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s.wmf (13482 byte)INTESI

La cooperazione nasce nel secondo dopoguerra e passa attraverso cinque fasi: la motivazione politico-ideale (anni ‘45-’50); la motivazione politico-economica (anni ‘50); la motivazione etico-sociale (anni ’60); la cooperazione come marketing (anni ‘70-‘80); la cooperazione come sicurezza (anni ‘90).

 

Sono venuti meno i soggetti che potrebbero cooperare (gli stati e le società civili) ma è anche venuta meno la consapevolezza del "dovere" della cooperazione : i poveri vanno abbandonati a se stessi : si può e si deve vivere senza di loro.

 

Probabilmente la cooperazione allo sviluppo deve pian piano trasformarsi in "politica globale di sicurezza sociale", un "welfare" planetario. La cooperazione allo sviluppo dovrebbe divenire un insieme di strumenti (finanziari, progettuali, pubblici e privati) che hanno lo scopo di permettere e garantire la sicurezza sociale di ogni persone del pianeta. Una sicurezza definita non dal senso bellico del termine ma da qualità di vita degna di questo nome e riassumibile (seguendo le indicazioni dell'Undp) nel concetto di "sviluppo umano" che segna la scelta di un nuovo paradigma per lo sviluppo.

 

Nel 1998 l'Italia ha destinato 2.300 milioni di dollari alla cooperazione allo sviluppo, lo 0,20% del suo Prodotto Interno Lordo (PIL). Per quanto esso abbia rappresentato un netto incremento rispetto all'anno passato, quando l'aiuto ufficiale allo sviluppo ha rappresentato appena lo 0,11%, questo risultato colloca l'Italia, in termini relativi, al penultimo posto della classifica dei paesi donatori del DAC dell'OCSE.

 

La riduzione dell’APS italiano è stata controbilanciata da una sua maggiore concentrazione geografica e settoriale. A livello geografico, infatti, si sono consolidati tre approcci: una più intensa cooperazione nell’area mediterranea, una più forte azione a favore dei paesi più poveri del Africa Sub-Sahariana e, per ultimo, una politica rivolta ad rafforzare i processi di integrazione regionale.

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