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"Tra educazione, intercultura e mondialità"

Per un'etica del pluralismo e della convivialità

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Approfondimento liberamente tratto dall'intervento dal titolo "Quale modello di uomo?" del Prof. Stefano Curci dell'Istituto Salesiano di Villa Sora (Frascati) al seminario sulla mondialità dell'anno scolastico 1999-2000.
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Il punto della situazione

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Decentriamoci dal centro del mondo

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Pluralismo e mondo

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Bibliografia

Pluralismo e mondo

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In un contesto così complesso, differenziato e stratificato uno dei compiti principali dell'educazione è quello di promuovere nei soggetti l'acquisizione di una identità sicura ma non rigida, così da poter assumere positivamente la "parzialità" del proprio punto di vista come una risorsa originale e preziosa e non come un impoverimento.

Il pluralismo deve diventare un valore centrale nel nostro bagaglio culturale. Il pluralismo culturale deve guardarsi da alcuni rischi come

  • neutralismo, inteso come indifferenza per ogni ideologia: vi è autentico pluralismo quando ognuno esprime una posizione autonoma e irriducibile a quella dell'altro, con caratteristiche proprie;
  • qualunquismo, che è tipico della perdita di identità e della massificazione: il rispetto della diversità non è scetticismo superficiale ma un modo di essere coerenti con la propria identità;
  • egemonismo, ovvero la tendenza a rendere la propria cultura unica, totalitaria e monopolizzatrice;
  • conflittualismo, in quanto il vero pluralismo convive pacificamente nella legittima dialettica democratica.

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Gli immigrati invadono?

Ora, effetto inevitabile della globalizzazione è l'immigrazione dei popoli, il luogo in cui non ci basta più la tolleranza ma serve la convivialità delle differenze.

Anzitutto, bisogna considerare che l'Italia è già, a prescindere dagli immigrati, un paese di minoranze etniche. In Italia ci sono albanesi (soprattutto al Sud, e in cinquanta comuni si parla albanese), catalani (ad Alghero), franco-provenzali (Valle d'Aosta, Piemonte, Puglia), tedeschi (Alto Adige e Sud Tirolo), greci (Puglia e Calabria), ladini (Trento, Bolzano e Belluno), occitani (Liguria, Piemonte, Calabria), sloveni (Trieste, Gorizia e Udine), croati (Molise), zingari più le due minoranze friulana e sarda, che hanno caratteristiche proprie. Solo la Romania, con 28 etnie, offre un panorama più vario.

Passando all'immigrazione vera e propria, sappiamo che all'inizio del 1998 c'erano 1.240.721 immigrati in Italia, con un'incidenza del 2,2% sulla popolazione residente. Anche l'incidenza degli stranieri sulla popolazione scolastica è molto contenuta: complessivamente c'è un immigrato ogni 200 studenti (nella scuola elementare uno ogni 100).

Questi dati, forniti dalla Caritas con il patrocinio del Ministero per la Solidarietà Sociale, ci aiutano a superare certi luoghi comuni e a capire che non rischiamo "invasioni", come qualcuno vorrebbe far credere, né a livello numerico né tantomeno a livello religioso, visto che, ad esempio, l'appartenenza religiosa degli studenti è prevalentemente cattolica. Indubbiamente, la presenza di immigrati, peraltro destinata a salire, richiede una cultura della convivenza delle diversità del tutto nuova.

Ci sono diversi comportamenti concreti che possono permetterci di intervenire per cambiare lo stato delle cose:

protest.jpg (5052 byte) 1. Le varie obiezioni

Obiezione di coscienza al servizio militare, dove il singolo può esercitare il dovere di difendere la patria non in senso territoriale (come controllo delle frontiere, quale tenente Drogo in attesa di Tartari che - si spera - non verranno mai) ma come assistenza a quegli ultimi che spesso sono dimenticati dalle istituzioni o come tutela di beni culturali e ambientali. L'obiettore di coscienza sceglie per la vita sempre e si sottrae all'ideologia del "nemico". Si tratta di un'opzione che sempre più giovani italiani esercitano dall'approvazione della legge apposita - recentemente riscritta - nel 1972 (data tardiva rispetto agli altri paesi europei).

Le obiezioni professionali, come la rinuncia alla collaborazione a pratiche abortive da parte di medici e infermieri, alla fabbricazione e diffusione di armi, ad attività rivolte contro le persone e i loro bisogni: si parla di obiezione sanitaria (per il personale che ritiene il feto già un essere umano, con il suo futuro di persona scritto nel codice genetico, e constata che la liberalizzazione dell'aborto non ha eliminato gli aborti clandestini), obiezione scientifica (per scienziati e tecnici: Giovanni Paolo II, parlando all'Accademia delle Scienze nel 1983, invitava gli addetti a disarmare la scienza).

