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La Cooperazione in un Mondo Interdipendente

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A. Prima fase: la motivazione politico-ideale (anni ‘45-’50)

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B. Seconda fase: la motivazione politico-economica (anni ‘50)

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C. Terza fase: la motivazione etico-sociale (anni ’60)

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D. Quarta fase: la cooperazione come marketing (anni ‘70-‘80)

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E. Quinta fase: la cooperazione come sicurezza (anni ‘90)

 

La Cooperazione in un Mondo Interdipendente

Siamo sempre più convinti che il futuro che ci aspetta è un futuro "comune"; il futuro dell’umanità intera e della terra in cui essa vive. Si parla ormai da tempo di globalizzazione e di mondo interdipendente, in cui la debolezza di un paese è la debolezza di tutti. La fame, i problemi ambientali, l’Aids, la droga, il debito, non hanno confini ed indeboliscono tutti i paesi, tutte le popolazioni, ognuno di noi. Ciò comporta che bisogna passare dalla logica dell’aiuto a quella della compartecipazione per la risoluzione di problemi comuni. Forse è terminata l’epoca nella quale ciascun Paese poteva pensare di "farcela" da solo. Chi pensa ancora questo, politico o semplice cittadino che sia, appartiene al passato; chi non capisce che il mondo di oggi è interdipendente, appartiene al secolo precedente.

 

Eppure, sembra proprio che molti Paesi ancora non siano riusciti a capire che, con una povertà crescente, tanto al Sud quanto nel Nord, la cooperazione non è più una possibilità o una scelta politica, ma piuttosto "un obbligo", o meglio un investimento nel proprio futuro. Lo sradicamento della povertà dovrebbe essere visto come un bene pubblico internazionale, che promuove la pace, la sicurezza e la sostenibilità ambientale.

La verità, tuttavia, è che il Nord del mondo sta visibilmente evitando di compiere questa scelta di priorità.

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Cooperazione Internazionale: dal 1945 ad oggi

La cooperazione nasce nel secondo dopoguerra e passa attraverso cinque fasi.

A. Prima fase: la motivazione politico-ideale (anni ‘45-’50)

La fine della II guerra mondiale porta con sé la consapevolezza che l'umanità andava considerata come un tutto richiedente un governo complessivo dei conflitti e dei problemi. Vi è un impeto "ideale" che spinge alla costruzione dì un "nuovo" mondo. La nascita dell'ONU (1945), la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948, ed i successivi convenants del 1966) costituiscono la base dello strumento multilaterale della cooperazione.

Su questa spinta nascono le agenzie dell'ONU (FAO, OMS, UNICEF, ecc.) che sottolineano l'aspetto ideale della cooperazione e si fondano su motivi di solidarietà, interdipendenza e coscienza più ampia del "bene comune" allargato a tutta l'umanità e non più riferito solo ai singoli popoli a alla loro semplice sommatoria.

Tutti motivi che postulavano e postulano il superamento del concetto di stato-nazione come concetto di riferimento al fine di una applicazione a livello mondiale dei principi della giustizia distributiva e legale.

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B. Seconda fase: la motivazione politico-economica (anni ‘50)

Dal 1949 la cooperazione assume una nuova colorazione. Il 20 gennaio del '49, come abbiamo già visto, il Presidente degli USA Truman tiene al Congresso un discorso fondamentale.

Gli USA si pongono dunque ad esempio per i paesi in "ritardo" nello sviluppo. E già che ci sono si auto nominano "maestri" di sviluppo e quindi di cooperazione.

Il tutto diventa più chiaro leggendo la Public Law 480, cioè la legge sull'assistenza allo viluppo del 1954 che recita più o meno cosi: "il presidente degli USA può richiedere che il surplus di prodotti agricoli venga destinato in primo luogo a qualsiasi Nazione amica degli USA, in secondo luogo a Popolazioni amiche e bisognose, indipendentemente dal fatto che siano amiche no degli USA e comunque in tal caso sarà necessario che i destinatari di queste risorse non diminuiscano le loro normali spese per l'acquisto di risorse alimentari in seguito al dono". Insomma: aiutare sì, ma non troppo. Molto più sinceramente Coffin (vice presidente dell'USAID, l’agenzia americana per la cooperazione allo sviluppo), di li a poco -1964- dirà: "Il nostro obiettivo fondamentale non è lo sviluppo per l'amore dello sviluppo. L'obiettivo importante è in sostanza offrire il massimo di opportunità alle iniziative private e industriali degli USA. Il problema è di valutare come il programma (di aiuti, ndr) possa dare il massimo sostegno possibile agli interessi degli Stati Uniti nel loro complesso". E' tutto chiaro: la cooperazione allo sviluppo è una delle armi del neocolonialismo economico e culturale: ti aiuterò per aiutarmi; io aiuto te per aiutare me.

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C. Terza fase: la motivazione etico-sociale (anni ’60)

Negli anni sessanta si realizza per la maggior parte dei paesi coloniali il processo di decolonizzazione: è proprio nel 1960 che moltissimi paesi/colonie raggiungono l'indipendenza. E' questo anche il momento nel quale le società civili del nord del mondo, si fanno carico in maniera più precisa del problema della cooperazione tra Paesi. E' questo il momento in cui, anche in Italia, a fronte della pressione della società civile, nasce una legge sulla cooperazione, si organizzano le prime organizzazioni non governative, esce la Populorum Progressio (1968), vi è una forte tensione che viene appunto definita etico-sociale. Ad esempio, la Populorum Progressio definendo "lo sviluppo" come "nuovo nome della pace" riassume con chiarezza il paradigma concettuale che si va facendo strada e fonda il cosiddetto "dovere di solidarietà" motivato a sua volta dalla considerazione del "bene comune dell'umanità", di tutta l'umanità.

