché il linguaggio e le modalità delle domande non sono intercambiabili a cominciare dal fatto per cui il bambino italiano non è straniero per il bimbo straniero.

Il questionario che troverete di seguito come esempio dal quale si costituiranno gli altri due è senz’altro pensato per la quarta e quinta elementare.

I questionari (alle scuole elementari arriveranno infatti i 3 questionari ciascuno nella doppia versione per bimbo straniero e italiano) saranno accompagnati da una breve e chiara guida alla somministrazione dei questionari stessi affinché gli insegnanti non cadano in equivoci ed i questionari vengano correttamente sottoposti.

Il questionario (d’ora in poi lo chiameremo al singolare) sarà indirizzato alle insegnanti funzione obiettivo "Servizi per gli alunni", delle scuole elementari del territorio del Comune di Roma con presenza di bambini stranieri e sarà sottoposto ai bimbi stranieri e ai bimbi italiani in uguale percentuale.

Nella guida alla somministrazione del questionario si chiarirà, prima di tutto, cosa s’intende per bambino straniero: è da considerarsi straniero il bambino che ha anche un solo genitore straniero perché affronta comunque, anche senza rendersene conto, le problematiche della diversità culturale vivendo in un contesto familiare in cui tali problematiche sono presenti in modo più o meno cosciente.

Nella formulazione del questionario si è scelto il "tu" invece che l’ "io", motivato dal fatto che il tu è più distaccato ed il bimbo che legge capisce subito che si sta parlando con lui.

Si farà uso delle sfumature "sempre", "qualche volta", "quasi mai", "mai", perché le risposte "si", "no" sono troppo riduttive.

Si cercheranno di evitare troppi specchi, nel senso di domande poste in un modo e subito dopo poste nuovamente al contrario perché confondono i bambini.

Si avrà una particolare attenzione per i termini sia nel senso di usare termini familiari ai bambini sia nel senso di termini effettivamente appropriati: per esempio, non si userà la parola extracomunitario che indica di per sé una condizione di "fuori da", per quella più neutra e sicuramente più comprensibile per i bambini di straniero.

Le domande saranno il più possibile chiuse come si tenderà a chiudere il più possibile i perché di ulteriore specificazione della domanda per evitare di perdere il senso di alcune risposte e quindi per evitare l’impossibilità di tabulazione.

Le domande devono essere poche e, per quanto possibile, illustrate (il questionario per la prima elementare sarà tutto illustrato), in forma di gioco, in sintesi accattivanti ed agili nello stesso tempo.

Prevediamo una parte iniziale in cui si chiederà al bambino italiano e straniero di dare i propri riferimenti tranne il nome, ossia il sesso, l’età, la classe, la scuola, il luogo di nascita dei genitori; per il bambino straniero alle generalità appena citate si aggiungerà l’anno di arrivo in Italia (per chi non è nato in Italia).

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Riflessioni

Ci si trova sempre più di fronte a bambini molto abili e pronti nel campo delle competenze soprattutto intuitive e allo stesso tempo del tutto incompetenti nel campo della relazionalità; la scuola è quindi necessaria anche come luogo protetto di apprendimento della relazionalità. Questo discorso vale tanto per bimbi italiani quanto per bimbi stranieri; la relazione tra un bimbo italiano ed uno di cultura "altra" è un caso particolare del discorso sulla relazionalità in generale tra il singolo e gli altri.

Il disagio, prima ancora che per la testa, passa attraverso il corpo e i sensi (gli odori dei cibi, della pelle…).

Ai fini della nostra ricerca non interessa la difficoltà di relazionalità del bambino italiano quanto piuttosto del bambino straniero e questo è il motivo per cui su alcune tematiche pure fondamentali tralasceremo di formulare domande ai bimbi italiani.

Dalla nostra esperienza di osservazione, si è notato che, dal punto di vista del bimbo italiano, il bimbo straniero è soprattutto il bimbo che parla in modo diverso e che non è nato in Italia; infatti spesso il bambino con la pelle bianca che non sa parlare italiano è considerato più straniero di quello nato in Italia o che comunque parla perfettamente l’italiano pur avendo il colore della pelle diverso.