In generale, si può obiettare quando ci si rende conto che la persona umana è violata per egoismi o interessi materiali: come l'operaio Gabriele Bortolozzo che ha denunciato, indagando i casi dei colleghi malati di tumore, le produzioni nocive senza protezione dei colossi della Petrolchimica di Porto Marghera.

ecology.jpg (7980 byte) 2. Ecologia e vita quotidiana

Si deve cominciare a ragionare in termini ecologici, perché l'uso incontrollato delle risorse del pianeta (per giunta sfruttato solo da una parte che ne ha la possibilità, mentre agli altri non resta che guardare o fornire le risorse) finirà col prostrare le ricchezze naturali: perciò ci si deve sottrarre alla logica del consumismo, dell'usa e getta, recuperare la sobrietà contro l'uso di oggetti non durevoli, non aggiustabili, di componenti costruiti in modo da escludere la possibilità di pezzi di ricambio, di piatti e bicchieri di carta, rasoi per poche rasature, apparecchi a batterie, abiti che durano solo una stagione.....

Sobrietà e disponibilità alla condivisione dei beni, senza egoismo e senza sprechi, vedere il mondo con lo sguardo dei poveri, è insieme una denuncia (dello spreco) e un'anticipazione (di ciò che altri vivranno domani), sobrietà è preoccuparsi per le generazioni future e per la Terra.

Il cambiamento allora deve partire dalla coscienza personale, un responsabile processo di consapevolezza che ci può aiutare a cancellare i bisogni inutili, non sprecare le risorse non rinnovabili e non danneggiare l'ambiente, non utilizzare sacchetti di plastica (che sono prodotti utilizzando petrolio), imballaggi (scatolami, involucri di plastica e di cartone il cui riciclaggio è molto complicato), non sprecare alimenti, praticare la raccolta differenziata dei rifiuti e chiedere alle amministrazioni comunali di far funzionare gli appositi contenitori.

Le materie si possono riciclare: questa possibilità, estesa su larga scala, consentirebbe dei vantaggi per tutti. Siete d'accordo se dico che spesso ci priviamo di vantaggi importanti per pigrizia?

shopping.gif (2950 byte) 3. Fare la spesa

Non dobbiamo sottovalutare i poteri che abbiamo, come quello di consumatori: come acquirenti possiamo scegliere una marca piuttosto che un'altra, e quindi un'azienda al posto di un'altra: quando scopriamo che un produttore opera in maniera scorretta e lesiva dei diritti umani possiamo preferirgli un concorrente che non si è macchiato di comportamenti scorretti.

Possiamo allora far ricorso ai prodotti del commercio equo e solidale, che vengono acquistati direttamente dai produttori locali (saltando macchinose intermediazioni) sulla base di un prezzo stabilito considerando le loro condizioni di vita e esigenze, e perciò equo: infatti comprare i prodotti calcolando i prezzi delle materie prime, i costi di produzione e il tempo impiegato dovrebbe garantire al produttore una vita molto più decente di quella concessa dai prezzi stabiliti dalle multinazionali.

Nel commercio equo si stabilisce un rapporto "umano" di fiducia tra produttore e acquirente, con la possibilità di offrire prefinanziamenti e assistenza in caso di difficoltà. Attraverso l'anticipo di una quota di pagamento il produttore può essere garantito dall'indebitamento.

Un'altra possibilità che abbiamo sta nel praticare il consumo critico: esistono aziende prive di scrupoli che producono devastando l'ambiente attraverso l'emissione di sostanze tossiche, sottopagando gli operai, sfruttando bambini e donne, mantenendo condizioni di lavoro disumane.

È nostro dovere, oltre che consumare di meno, non collaborare a queste ingiustizie finanziando, coi nostri acquisti, chi si comporta in un certo modo. In certi casi, possiamo arrivare al boicottaggio: una forma di lotta nonviolenta che consiste nel rifiuto di acquistare determinati prodotti. Esso non mira a infliggere danni, quanto a testimoniare i propri convincimenti mantenendo l'apertura nei confronti dell'antagonista.

