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GLI
ARMAMENTI NEL MONDO
Armamenti: la situazione internazionale
Definizione di armi leggereCon il termine " armi leggere " si fa riferimento a tutte le armi incluse nella definizione adottata da un gruppo di esperti convocati dalle Nazioni Unite nel 1997: "sono armi leggere e piccole armi quelle che possono essere trasportate facilmente da una persona, da un gruppo di persone, a trazione animale o con veicoli leggeri".Gli esperti hanno individuato tre categorie di armi piccole e leggere, collettive e individuali "fabbricate con caratteristiche militari per essere usate come strumenti letali di guerra":
Le vendite italiane di armi leggere LItalia è il terzo esportatore mondiale di armi leggere. Lindustria nazionale del settore, pur considerando le stime incomplete, in particolare per quel che riguarda le armi russe e cinesi, non perde posti nella classifica 98 delle vendite e rimane uno dei maggiori produttori. Un mercato importante dunque, ma assolutamente fuori controllo. Nel 1998 sono state effettuate esportazioni per un ammontare di 1.935 miliardi di lire (il 30% in più rispetto al 1997), e sono state rilasciate autorizzazioni per un totale di 2.127 miliardi lire (il 16% in più rispetto al1997).
I maggiori importatori di armi italiane sono stati i Paesi del Medio Oriente e dellAfrica settentrionale. Le esportazioni verso la regione compresa tra il Marocco e lArabia Saudita raggiungono i 643 miliardi di lire (35% del totale) di autorizzazioni. Il Medio Oriente, insieme al Sud-Est asiatico, sono le regioni che trainano la domanda internazionale di armamenti negli anni Novanta, le uniche caratterizzate da una crescita delle spese militari e delle importazioni di materiale bellico dopo la fine del bipolarismo. I Paesi del Medio Oriente spendono in media per la difesa il 7/8% del prodotto interno lordo, una delle percentuali più alte a livello mondiale. Nella regione mediorientale abbiamo assistito nel 1999 ad un aumento delle importazioni pari al 36% rispetto al 1998. Allarme armi leggere!Nel maggio 1999 oltre 200 ONG hanno dato vita allInternational Action Network on Small Arms (IANSA). Lo scopo di IANSA è combattere la proliferazione e luso indiscriminato di armi leggere. La crescente disponibilità di armi leggere favorisce il ricorso della violenza a tutti i livelli sociali ed in contesti diversificati, minacciando lunità ed il benessere di molte società. Sono armi di piccolo calibro, ma il loro impatto è devastante. Il possesso di diversi tipi di armi leggere è diffuso in molti paesi, allargandosi ben al di là degli eserciti e delle forze di polizia per raggiungere gruppi di opposizione, forze di sicurezza privata, vigilantes e singoli cittadini. Tale diffusione innesca in molte società una spirale di violenza che a sua volta aumenta la domanda di armi da fuoco. Differenti cause originano differenti forme di violenza: la violenza politica che oppone i governi a milizie rivoluzionarie che combattono per rovesciarli o per ottenere lindipendenza, la violenza allinterno delle comunità, che coinvolge diversi gruppi etnici o religiosi o basati su identità specifiche, la violenza criminale, che coinvolge trafficanti di droga, gruppi del crimine organizzato e microcriminalità. E in molti paesi anche i cittadini acquistano sempre più armi da fuoco a scopo di autodifesa. Documenti delle Nazioni Unite allertano sullincontrollabile diffusione delle armi leggere. Nel mondo sarebbero in circolazione almeno 500 milioni di pezzi. Gli arsenali, alimentati da una produzione che ammonta a decine di milioni di armi lanno, continuano ad ingrossarsi. Il mercato premia con un aumento annuale globale del fatturato del 10%. Ma quali sono le ragioni di questo successo?
