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Introduzione

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I principi del Commercio Equo e Solidale

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Gli attori del Commercio Equo e Solidale

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Le Botteghe del Mondo

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Marchi di garanzia

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I cinque significati del CEeS

 

Introduzione

Il Commercio Equo e Solidale rappresenta una forma di scambio con realtà produttive di paesi del "Terzo Mondo" sostanzialmente diversa da quella del mercato tradizionale, e finalizzata al superamento del sistema dell’economia "coloniale".

Se questa, infatti, è fortemente caratterizzata dallo sfruttamento della manodopera e delle risorse ambientali dei Paesi del Sud del mondo e dalla rapina delle materie prime ad un prezzo imposto dalle imprese multinazionali, l’economia Equa e Solidale propone invece un tipo di commercio che considera centrali i bisogni dei produttori – artigiani o contadini – e delle loro comunità, rispettando al tempo stesso l’esigenza/diritto dei consumatori alla piena informazione su quelli che sono i termini, sociali ed economici, che accompagnano lo scambio.

In questo senso, il termine "Fair Trade" (con cui si designa il commercio Equo e Solidale nei Paesi anglosassoni), rende probabilmente molto meglio dell’espressione adottata in Italia la pienezza del ruolo assegnato al consumatore consapevole: ben più che atto caritatevole o testimoniale, il Fair Trade è uno scambio "garbato", attento alle ragioni ed alla storia degli altri, è un ponte diretto fra l’economia e l’ecologia. È curiosità di praticare con coscienza.

Uno degli slogan più famosi del CEeS è: "Vuoi cambiare il mondo? Comincia da un caffè". Questa frase contiene in sé l’obiettivo primario del Commercio Equo e Solidale; provare a costruire rapporti economici improntati al rispetto dei diritti umani, alla solidarietà, alla salvaguardia dell’ambiente, alla trasparenza dell’attività economica. Un’autentica rivoluzione, dunque, da realizzarsi giorno per giorno, in un gesto apparentemente banale quale la spesa quotidiana, quale l’acquisto di un pacchetto di caffè.

Caffè, cacao, tè, spezie, zucchero, miele, biscotti, frutta secca, riso, legumi fra i prodotti alimentari; gioielli e bigiotteria, tessuti, abbigliamento, borse, oggettistica in vetro, in ceramica e in legno, cesti, giocattoli nel campo dell’artigianato: ecco qualche esempio di ciò che, entrando in una delle Botteghe del Mondo in Italia o in Europa, potrete acquistare, sicuri di una scelta consapevole, responsabile e solidale...

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I principi del Commercio Equo e Solidale

Il Commercio Equo e Solidale tende a garantire:

un prezzo equo, tale cioè da consentire ai lavoratori ed alle loro famiglie il soddisfacimento dei bisogni essenziali ed un livello di vita dignitoso. Il prezzo viene preferibilmente stabilito insieme dal produttore e dall’importatore, e non imposto dall’agente che si trova in posizione di maggiore forza, come avviene nel tradizionale mercato capitalistico;
la piena dignità del lavoro, che vuol dire un ambiente di lavoro salubre e la non discriminazione sul lavoro di alcuni gruppi della popolazione (ad esempio donne o disabili); dignità del lavoro, inoltre, significa non accettare, in assoluto, il ricorso allo sfruttamento del lavoro minorile;
la democrazia nel processo di lavoro: tutti i prodotti provengono, infatti, da comunità, villaggi e cooperative attente alla reale partecipazione alle decisioni da parte di tutti i lavoratori, favorendo così la loro responsabilizzazione; inoltre, non si ammettono divergenze eccessive nelle retribuzioni fra quanti ricoprono incarichi anche molto differenziati all’interno della struttura produttiva;
il prefinaziamento dei propri partner commerciali: al momento in cui viene effettuato l’ordine, l’importatore anticipa fino al 50% del pagamento complessivo, così da consentire ai lavoratori di far fronte alle loro esigenze, senza diventare ostaggi di usurai o intermediari locali, senza subire in pieno le oscillazioni dei mercati borsistici, senza vivere le incertezze legate alle difficoltà di collocazione delle proprie merci;
la sostenibilità ambientale: si privilegiano e si incentivano le lavorazioni non inquinanti e basate su metodi naturali, si evita di ricorrere all’importazione di materie prime scarse e difficilmente riproducibili, si ricorre sempre più spesso all’agricoltura biologica;
la solidarietà, attraverso progetti di rilevante impatto sociale di cui possa beneficiare tutta la comunità (es. scuole, ospedali, miglioramento delle condizioni e delle tecnologie di lavoro, ecc.);
la trasparenza, perché il consumatore sia consapevole e pienamente informato di dove va a finire ogni lira che compone il prezzo che paga. A tal fine la gran parte dei prodotti sono accompagnati da schede che, in dettaglio, riportano la composizione delle varie voci di spesa che vanno a comporre il loro costo finale.