Il termine "boicottaggio" deriva dal francese boycotter (a sua volta derivante da to boycott dal nome del capitano Boycott, un amministratore che, nell'Irlanda dell'ottocento, provocò l'ostruzionismo dei suoi affittuari per la sua durezza). Il boicottaggio è anche una ricerca di giustizia per chi non ha voce per farsi sentire, come nel caso della Nestlé che combatte l'allattamento al seno per favorire il suo latte in polvere, con conseguenze mortali nei paesi poveri.

savings.jpg (1373 byte)4. Banca Etica e Banca del Tempo

Ancora, come risparmiatori possiamo affidarci alla Banca etica che, a differenza delle banche normali (nonostante qualche presunto fondo etico) ci garantisce che i nostri risparmi serviranno a finanziare progetti moralmente controllati.

L'idea di base è quella di gestire il credito come possibilità di risorsa anche per i poveri e il vantaggio è nell'offrire un'alternativa all'usura. Nella Banca etica il consumatore indica il settore che intende sostenere con il proprio risparmio (dalla cooperazione sociale all'ambiente, dalla cooperazione con il terzo mondo alle iniziative culturali e sportive).

La Banca del tempo, invece, ci riguarda nella nostra dimensione di risparmiatori di tempo. Si tratta di un settore in espansione, fondato su un'idea semplice: mettere in comune il tempo a disposizione scambiandosi favori sotto forma di competenze.

adoption.gif (5479 byte) 5. Comportamenti verso i lontani

Se ci sentiamo responsabili e solidali verso tutti possiamo pensare alle adozioni a distanza: singole persone, famiglie, gruppi e associazioni possono, senza "portar via" dalla sua terra l'affidato, accompagnare l'affidato nella sua crescita. Non si tratta solo di dare denaro ai bambini più poveri: questo gesto deve riflettersi sulla nostra vita, impegnandoci a cambiarla. Così come, se andiamo a fare i turisti in paesi più poveri, abbiamo la responsabilità di non comportarci in maniera irriguardosa, ostentando ricchezza e spreco, considerando che tutto ci è dovuto: è il turismo responsabile.

Dobbiamo avere la capacità di piccoli comportamenti concreti nel nostro quotidiano, guardando però grandi orizzonti, perché noi cristiani siamo portatori di grandi valori: se non possiamo incidere sui grandi conflitti mondiali, possiamo cominciare a migliorare il nostro "spicchio" di mondo nel quale viviamo. Più attenzione e rispetto verso il resto del mondo: capacità di determinare la nostra vita considerando anche gli altri non più come semplice oggetto della nostra affermazione.

Aggiungerei a tutto questo anche l'acquisizione di uno stile non-violento in luogo di certi atteggiamenti aggressivi, urlati, ostili che spesso la competizione esasperata che viviamo nel nostro quotidiano ci porta ad assumere: la nonviolenza non è (come può far pensare il prefisso negativo) qualcosa di passivo, un astenersi, un non impegnarsi. Gandhi ha abbondantemente dimostrato come la nonviolenza sia fondamentalmente costruzione.

L'azione nonviolenta è organizzata, figlia di un'attenta analisi della situazione, nemica della distruzione fisica, psichica e morale delle persone, volta a ripristinare i diritti di tutti, portata a cercare anche il coinvolgimento degli avversari per risvegliarne la coscienza, e comunque sempre rispettosa degli avversari come persone. Sulla scorta della lezione gandhiana, il filosofo pacifista Giuliano Pontara considera cinque condizioni perché un'azione sia veramente nonviolenta (satyagraha): rifiuto della violenza, disposizione al sacrificio, rispetto per la verità, impegno costruttivo e gradualità dei mezzi.

Ad esempio, avete notato quanta esasperazione sia presente nei giochi che guardate e seguite come spettatori? Perché non ripensare al gioco senza l'imperativo categorico di vincere a tutti i costi? Vi propongo di sostituire alla competitività assoluta la cooperazione. Secondo una studiosa di giochi cooperativi: " La maggior parte dei giochi competitivi impediscono o addirittura distruggono la fiducia in se stessi. Molte persone, quando si tratta di giocare, si sentono a disagio. Ciò deriva spesso da esperienze di fallimento e perdita nel gioco. La vittoria è diventata la forza dominante nel giocare e tante persone perdono la voglia di giocare perché non si sentono all'altezza. Vincere è bello, però se si vince sempre. Purtroppo ci sono molti più vinti che vincitori e finché nella società occidentale regnerà la competizione, che mette in evidenza solo il vincitore, saremo sempre dei popoli di vinti privi di fiducia in noi stessi" . Come vedete, se si studia responsabilmente la situazione, si aprono molte possibilità di intervento per tutti!

