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BS00044A.gif (2229 byte) LA COOPERAZIONE INUTILE

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La cooperazione inutile

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Verso politiche planetarie di sicurezza sociale

 

La cooperazione inutile

Se l'analisi sin qui svolta è corretta, risulta evidente che al paradìgma di sviluppo proposto dalla logica del libero mercato corrisponda l'inutilità della cooperazione.

Sono venuti meno i soggetti che potrebbero cooperare (gli stati e le società civili) ma è anche venuta meno la consapevolezza del "dovere" della cooperazione : i poveri vanno abbandonati a se stessi : si può e si deve vivere senza di loro.

L'interdipendenza e la globalizzazione che comportano la crisi dello Stato nazionale, mettono in crisi oppure no, anche il paradigma della cooperazione, così come è stata gestita fino adesso?

Partiamo da alcuni dati. La tabella seguente evidenze la distribuzione del reddito a livello mondiale.

Come si può notare i dati dell'UNDP parlano piuttosto chiaro:

Popolazione mondiale

Reddito mondiale

20% più ricco

82,7%

20%

11,7%

20%

2,3%

20%

1,9%

20% più povero

1,4%

In un mondo con queste caratteristiche parlare di cooperazione è un non senso: è più corretto parlare di ridistribuzione delle ricchezze. Ed osservando "l'amaro calice" della povertà mondiale si comprende il crudo significato di concetti quali "cooperazione come sicurezza" laddove sicurezza si intende "sicurezza per me a scapito di altri ed a qualunque costo".

Questa disparità, ovviamente, non riguarda solo il reddito ma tocca tutti gli elementi della vita sociale ed economica. L'attività economica (nello specifico 4 ambiti della stessa) sia "iniquamente" distribuita a livello mondiale. Al solito: l'84% del commercio mondiale è in mano al 20% più ricco mentre solo lo 0,9% riguarda il 20% più povero della popolazione mondiale. Si tratta, ovviamente, di dati che hanno valore e significato solo se connessi l'uno con l'altro anche se, come chiunque può capire, si tratta sempre di dati estremamente significativi. Nello specifico caso del commercio qui citato possiamo certo sostenere che "cooperazione" in questo ambito non può essere progetto scisso dalla necessità di rendere il commercio internazionale stesso più equo.

Del resto in questi ultimi decenni la disparità tra ricchi e poveri è aumentata.

Il rapporto tra il reddito del 20% più povero della popolazione mondiale ed il 20% più ricco sia passato da 30/1 a 60/1. Se poi i conti vengono fatti disaggregando i dati per paese o per sesso si hanno situazioni ancora più gravi.

Questi dati interrogano la cooperazione che, idealmente, aveva il compito di colmare almeno in parte il fossato tra ricchi e poveri per permettere ad ogni uomo e donna di questo pianeta di accedere a livelli di vita decenti.

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Verso politiche planetarie di sicurezza sociale

Probabilmente la cooperazione allo sviluppo deve pian piano trasformarsi in "politica globale di sicurezza sociale", un "welfare" planetario. La cooperazione allo sviluppo dovrebbe divenire un insieme di strumenti (finanziari, progettuali, pubblici e privati) che hanno lo scopo di permettere e garantire la sicurezza sociale di ogni persone del pianeta. Una sicurezza definita non dal senso bellico del termine ma da qualità di vita degna di questo nome e riassumibile (seguendo le indicazioni dell'Undp) nel concetto di "sviluppo umano" che segna la scelta di un uovo paradigma per lo sviluppo (Per sviluppo umano l'Undp intende "il processo che permette alle persone di ampliare la propria gamma di scelte. Il reddito è una di queste scelte, ma non rappresenta la somma totale delle esperienze umane. La salute, l'istruzione, l'ambiente salubre e la libertà di azione e di espressione sono fattori altrettanto importanti. La sviluppo umano, di conseguenza, non può essere promosso da una ricerca a senso unico della sola crescita economica. La quantità della crescita è fondamentale (... ) ma altrettanto importante è la distribuzione della crescita, vale a dire se le persone partecipano pienamente al processo di crescita").

Il passaggio dalla cooperazione alla sicurezza sociale globale impone però un radicale mutamento i mentalità e di paradigma. Occorre prendere davvero coscienza che siamo sulla stessa barca, occorre che il "dovere di solidarietà", sino ad ora riconosciuto entro la cerchia della propria comunità o nazione, allarghi la propria ottica sino a comprendere il mondo intero.

Nell'epoca della globalizzazione e della interdipendenza - questa è la sfida - il dovere di solidarietà non si ferma ai confini della mia nazione ma "li supera" (in senso psicologico, visto che in senso tecnico essi neppure esistono più... ) allargando l'orizzonte della azione politica e dei progetti di società.

Una sfida dalla enorme portata: oggi noi non percepiamo davvero questo dovere di solidarietà (nel senso politico del termine) a livello planetario. Al massimo siamo giunti agli aiuti ed alla emergenza umanitari (aiuti ed emergenze "necessari e doverosi" a prescindere all'appartenenza nazionale proprio perché rivolti legati al fatto stesso di essere "uomini", ovvero di appartenere al genere umano, e pertanto "universali"). Ma al "dovere di solidarietà" nel senso di "dovere" che interpella ogni uomo ed ogni società (a prescindere dall'appartenenza nazionale) alla costruzione di un ambiente di vita "umano" ove ogni persona abbia la possibilità di realizzare le proprie potenzialità non siamo ancora giunti. Paghiamo un ritardo antropologico: la realtà è evoluta ad una velocità altissima e noi non abbiamo sviluppato con la stessa velocità la nostra coscienza ed i mezzi per governare la nuova realtà.

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