Sono le armi privilegiate in tutti i conflitti contemporanei, dove il 90% delle vittime sono civili. I guerriglieri che vediamo nelle immagini televisive imbracciano pistole, carabine, fucili dassalto, bombe a mano, mitragliatrici, mortai, lanciagranate, bazooka, lanciamissili terra-aria. Nella prima metà degli anni 90 almeno 3,2 milioni di persone sono morte per cause collegate alla guerra. Nonostante le armi leggere siano oggi riconosciute da tutti come il nuovo flagello dellumanità, non ci sono norme internazionali o standard sulle armi leggere. La loro produzione, il commercio e il possesso sono tuttora non controllati e regolati. Le Nazioni Unite hanno individuato questo fenomeno come una vera e propria emergenza: per questo hanno indetto una Conferenza internazionale prevista per la primavera del 2001 sul mercato illegale delle armi leggere. Il Segretario generale dellONU Kofi Annan ha sottolineato come limpegno contro le piccole armi e "una sfida chiave per prevenire i conflitti nel prossimo secolo". Geografia delle esportazioni di armi italiane LItalia, secondo i dati di Amnesty International, ha effettuato consegne di armi per un valore di 1.715 miliardi a Paesi quali lEritrea (nonostante fosse in guerra con lEtiopia), allIndia e al Pakistan (in guerra tra loro), allAlgeria, alla Turchia e alla Colombia (i cui governi centrali fronteggiano opposizioni armate ed i cui corpi di sicurezza e polizia non brillano certamente per il rispetto dei diritti umani). Ancora più preoccupante si presenta il futuro, in quanto sempre nel 1999 sono state concesse autorizzazioni allesportazione per un valore di 2.596 miliardi: ben il 41,22% in più rispetto allanno precedente!Nel teatro di guerra dei Balcani, il conflitto più vicino ai nostri confini, le armi italiane avevano fatto la loro comparsa già allinizio degli anni 90. E neppure lembargo delle Nazioni Unite ha evitato che esportazioni di armi "comuni da sparo " finissero nella martoriata ex Jugoslavia. In Croazia, nel 98, sono arrivate dallItalia munizioni, pistole ed equipaggiamenti antisommossa per più di 200 milioni di lire. Tra il 96 e il 98, stando ai dati ISTAT sul commercio estero, lItalia ha venduto a Belgrado 125.000 dollari di armi leggere, tra cui fucili a canna rigata, micidiali nelle mani dei cecchini. Nel 98, alla Bosnia Erzegovina sono state vendute cartucce per fucili a canna rigata per più di 53 milioni di lire, alla Slovenia rivoltelle, pistole e fucili da caccia a canna rigata per circa 90 milioni di lire. Alle porte dellEuropa, la Turchia
è, da alcuni anni, il secondo importatore mondiale di armi leggere italiane
malgrado le preoccupazioni per le esecuzioni extragiudiziali e le "sparizioni",
gli arresti indiscriminati e soprattutto il conflitto, che dura da quattordici anni, tra
le forze governative e frange del Partito dei lavoratori curdi (PKK), in sei province a
sud est del Paese. Amnesty International è intervenuta nel 96 per chiedere il
blocco delle vendite di fucili dassalto, strumenti per elettroshock, blindati ed
elicotteri, a causa degli omicidi extragiudiziali e degli attacchi indiscriminati sui
villagi curdi. Nel 96 sono state vendute 3.324 pistole per un ammontare di 1,9
miliardi e 9,6 tonnellate di munizioni e proiettili (300 milioni di lire). Nel 97,
circa 3.500 pistole per un valore di 1,8 miliardi e circa sette tonnellate di munizioni
(200 milioni). I Paesi dellarea mediterranea hanno importato una significativa quantità di armi italiane. Il Marocco ha acquistato 807 pistole (600 milioni di lire) nel 1996 e altre 250 per 200 milioni di lire nei primi mesi del 97. In Tunisia, nel 1993, sono state esportate, secondo la Relazione governativa, 1023 pistole calibro nove per un ammontare di un centinaio di milioni. LAlgeria, sconvolta dalla guerra civile, ha importato 250.000 cartucce nel 93, 6050 pistole per 2 miliardi e mezzo nel 96, 9000 pistole per più di 4 miliardi nel 97 e pezzi di ricambio per armi leggere nel 98. Nellarea del Corno dAfrica, in cui si cerca di attuare una moratoria sulle armi leggere, lItalia è un importante fornitore. Negli anni 93-97 è il principale esportatore (1.6 milioni di dollari) di armi leggere ed esplosivi in Sierra Leone, dove le Nazioni Unite hanno imposto un embargo nellottobre 1997. Nel 97 sono arrivati 1.600.000 bossoli per fucili. Tra il 97 e il 98 sono stati esportati 70.000 dollari di armi e 34 mila di esplosivi e detonatori "per uso industriale". Nessuna di queste esportazioni è indicata dalla Relazione Annuale. Eppure armi di fabbricazione italiana, secondo alcune testimonianze, sono sia accumulate in depositi dellesercito governativo che nascoste casa per casa. E sono state viste persino nelle mani dei bambini soldato che combattono nel Paese. Alla Burkina Faso, che appoggia i ribelli del FUR, sono state vendute pistole italiane per 87.000 dollari nel 97 e per 22.000 dollari nella prima metà del 98. In Guinea, infine, sono arrivate 450 tonnellate di esplosivi e detonatori. Nella regione dei Grandi Laghi, malgrado la valanga di prove delle massicce violazioni dei diritti umani commessi da tutte le parti in conflitto, sono stati effettuati trasferimenti di armi, equipaggiamenti, addestramento e personale. Gli armamenti degli aggressori, venduti da commercianti dellEuropa occidentale, comprendevano di tutto, dalle armi leggere a gli elicotteri militari. Le armi leggere sono usate ogni anno per uccidere 150.000 donne, uomini e bambini. Ciò non deve più accadere! Bisogna dare alle popolazioni una sicurezza che non dipenda dal possesso di unarma e impedire che queste armi non cadano nelle mani sbagliate. La legge e la Costituzione italianaIn Italia esiste unottima legge sul commercio delle armi. Ciò che rende innovativa la legge 185/90 sono le misure di trasparenza e i divieti di esportazione di armamenti espressi nellart. 1, comma 6:
Per limportanza che attribuisce al rispetto e alla
promozione dei diritti umani, alla prevenzione dei conflitti e per le formulazioni
avanzate dei divieti, la legge italiana rappresenta un modello nel panorama
internazionale, che tuttavia in dieci anni di applicazione, è stato disatteso sotto
diversi aspetti. La 185 è stata aggirata attraverso un susseguirsi di atti regolamentari
e da una tendenza interpretativa sempre più riduttiva, che stanno svuotando la
disciplina. Per salvaguardare "la riservatezza commerciale delle imprese" il Governo ha diminuito la quantità e la qualità delle informazioni contenute nella Relazione Annuale alle Camere e, di conseguenza, il ruolo di controllo e indirizzo del Parlamento. Non è più possibile incrociare i dati relativi alle armi vendute coi Paesi destinatari e, quindi, sapere con esattezza cosa si è esportato e a chi. Una delibera restrittiva ha affidato laccertamento delle violazioni dei diritti umani (che fa scattare automaticamente il divieto dellart.1) solo ad organi delle Nazioni Unite e dellUnione Europea che si sono dimostrati inappropriati e non particolarmente attivi nellinfliggere condanne. Inoltre il Ministero degli Esteri valuta discrezionalmente "il grado di tensione" del conflitto o la misura della "latente conflittualità" e quindi decide, di volta in volta, quali tipi di armamento tollera la guerra in corso. E necessario, inoltre, recuperare i valori della carta costituzionale; cioè pensare ad una politica di Difesa o meglio di Pace che non sia impostata sul concetto di sicurezza come tutela di interessi particolari, ma sulla promozione e salvaguardia dei principi della solidarietà e cooperazione interna ed internazionale. L'opzione internazionalista e pacifista dei nostri costituenti, sviluppata in tre scelte di fondo: il ripudio della guerra (art.11), il rispetto del diritto internazionale (art.10) e la disponibilità dello Stato a partecipare ad organizzazioni internazionali aventi come scopo la pace e la giustizia tra le nazioni (art.11), può trovare una piena espressione solo adottando un modello di difesa che ponga tali principi come basi. Subito dopo la guerra del golfo, nel 1991, è stato creato il Registro ONU delle Armi Convenzionali. Ogni Stato che ha aderito deve comunicare annualmente le vendite e le importazioni di grandi sistemi darma (carri armati, aerei, navi da guerra...). Tuttavia il Registro ONU non obbliga gli Stati a dichiarazioni complete e veritiere e molti Paesi, in particolare quelli dellarea del Medio Oriente (tra cui lArabia Saudita), non hanno aderito. Inoltre, questo strumento non contempla le armi leggere, perciò molti Stati, rilevando tale anomalia, hanno chiesto lestensione a tali equipaggiamenti: questo sarà uno degli obiettivi della "Conferenza ONU sul traffico di armi in tutti i suoi aspetti" del 2001. Un rappresentante del Ministero della Difesa ha espresso nelle settimane passate il suo scetticismo sulle possibilità di raggiungere questo obiettivo fondamentale, per cui dovremo, anche a livello nazionale, premere molto su questo argomento per indirizzare la posizione del nostro Governo. Un importante passo in avanti è stato compiuto con ladozione nel 1998 del Codice di Condotta dellUnione Europea sulle Esportazioni di Armi. Lo scorso ottobre è stato reso pubblico il primo Rapporto Consolidato, seppur molto scarno, sui trasferimenti di armi. E importante che sia stato reso pubblico (non era obbligatorio) e che contenga un minimo di informazioni sulle consultazioni che avvengono quando uno Stato vuole autorizzare unesportazione negata da un altro partner europeo, e sui dinieghi. Sempre a livello internazionale dobbiamo sottolineare che Amnesty International supporta il progetto di un Codice di Condotta Internazionale sui Trasferimenti di Armi presentato da 18 premi Nobel per la pace. Questo prevede che i trasferimenti di tutte le armi, incluse le armi leggere, non debbano essere consentiti se lo Stato importatore non rispetta uno degli otto principi, che prevedono, tra laltro, il rispetto dei diritti umani, del diritto umanitario internazionale e la promozione dello sviluppo umano. Tutti questi strumenti sono complementari tra loro, ma necessitano di essere migliorati nelle lacune, applicati rigorosamente, armonizzati, estesi a tutti gli Stati e a tutte le categorie di armi, e, soprattutto, resi obbligatori. |
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