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Le barriere doganali

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E' il Sud a pagare

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WTO – Organizzazione Mondiale del Commercio

 

Le barriere doganali

Nei paesi industrializzati, le barriere commerciali proteggono i mercati interni dalle importazioni provenienti da molte nazioni, sia ricche che povere. Ad esempio, le misure tariffarie vengono applicate principalmente su quei prodotti in cui i PVS sono maggiormente concorrenziali, vale a dire le esportazioni ad alta intensità di manodopera, come i prodotti tessili, l’abbigliamento e le calzature. Per molti beni, inoltre, il livello dei dazi aumenta proporzionalmente al livello di lavorazione dalla materia prima al prodotto finito. Questo vale specialmente per le spezie, la juta, gli oli vegetali, oltre che per la frutta, gli ortaggi e le bevande tropicali. Questi rialzi inducono i PVS ad evitare la trasformazione delle materie prime, e quindi, ad esempio, a non fare cioccolato con il cacao o tappeti con la juta.

Secondo uno studio della Banca Mondiale, le limitazioni commerciali riducono il PNL dei PVS del 3%, pari ad una perdita annua di 75 miliardi di dollari.

Attualmente, queste barriere stanno aumentando. Venti nazioni industrializzate su 24 sono più protezioniste oggi di quanto non lo fossero 10 anni fa. E’ vero che i PVS utilizzano politiche protezionistiche per proteggere industrie nascenti e di altro genere. Ma il paradosso è che, mentre nel Sud del mondo il livello medio di protezione sta cominciando ad abbassarsi, in parte come conseguenza dei programmi di aggiustamento strutturale, nei paesi industrializzati le tendenze protezionistiche stanno guadagnando terreno.

Tutto ciò spinge milioni di persone a lasciare il proprio paese alla ricerca di "fortuna" nel Nord del mondo. Ogni anno, infatti, dai PVS si muovono 75 milioni di persone: emigranti per ragioni economiche, lavoratori stagionali, profughi o perseguitati politici. Come reazione, i paesi industrializzati stanno diventando sempre più selettivi sugli immigranti da accogliere, fissando livelli di qualificazione via via più elevati, che privilegiano i lavoratori specializzati, coloro che portano con sé del capitale o i rifugiati politici.

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E' il Sud a pagare

Possiamo affermare che le restrizioni dei mercati mondiali e le condizioni sfavorevoli di partecipazione costano ai PVS circa 500 miliardi di dollari, quasi il 20% del loro PNL, e 6 volte quanto essi spendono per le priorità dello sviluppo umano, come l’istruzione primaria, l’assistenza sanitaria di base, l’acqua non inquinata e l’eliminazione della denutrizione. Se i PVS disponessero di questi 500 miliardi e li utilizzassero correttamente, questa somma avrebbe un’influenza decisiva sulla riduzione della povertà. Non va mai dimenticato che la povertà non ha bisogno di passaporti per valicare le frontiere internazionali, sotto forma di emigrazione, degrado ambientale, droga, malattie ed instabilità politica.

Perché i mercati operino nell’interesse dei paesi poveri e delle popolazioni povere sono necessarie riforme radicali. Ma i mercati da soli non possono proteggere la gente dalla povertà: sono indispensabili anche reti di sicurezza sociali forti ed efficienti che agiscano a livello mondiale e nazionale. Attualmente l’unico sistema internazionale in vigore è il WTO.

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WTO – Organizzazione Mondiale del Commercio

Si chiama World Trade Organization (Organizzazione Mondiale del Commercio) ed è la più potente organizzazione legislativa e giuridica del mondo. E’ nato nel 1995 al termine dei negoziati noti sotto il nome di Uruguay Round ed ha ottenuto in dote gli accordi scaturiti dalle varie trattative commerciali svoltesi nel corso degli anni dal 1947 (anno della prima versione del GATT, l’Accordo sulle tariffe e il commercio) ad oggi. Il WTO si occupa di quello che in gergo si definiscono come barriere non doganali (non tariff barriers to trade), in pratica leggi sanitarie, regolamenti sui prodotti, sistemi fiscali interni, politiche d’investimenti e qualsiasi altra legge di un paese che in qualche modo può influenzare il commercio di qualche prodotto. Di fatto, quindi, regola il commercio internazionale.

L’influenza del WTO nelle legislazioni interne si è fatta perciò pesante. Attualmente sono 134 i paesi che ne fanno parte e 33 sono osservatori. Ufficialmente le decisioni sono prese per consenso ma nella pratica a tirare le fila sono Canada, Giappone, USA e Unione Europea.

Anche se ufficialmente dichiara di basarsi sul "free trade", nei fatti le oltre 700 pagine di regole che costituiscono gli accordi su cui si basa, creano quello che si definisce come "corporate-managed trade", ovvero, un commercio regolato dalle multinazionali. Secondo il sistema gestito dal WTO l’efficienza economica, tradotta in profitti per le società, domina qualsiasi altro valore. L’economia è un affare privato mentre i costi sociali ed ambientali sono pubblici.

La mancanza di trasparenza e democrazia all’interno del WTO è rappresentata in modo esemplare dal sistema di regolazione delle controversie. Il WTO permette a un paese di chiamarne in giudizio un altro accusandolo di violare le regole del commercio internazionale. Le cause sono risolte da giurie di tre persone che lavorano a porte chiuse. Il Paese che perde la causa ha tre possibilità:

Cambiare le proprie leggi per adeguarsi alle regole del WTO;
Pagare delle compensazioni permanenti al paese vincente;
Affrontare sanzioni commerciali.

La prima è la strada normalmente percorsa.

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