Il Commercio Equo e Solidale è tutto questo, ma anche molto altro: nel prefigurare un’economia realmente "alternativa" rispetto a quella dominante, si cerca di evitare, ad esempio, che una comunità dipenda totalmente da una produzione, tanto più se questa è destinata ad un mercato estero, anche se equo. Così, per molti dei gruppi di produttori è naturale rivolgersi prima di tutto al mercato locale e cercare di essere autosufficienti per alcuni dei bisogni fondamentali.

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Gli attori del Commercio Equo e Solidale

A sostenere questa catena di coscienza, concorrono essenzialmente cinque "attori":

i produttori, agricoltori o artigiani dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, alla ricerca di percorsi originali per il loro sviluppo;
le centrali di importazione (ATO’s, Alternative Trade Organisations), che curano il rapporto con i produttori, l’importazione e la diffusione dei prodotti presso i punti vendita;
le Botteghe del Mondo, che fungono da distributori ultimi, oltre ad effettuare attività di controinformazione, sensibilizzazione e promozione culturale del consumo responsabile;
i consumatori, che scegliendo un prodotto del Commercio Equo e Solidale anziché uno analogo sul mercato tradizionale si riappropriano del loro potere (un potere straordinario: il potere di acquistare), trasformando un atto quotidiano in un’operazione di giustizia e responsabilità;

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Le Botteghe del Mondo

Il Commercio Equo e Solidale è oggi una realtà commerciale ben affermata in Europa.

Nasce nel Nord Europa negli anni 60 con le prime "organizzazioni commerciali alternative" che avevano come direttive quelle di diffondere una nuova forma di cooperazione non più basata sull'assistenzialismo, ma incentrata sul coinvolgimento delle forze sociali emarginate individuate nelle piccole cooperative di villaggio e nelle leghe di produttori agricoli o artigianali.

Le realtà delle organizzazioni nel nord Europa si svilupparono notevolmente fino ad assumere dimensioni, come testimonia la GEPA in Germania, con 300 punti vendita e 6 magazzini regionali, assai significative.

In Olanda il CEeS esordisce con la specializzazione dei prodotti in particolare il caffè che tramite un movimento di opinione portò al varo di una legge che obbligava i principali importatori ad acquistare una parte corrispondente al 15 % del prodotto dai piccoli coltivatori evitando la rete commerciale delle multinazionali.

In Italia, il movimento del commercio equo e solidale prende l’avvio agli inizi degli anni ’70, ma solo verso la fine degli anni ’80 esplode veramente.

Oggi, sono più di 200 le "botteghe del mondo", nome dato ai negozi dove è possibile acquistare i prodotti del Commercio Equo. Centinaia le associazioni, le cooperative, i piccoli gruppi di vario tipo che da anni sono coinvolti nella diffusione di questi prodotti alimentari ed artigianali alternativi.

In principio, più che veri negozi, erano dei centri di incontro e sensibilizzazione sul concetto di giustizia economica. Solo con gli anni ’80 l’elemento commerciale ha cominciato a prevalere e le botteghe si sono trasformate in veri punti di vendita, con proprie strategie commerciali.

Le centrali di importazione più importanti sono: la "CTM" (Cooperazione Terzo Mondo) di Bolzano, con una struttura centralizzata che si occupa di ogni fase dell’importazione dei prodotti, provenienti da oltre 33 Paesi dell’Africa, America Latina e Asia, e "Commercio Alternativo", con sede a Ferrara e struttura decentralizzata, che funziona come un consorzio d’organismi autonomi. Queste e gli altri importatori italiani (RAM – Robe dell’Altro Mondo e Sir John) raggiungono oltre i 100.000 consumatori.

Il fatturato europeo del commercio equo e solidale è di 400 miliardi di lire l’anno (vendite al dettaglio), per consentire una vita dignitosa a 800.000 famiglie di agricoltori ed artigiani, ovvero a 5 milioni di persone. Non si tratta dunque di briciole.