Il bimbo straniero a sua volta non considera il bimbo italiano come straniero, come potrebbe essere visto dal suo punto di vista, bensì sono stranieri tutti quelli che non sono italiani dato che l’italiano si trova nel suo paese.

La visione della propria cultura di appartenenza, anzi direi meglio della propria cultura di provenienza, è diversa a seconda della classe sociale di appartenenza e questo vale per tutti, italiani e stranieri: se le condizioni socio-economiche sono buone, si tende a valorizzare la propria cultura di origine, se viceversa non lo sono, si tende a denigrare la propria appartenenza culturale.

Nella relazione alunno - insegnante intervengono vari fattori: dalla parte dell’alunno, la sua biografia, l’ambiente socio-culturale inteso come le sue modalità di relazionalità, le competenze linguistiche proprie e dei genitori; dalla parte del docente, la motivazione, la formazione/aggiornamento, il ruolo e le relazioni, la materia insegnata (non sono coinvolte solo le materie letterarie).

La mediazione tra alunno ed insegnante è una vera e propria strategia che può avere due obiettivi distinti: una prospettiva assimilazionistica che comporta la traduzione dei codici scolastici, il filtraggio e la normalizzazione, ed una prospettiva transculturale che significa comunicazione interattiva a tutti i livelli, interscambio di modelli culturali, riferimenti positivi e cambiamento.

Il bimbo straniero, a nostro parere, non è portatore a scuola della propria cultura intesa come lingua, tradizioni, usanze; è portatore semmai di tutte quelle modalità di socializzazione, di relazionalità, del rapportarsi con i compagni e con l’insegnante, del misurarsi con la disciplina e le regole proprie della scuola, cui sottostà la cultura di provenienza.

Non è quindi la cultura di provenienza intesa in senso classico che per un malinteso, a nostro parere, processo di intercultura debba essere portata alla conoscenza degli altri compagni; non è parlando dell’Islam piuttosto che delle tradizioni albanesi legate alla nascita in una classe con bimbi musulmani o albanesi che si fa intercultura bensì favorendo in ogni modo l’incontro e la socializzazione tra bimbi di culture diverse attraverso laboratori dell’identità (di cui presentiamo alcune esperienze come esempio) in modo tale che l’educazione all’intercultura sia in questa accezione educazione alla convivenza.

La capacità di gestire laboratori dell’identità è, a nostro avviso, la vera nuova competenza che, con molta probabilità, dovrebbero avere gli insegnanti per poter favorire l’intercultura: conoscere i diversi criteri di relazionalità in modo di aiutare i bambini a socializzare da un lato, e ad apprendere dall’altro.

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Come fare?

Apprendere dagli stessi bambini nello svolgimento dei laboratori stessi; prestare attenzione alle sfumature psicologiche proprie di ciascun comportamento e contestualizzarle culturalmente cercando di non far risalire a dinamiche culturali disagi e difficoltà che troverebbero invece una rispondenza più adeguata nelle problematiche caratteriali.

pulsante lampeggiante.gif (995 byte)  Perché il laboratorio più che la classe intesa nel senso delle lezioni?

Perché la manualità e la creatività tipiche dell’esperienza laboratoriale meglio si prestano a questo discorso.

Maria Cristina Ranuzzi, insegnante funzione obiettivo "Servizi per gli alunni" alla Grazia Deledda di Roma, già da diversi anni sta lavorando ad un progetto di laboratorio d’intercultura che è in ultima analisi un laboratorio sull’identità; l’insegnante sta provando a strutturare tale lavoro per fornirne una visione organica e quanto più possibile completa.

I giochi delle porte e dell’esploratore che trovate annessi sono stati tra quelli attivati in questo laboratorio.

Dall’esperienza si evince che l’identità è mobile, fluida e plurima, quasi una scelta, una opportunità – un "esserci" che si diversifica nei vari contesti relazionali -, non una costrizione o una modalità fissa: i bambini, in questa ottica, sono visti come ipotesi sincretica e creativa.

Se viene rispettata la diversità evidente, sarà tanto più rispettata la diversità meno palese.

Il punto è "veicolare l’educazione alla diversità intesa nel senso che tutti abbiamo l’uguale diritto ad essere diversi, ad assumere la propria e l’altrui diversità".