Partiamo da un presupposto. E' vero che la scuola può fare ben poco per cambiare il mondo, però può fare moltissimo per cambiare il modo di conoscere il mondo, per formare le coscienze dei nuovi cittadini del mondo. L'Io che dovremmo aiutare a crescere dentro alle personalità dei nostri ragazzi, dovrebbe avere queste caratteristiche, queste dimensioni identitarie: - Un "Io" accogliente-narrante, capace di relazioni e di reciprocità; - Un "Io" libero-autonomo-selettivo, capace di resistenza; - Un "Io" responsabile-cooperativo, dotato di una forte coscienza civica;

usesco1.jpg (1642 byte) Verso un "Io" accogliente - narrante - comunicativo - capace di reciprocità

E' l'Io capace di silenzio attivo, che capisce ciò di cui lui stesso è portatore, perché non è vuoto, ma ricco dentro di sé, quindi capace di accogliere se stesso e l'altro: narrare se stesso e ascoltare la narrazione dell'altro. Accogliere e narrare, perché viviamo nella società della comunicazione e questo io deve essere un io comunicativo, capace di dire e di ascoltare criticamente. Ma non c'è narrazione senza ascolto, non c'è ascolto senza narrazione. In particolare, abbiamo bisogno di un io narrante, capace di ascoltare l'altro e di raccontarsi senza prevaricazioni: questo ci porta, ad esempio, a ripensare il modo col quale finora si è raccontata la storia, che è stato faziosamente etnocentrico.

La nostra storia si è occupata di popoli e continenti descrivendoli secondo i propri parametri e interessandosene solo quando entravano in contatto con l'Europa. Perciò serve un modo nuovo di porsi di fronte alla storia: "come qualcuno ha osservato, la storia che conosciamo è, in gran parte, la risposta del passato alle nostre domande. L'uomo non ricorda: riscrive sempre la storia. Tanta storia sembra non esistere, semplicemente perché nessuno ha posto le domande giuste per farla esistere. Una società maschilista crea una "storia" al maschile. Una società eurocentrica crea una storia "senza l'altro". È inevitabile che sia così. Questo però vuol dire anche che se la voce degli "altri" torna a parlare, allora è possibile sperare in un "altra storia".

Non dunque la storia degli altri, ma un'altra storia. Questo dovrebbe essere l'obiettivo fondamentale della didattica interculturale della storia (...) Uno dei compiti che l'educazione interculturale della storia deve sentire come prioritario e di grande valenza politica è il lavoro sulle "memorie" dei vincitori e dei vinti di ieri per la riconciliazione "nella verità storica", senza manipolazione, senza occultamento, senza revisionismi, ma con l'unica preoccupazione di pacificare il passato con il presente e il presente con il futuro". La scuola è il luogo in cui il soggetto umano impara ad essere "se stesso" e per conseguire tale obiettivo offre strumenti e opportunità che rendono possibile la ricostruzione della memoria storica, la comprensione della sua identità culturale, l'elaborazione di un progetto di vita. Dunque la scuola aiuta il soggetto a raccordare coerentemente in se stesso questi tre elementi costitutivi: memoria, identità, progetto.

Ascolto e narrazione sono alla base di un Io comunicativo, capace di avviare relazioni di reciprocità. Il rapporto con l'altro non deve essere vissuto riduttivamente come occasione per allargare le nostre conoscenze, ma come una pressante richiesta di giustizia: un profondo impegno di reciproca umanizzazione. La prima relazione con l'altro, infatti, non è conoscitiva ma "etica" (Lévinas). Una persona è matura quando sa accogliere la trascendenza dell'altro e valorizzare la propria parzialità. Certamente l'Io della tradizione occidentale, l'Io della modernità non è riproponibile nel terzo millennio. Perché si è mostrato un "Io" troppo pieno di sé e troppo poco attento al volto dell'Altro.

