| "Tra educazione,
intercultura e mondialità"
Per un'etica del pluralismo e della convivialità |
||
| Approfondimento liberamente tratto dall'intervento dal titolo "Quale modello di uomo?" del Prof. Stefano Curci dell'Istituto Salesiano di Villa Sora (Frascati) al seminario sulla mondialità dell'anno scolastico 1999-2000. | ||
| Decentriamoci dal centro del mondo
Per aprire veramente la nostra mente al mondo, per saper fare Storia e Filosofia in maniera non faziosa, dobbiamo educarci al decentramento: esso è "l'esperienza di guardare sé, la propria cultura, con lo sguardo di un'altra cultura. Il decentramento consente all'individuo di arricchire la propria identità con altri punti di vista, altre caratteristiche, altre memorie, altre fonti, altri sistemi di attesa e di immaginazione. Vi è nella capacità di decentrarsi una forma di tirocinio al pluralismo e alla democrazia che favorisce il superamento dell'egocentrismo e dell'etnocentrismo".
Per troppo tempo i nostri studiosi hanno peccato di un approccio limitato e centrato, più o meno inconsapevolmente, sulla presunzione di superiorità del proprio io o della propria razza: nei nostri libri leggevamo sempre che Colombo "scoprì" l'America, e mai che, nello stesso periodo, Montezuma "scoprì" l'Europa; allo stesso modo non conoscevamo la storia dei barbari, i moriscos, i marrani, esiliati neri, zingari, eretici, donne-streghe, appestati.... anche i filosofi hanno costruito pensieri centrati sulla potenza dell'Essere, del Cogito, in definitiva dell'Io potenziato e dominatore del mondo.
È indispensabile essere capaci di superare l'autismo delle culture, la convinzione dell'insuperabilità degli steccati che ci dividono: "ciò che oggi è pericolosamente in aumento è (...) la divisione del mondo in ghetti di natura intellettuale impenetrabili e stagnanti. Vale a dire che solo gli abitanti nazionali possono capire la loro nazione, che solo i neri possono capire i neri, i gialli i gialli e i bianchi i bianchi, che solo i cristiani comprendono i cristiani, i musulmani i musulmani, solo le donne capiscono le donne (...) che ogni tribù deve rimanere chiusa in se stessa, identica secondo l'identità stabilita dai patriarchi o dai capi del gruppo, sprofondata nella sua purezza di paccottiglia". Nel nostro percorso è importante affrontare un concetto che ha sempre diviso gli uomini: la convinzione dell'esistenza di razze umane.
In nome di questa credenza, per secoli gli uomini hanno compiuto violenze indescrivibili: si pensava che, con lo sterminio razionalizzato degli ebrei da parte nazista, si fosse conclusa questa follia. Invece, anche oggi si continua a uccidere in nome di una presunta superiorità razziale: pensate alle vicende che hanno coinvolto serbi, croati e kossovari o ai conflitti che dilaniano l'Africa. Eppure, illustri biologi e genetisti ci dicono che il concetto di razza umana è scientificamente infondato. Se si prende la specie umana nel suo insieme, le differenze sono sfumate al punto di non poter distinguere delle razze.
Colore della pelle, forma degli occhi, statura sono effetti di fattori climatici e non di una superiorità o inferiorità strutturale, come troppe volte le ideologie razziste hanno sostenuto. Dunque il concetto di "razza" non ha valore scientifico, ma emotivo, psicologico: credere nella razza è un pò come credere ai fantasmi o ai marziani...... eppure dal XVIII secolo certi filosofi hanno classificato - presupponendo di agire scientificamente - gli uomini come appartenenti a razze diverse, e quindi hanno cominciato a considerare gruppi di uomini come inferiori per facoltà mentali e fisiche, qualità morali e sociali. J.A. Gobineau ha scritto un trattato sull'argomento (Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane, 1853-1855): appoggiandosi all'autorità di Darwin, Gobineau sosteneva che il cervello di un urone non poteva assolutamente contenere uno spirito simile a quello degli europei! Vicino a questo modo di pensare anche un illuminista, Buffon. Nel secolo scorso in Europa si è diffusa la convinzione che il genere umano si dividesse in una razza ariana superiore e in altre inferiori: questa teoria pseudofilosofica ha purtroppo trovato applicazione storica come giustificazione della politica colonialista dei dominatori europei nei paesi più poveri. Ma l'aspetto più devastante e tristemente noto di queste teorie è l'effetto da esse ottenuto con l'incontro con l'antisemitismo da tempo diffuso in terra tedesca: A. Rosenberg, col suo Mito del XX secolo (1930), porse al nazionalsocialismo di Hitler l'appoggio teorico al suo delirante programma di eliminazione degli appartenenti alle "razze inferiori". Non dobbiamo sottovalutare il problema della razza anche perché nelle nostre scuole, appena 50 anni fa, si esaltava una certa razza a danno di altre, costringendo a lasciare l'insegnamento quasi 100 docenti universitari ebrei, 279 presidi e professori e molti maestri, mettendo poi al bando 114 autori di libri di testo . Evidentemente, nei secoli gli uomini hanno costruito una serie di pseudo-concetti utili a identificare un "diverso" dal quale separarsi: a titolo di esemplificazione, quali possono essere i volti dell'altro? Anzitutto partiamo dalla Storia che avete studiato:
(a questo punto si può attualizzare ulteriormente il discorso pensando ai volti dell'altro nei nostri giorni: lo straniero, il disabile, il pazzo, l'anziano, la donna, il "terrone", il drogato, lo zingaro, il carcerato........) Ora, la risposta che la filosofia europea ha elaborato di fronte ai problemi dell'insofferenza e del razzismo è stata il concetto di tolleranza: il concetto appare sporadicamente nel pensiero greco (Protagora, Socrate), si presenta col Cristianesimo e il suo principio di eguaglianza tra gli uomini (ma non si consolida: paradossalmente alcuni cristiani, divenuti responsabili della gestione dello stato, sono diventati intolleranti con le eresie e il paganesimo; mentre altri, più illuminati, non hanno frainteso il messaggio evangelico - Erasmo, Tommaso Moro -). Il concetto matura in età illuministica, in particolare dopo le guerre di religione. Tolleranza: comprensione, quasi sopportazione di chi è diverso da noi. È stata indubbiamente una conquista per l'Europa dilaniata dall'odio (al quale la politica non poteva rimediare: ricordate il difetto di fondo dell'Editto di Nantes?): una rivoluzione mentale positiva. Però a noi non può bastare: c'è, nell'idea di tolleranza, un aspetto egoista, di superiorità: ti tollero perché in fondo sono superiore, resto indifferente. Questo atteggiamento poteva funzionare quando la diversità era ancora eccezione: ma nel mondo di oggi non basta più, perché la diversità è troppo presente nel quotidiano. Oggi dobbiamo passare dalla tolleranza alla cooperazione, al farsi carico delle diversità altrui, alla convivialità delle differenze. |