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Marchi di garanzia

Per la certificazione dei prodotti del Sud del mondo commerciati ad un prezzo equo, venduti attraverso i canali della grande distribuzione in Europa, esistono 3 marchi: Fair Trade Mark, TransFair, Max Havelaar.

Sono queste organizzazioni che hanno il compito di controllare e certificare l’eticità dei produttori dai quali è possibile importare prodotti secondo criteri equi e solidali.

Non commercializzano, quindi, i prodotti ma si limitano a stabilire i criteri del mercato equo, a fissare i prezzi da pagare ai consumatori, a tenere un registro dei produttori stessi, a concedere il loro marchio di garanzia del rispetto di queste condizioni a partners commerciali (importatori e distributori).

In Italia troviamo il marchio TransFair, per ora solamente per il caffè e tè, distribuiti dalla Coop. TransFair Italia è rappresentante per il nostro paese del marchio TransFair ed è quindi l’unico interlocutore per tutti i partners commerciali che vogliono distribuire in Italia prodotti del mercato equo, garantiti dal marchio TransFair.

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I cinque significati del CEeS

Abbiamo visto cos’è il CEeS e quali sono i principi a cui si ispira; abbiamo sottolineato come esso rappresenti un fenomeno in espansione in Europa e in Italia e quali sono i protagonisti di questo mercato. Concludiamo ora cercando di andare oltre le cifre e i dati, per capire la reale portata e i diversi significati di questo commercio alternativo.

1. Il significato simbolico

Uno dei significati più importanti e immediati del CEeS é quello simbolico, cioè pre-logico, pre-cognitivo, pre-intenzionale, un significato quasi inconscio, naif.

È un significato legato alla materialità del commercio, alla fisicità dei prodotti. Il consumatore che pratica il CEeS indirizza la sua scelta verso un determinato tipo di oggetti, di cose, di prodotti. E questo ha la sua importanza perché dentro e dietro ogni prodotto c'è un valore aggiunto, il legame con un popolo, una cultura, una terra. Acquistare determinati prodotti e portarli dentro casa significa accettare un "codice di riconoscimento" invece di un altro. Per alcuni sarà soltanto una questione di gusto per l'esotico, ma per altri potrà essere molto di più.

Quei prodotti si mangiano, si indossano, con quei prodotti abbelliamo le nostra case, quindi entrano a far parte di noi, della nostra vita, dell'immagine che gli altri si fanno di noi.

Se adorno la mia casa con oggetti di piccolo artigianato africano, asiatico o latino-americano trasmetto anche la mia volontà di abitare in una "casa di mondialità", in uno spazio aperto a dimensioni universali e con un respiro interculturale.

 

2. Il significato politico

Ho già sottolineato che il CEeS è un modo nuovo di fare cooperazione, un esempio di cittadinanza attiva, il segno della vitalità del terzo settore, quello dell'economia sociale.

Ebbene tutto questo ha un significato politico, è una piccola conferma della riacquisizione del potere da parte dei cittadini, della creatività del sociale.

Dentro il CEeS v'è un pensiero strategico e organizzativo, non è solo spontaneità. Nel CEeS prende corpo un patto di cooperazione tra soggetti del Nord e del Sud, un vero contratto di solidarietà.

Il CEeS riesce a fare del cittadino consumatore del Nord un soggetto politico dotato di un potere effettivo. Certo, questo potere non va sopravvalutato ma neanche sottovalutato. Il problema di fondo è quello di assicurare più efficacia al CEeS, portandolo ad incidere sul livello strutturale del cambiamento sociale. Ma ancora siamo ben lontani da questo obiettivo, anche se la direzione è quella giusta.

 

3. Il significato economico

Il CEeS è un esempio di cooperazione economica di base e il segno della vitalità del terzo settore, dell'impresa sociale. Promuove forme di autosviluppo, crea lavoro al Sud (circa 40 mila produttori del Sud sono sostenuti attraverso il commercio alternativo). Certo, non mancano alcuni inconvenienti, almeno apparenti: ad esempio il fatto che molti prodotti appartengono alla sfera del cosiddetto "consumo di lusso", oppure il fatto che un piccolo gruppo di produttori (contadini e artigiani del Sud) sono privilegiati, mentre gli altri no. E ancora, il rischio che si possano creare nuove dipendenze, poiché una volta che dal committente non giunge più l'ordinativo, il prefinanziamento e l'acquisto delle merce, tutto può precipitare e ritrovarsi in una situazione ancora peggiore.