Ma la stagione della motivazione etico-sociale passa molto velocemente e la cooperazione diventa presto terreno di conquista per gli uomini del marketing.

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D. Quarta fase: la cooperazione come marketing (anni ‘70-‘80)

"Le imprese americane dipendono sempre più dalle materie prime dei paesi sottosviluppati. Inoltre queste imprese hanno bisogno del mercati dei paesi sottosviluppati. Da ultimo questi paesi offrono possibilità di investimenti produttivi per la tecnologia ed il capitale statunitense". Cosi si possono riassumere, con Collins e Lappè, le tre motivazioni dell'aiuto in favore dei paesi in via di sviluppo da parte degli USA. La cooperazione diventa uno degli strumenti di penetrazione e controllo dei mercati mondiali.

Anche elaborazioni molto lodevoli, quali ad esempio il Rapporto Brandt (1980), vede nella cooperazione una delle possibilità di aggiustare non solo le economie povere del Sud del Mondo, ma anche le economie in crisi del Nord del Mondo. In pratica, secondo questa tesi, i fondi per la cooperazione e lo sviluppo dovrebbero essere finalizzati all'export del Paese che aiuta. Siccome non c'è nessuno che obbliga, siccome non esiste nessun dovere di cooperazione, è ovvio che se io coopero, posso anche pretendere dei ritorni. Non si tratta - finché siamo dentro il paradigma dei rapporti "internazionali", ovvero tra stati sovrani - di pretese illegittime in sé e per sé.

Certo, si fa fatica a considerare cooperazione un aiuto che "aiuta soprattutto se stessi" ma ciò non è di per sé illegittimo. E' invece certamente illegittimo farsi strada a colpi di tangenti o stornare fondi per pagare forniture di armi, o far finta di utilizzare i fondi ed intanto intascarseli.

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E. Quinta fase: la cooperazione come sicurezza (anni ‘90)

"Cooperazione come sicurezza" non è un titolo cattivo inventato da un critico prevenuto, ma è il titolo, il nuovo nome, affibbiato alla cooperazione dall'ex ministro degli esteri italiano Gianni De Michelis. Questi, in una importantissima conferenza internazionale sullo sviluppo (Roma 17-19 ottobre 1991), riesce a mettere insieme alcuni concetti sulla cooperazione estremamente interessanti. Per un verso, assume la assoluta necessità/obbligatorietà della cooperazione (per stare al gioco di parole da cui siamo partiti sostiene che "o si coopera, oppure questo mondo salta per aria") e a questo proposito riesce anche a utilizzare molte delle elaborazioni di Giovanni Paolo II (riprendendo in modo abbastanza spudorato il concetto di solidarietà espresso nella "Sollecitudo Rei Socialis"). Ma, giunto al dunque, sostiene che la cooperazione è la forma nuova che può assumere la ricerca di sicurezza da parte dell'Italia. Non si tratta, sia chiaro, di un progetto che ha per obiettivo "la sicurezza sociale" dell'umanità. Più prosaicamente De Michelis riteneva che rendere maggiormente sicura l'Italia (sicura nel senso anche militare del termine) implicava due opzioni possibili: o armarsi e prepararsi a buttare a mare chi, povero e disperato, viene a casa mia per invadermi e per prendermi risorse; oppure posso fare in modo che questi poveri se ne stiano a casa loro. Queste due modalità possono (e debbono) essere giocate insieme. La cooperazione può garantire la mia sicurezza se io utilizzo i fondi della cooperazione, dell'aiuto allo sviluppo, non tanto vincolandoli allo sviluppo di questa o quest'altra società, o di questa o di quest'altra situazione di carenza nei PVS, ma se io li utilizzo per fermare processi che si generano nel sud del mondo e che rischiano di avere conseguenze negative anche per gli abitanti del nord del mondo.

E', quello di De Michelis, un ragionamento molto fine che utilizza un argomento molto sentito dall'opinione pubblica e, va detto, anche ovvio. I processi migratori da sud a nord non possono certo essere affrontati solo "aggiungendo qualche posto alla tavola del nord". Si tratta di risolvere ben più complessi problemi quali quello dello sviluppo dei paesi da dove gli emigranti fuggono. Alla radice questo processo richiederebbe un sostanziale riaggiustamento - nel senso di una equa distribuzione - dei rapporti tra nord e sud del mondo. Un progetto costoso che implicherebbe rivedere radicalmente anche le scelte di vita, di consumo ecc. degli abitanti del nord.

Ma non è questo il progetto: la finalità non è lo sviluppo degli altri quanto la "mia" sicurezza. Un modo non armato di garantire la propria ricchezza, di garantire la propria predominanza nel mondo. Un modo gentile e scaltro di utilizzare concetti ed elaborazioni estremamente interessanti, finalizzate alla garanzia del proprio privilegio in modo non armato.

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