Questa diagnosi, soprattutto dopo Levinas, sembra essere difficilmente smentibile. Scrive E.Dussel: "Dall'"Io conquisto" il mondo azteco e inca, tutta l'America; dall' "Io faccio schiavi" i neri dell'Africa venduti in cambio dell'oro e dell'argento ricavati con la morte degli indios in fondo alle miniere; Dall' "Io vinco".... da tale "Io" risulta quello che è il pensare cartesiano dell'ego cogito. Questo ego diverrà la sostanza unica, e quindi divina, in Spinoza, con Hegel..." Quando parliamo dell'accoglienza vogliamo spingere il discorso fino agli estremi: affermare, cioè, che l'Altro è visitazione, che in principio è l'Altro e che, dunque, l'autentico educare è sempre un educare a partire dall'altro. Si tratta di scoprire che l'altro è la risorsa più preziosa per la crescita umana del soggetto e della sua identità. Chi ci educa, in senso proprio, è l'Altro. E' lui che ci "tira fuori" dall'ego e ci sollecita all'avventura dell'esodo. Se l'Altro non mi visitasse con il suo volto, io non potrei mai dire "eccomi". E resterei nella mia immanente soggettività. Pieno di me, ma senza trascendenza.

usesco1.jpg (1642 byte) Verso un "Io" libero, selettivo, capace di resistenza

Viviamo in una società affluente, cioè in una società gremita di messaggi, di stimoli, di informazioni che ci arrivano continuamente. Spesso questi messaggi non arrivano con discrezione, con pazienza, ma invadendo, seducendo. Arrivano con le regole del marketing, della pubblicità, cioè con forza persuasiva. Allora la capacità che dobbiamo mettere in gioco deve essere quella selettiva, cioè di discernimento, di lettura critica, quella capacità di dire tanti no e un sì, se arrivano tante proposte. Il pericolo è che noi ci svendiamo, che diciamo sì a tutte le proposte che arrivano con forza di seduzione: se non si educa a selezionare i messaggi, a riconoscerli quando sono truccati in termini di verità e di valore, si espone il soggetto al rischio di svendersi, di omologarsi.

"Selettivo" vuol dire SCEGLIENTE, cioè con capacità e competenza di scegliere, con libertà perciò di dire anche no a chi vorrebbe sentirsi dire sì. All'io selettivo aggiungo il termine RESISTENTE, perché solo un io selettivo saprà resistere, cioè conservare la specificità che custodisce dentro di sé e non vuol perdere. Il soggetto di oggi che, nel tempo della globalizzazione, deve resistere, altrimenti subisce il lavaggio del cervello del pensiero unico e finisce per omologarsi. Educare ad un pensiero autonomo, creativo, divergente, perché la prima cosa di cui abbiamo bisogno è la riforma del pensiero.

Ad esempio, una forma di resistenza applicata all'economia passa per il ritorno al locale: la globalizzazione porta ad un dominio incontrastato delle multinazionali che spostano appalti e produzioni da una parte all'altra del mondo, inseguendo le condizioni più vantaggiose senza curarsi dei costi sociali e dei diritti dei lavoratori. Ci sono multinazionali che appaltano produzioni nei paesi dove la povertà rende i lavoratori disponibili a rinunciare ai propri diritti: se tentano di costituirsi in sindacato, la multinazionale usa pesanti strumenti di pressione, come i licenziamenti o i tagli agli ordini.

Per resistere a queste forme di oppressione si può cercare di ricostruire un insieme di economie locali che intrattengano tra loro rapporti equi e solidali. In generale, sono forme di resistenza tutti quei comportamenti alternativi di cui parlavamo la volta scorsa. Una cultura della "resistenza" deve anche alimentarsi della narrazione e della testimonianza dei Maestri di pensiero e di vita cui spesso facciamo riferimento nella nostra azione educativa (Gandhi, M.L. King, Chiara Lubich, Madre Teresa). Resistere, infatti, significa non consentire che una tradizione venga spezzata, che una memoria venga interrotta, che lo spirito e i volti dei compagni di viaggio che ci hanno preceduto e condotto fin qui vengano dimenticati e traditi.

usesco1.jpg (1642 byte) Verso un "Io" responsabile - cooperativo, dotato di forte coscienza civica

Questo io che non vive da solo, ma nella città dell'uomo, città delle differenze, deve sapere che esistono delle regole della convivenza democratica, che c'è bisogno di legalità. Quindi lui per primo deve essere responsabile di sé e degli altri, dell'ambiente, di quello che accade attorno a sé.

E' proprio nell'assunzione delle proprie responsabilità, piccole o grandi, che si manifesta la vera maturità delle persone e giunge a compimento la funzione educativa come strumento di umanizzazione e di coscientizzazione. Possiamo parlare di coscienza responsabile matura quando la persona sente di essere responsabile anche del futuro, cioè degli "effetti", che le proprie scelte e le proprie azioni provocano nel tempo. Si tratta di un percorso da fare insieme: ecco perché il discorso sulla cooperazione in luogo della competizione - di cui parlavamo la volta scorsa - ci torna davanti.