Ma nonostante questi pericoli, il CEeS merita attenzione e sostegno perché gli aspetti positivi sono di gran lunga superiori alle controindicazioni.

Come sottolinea Alberto Castagnola, economista e ricercatore presso l’IDOC: "…il commercio equo e solidale deve far comprendere la sua natura di "soluzione parziale necessitata". I popoli del sud del mondo devono veder garantiti degli sbocchi ai prodotti del loro lavoro, senza intermediari e sfruttamento. Ciò non è solo una scelta morale o un atto di bontà, bensì un riconoscimento di giustizia, nel comune interesse di una sopravvivenza dell'umanità. In sostanza gli acquirenti di prodotti equi e solidali non devono essere mossi solo da un imperativo etico individuale, ma devono essere coscienti di desiderare una merce diversa. Diversa nella sua qualità (prodotti biologici, non addizionati a composizione dichiarata), nel rapporto produttori - prodotto ( produttori locali associati, lavorazioni autogestite e con il controllo sulla remunerazione), nel suo valore economico (prezzi trasparenti, costi determinati in accordo con i produttori, prezzi di mercato concorrenziali per la qualità ma non sempre per il costo che spesso è maggiore di quello dei prodotti tradizionali). In questo modo, la scelta di comperare è determinata dall'opportunità di creare un mercato alternativo nelle sue motivazioni: non si acquista per aumentare i propri consumi, ma per incrementare le "loro vendite".

In questo senso, il commercio equo e solidale è una componente di un nuovo modello di sviluppo e deve assumere dimensioni più ampie per dimostrare la possibilità di creare "l'altro mercato". Il sistema dominante non sarà invece scalfito, se la crescita delle quote di mercato potrà essere imputata solo alla bontà d'animo di una ristretta cerchia di persone più o meno danarose".

 

4. Il significato culturale

Non v'è dubbio che il CEeS ha potuto affermarsi e diffondersi anche in Italia, ciò vuol dire che lo hanno favorito. Ci riferiamo ad una cultura d'impresa, ad una cultura della cooperazione e ad una cultura della cittadinanza.

Non è pensabile che tanti consumatori critici scelgano il commercio alternativo senza una coscienza che sta alla base di quel resto. Una Bottega Terzo Mondo non è solo un punto vendita sul territorio ma può diventare un vero laboratorio di coscienza politica.

Gli operatori del CEeS sono dei coscientizzatori sociali, artefici di una nuova cultura economica. Per questa ragione bisogna dare la giusta importanza a due aspetti: come informare i consumatori sui prodotti o come fare dei prodotti un veicolo di informazione. Obiettivo di tale informazione è aiutare a capire culture diverse, creare una coscienza critica sui nostri rapporti con il Sud del mondo e rafforzare la nostra solidarietà con le popolazioni impoverite.

L'informazione dei prodotti deve tendere anzitutto a far conoscere le condizioni di vita dei produttori locali, cioè dei contadini e degli artigiani. In secondo luogo l'informazione può riguardare il rapporto tra certi prodotti e la problematica della dipendenza dal mercato internazionale (per esempio il commercio del tè). Quindi l'informazione sui processi e sulle politiche di sviluppo del terzo mondo, ma anche sul ruolo del nostro paese.

È importante poi valorizzare un altro aspetto: l'uso del prodotto stesso come veicolo di informazione su culture diverse, come oggetto che esprime la cultura di un popolo (ad esempio la tradizione della lavorazione dell'alpaca in Perù e in Bolivia, i manufatti artigianali/artistici sono il segno vivo di altre culture. Così pure i gioielli, le ceramiche, i cesti, i maglioni, i tappeti, gli arazzi... sono frutto delle tradizionali lavorazioni e fabbricati con materie prime rinnovabili).

 

5. Il significato educativo

Il CEeS è anche una grande palestra di pedagogia sociale, una forma di alfabetizzazione economica dal basso. Oggi, in questa società, occorre il gesto, il comportamento, l'azione, la testimonianza personale. E il CEeS è una vera pedagogia dei gesti: educare facendo. Volendo individuare alcuni importanti aspetti educativi che sono impliciti nel CEeS, segnaliamo i seguenti:

il CEeS restituisce fiducia al cittadino e riconduce il cambiamento nella quotidianità;
genera consapevolezza economica e coscienza ecologica;
aiuta a capire l'intreccio complesso tra rapporto Nord/Sud, stili di vita e modelli di consumo;
ha un forte potere di contagio, proprio perché centrato su un comportamento di solidarietà e di giustizia.

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