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pentoro.wmf (19092 byte) IL SUD E' RICCO: IL COMMERCIO INTERNAZIONALE

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Premessa

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Il commercio internazionale

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Il Sud del mondo è ricco...

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Gli scambi ineguali

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Chi investe nei paesi poveri?

 

Premessa

"Un bambino che nasce oggi a New York, Parigi o Londra consumerà, sprecherà ed inquinerà più nel corso della sua vita che 50 bambini nati nei Paesi in via di Sviluppo; attraverso un crudele gioco del destino, coloro che consumano meno sopporteranno il peso maggiore del danno ambientale" (Rapporto sullo Sviluppo Umano, UNDP 1998).

Nel discorso "Ho un sogno", pronunciato nel 1961, Martin Luther King richiamò l’attenzione su un punto spesso trascurato: dalla mattina alla sera, ogni cittadino dei Paesi occidentali con i suoi consumi concorre a determinare inconsapevolmente il lavoro e la vita dei lavoratori di altri Paesi, quelli da cui provengono in tutto o in parte i prodotti acquistati. Molti Paesi "poveri", infatti, sono ricchissimi di risorse naturali esportabili anche senza bisogno di distruggere l’ambiente. Molto spesso però i Paesi del Nord e le società multinazionali riescono ad impossessarsi di queste risorse e a distruggerne altre con la complicità dei Governi locali, contando sul fatto che i Paesi e le popolazioni a basso reddito non hanno ne’ tecnologia ne potere negoziale. Così il Sud finisce per esportare solo materie prime a basso prezzo o, da qualche tempo, manufatti industriali egualmente a buon mercato. Molti di loro, poi, sono costretti a svendere le proprie risorse naturali al fine di trovare i mezzi per pagare gli interessi maturati sull’enorme debito estero. Ma se l’economia non si fonda sulla produzione per il mercato interno, bensì sulle esportazioni, ecco che la sua crescita non porta maggior benessere alle popolazioni produttrici e provoca una forte competitività sia fra Nord e Sud che tra gli stessi paesi più poveri.

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Il commercio internazionale

La competitività del mercato è la migliore garanzia dell’efficienza della produzione. Ma i mercati devono essere aperti a tutti, ed hanno bisogno di agire nell’ambito di un quadro normativo accuratamente predisposto e di essere integrati da provvedimenti sociali oculati. Non si tratta di scegliere tra Stato e mercato: entrambi giocano un ruolo importante ed insostituibile.

Se i mercati fossero realmente aperti, essi consentirebbero al capitale, al lavoro e ai beni di fluire liberamente attraverso il pianeta e contribuirebbero a rendere le opportunità economiche più eque per tutti. I mercati internazionali, tuttavia, non sono né liberi né efficienti. In un momento in cui i mercati nazionali si stanno aprendo, quelli mondiali rimangono estremamente chiusi. I paesi in via di sviluppo (PVS), con alcune rilevanti eccezioni, stanno incontrando notevoli ostacoli al pieno sfruttamento del potenziale di questi mercati. Questa situazione rispecchia la debolezza delle loro politiche e le restrizioni dei mercati globali.

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Il Sud del mondo è ricco...

Se guardiamo alla disponibilità delle risorse, il Sud del mondo non è affatto povero; è anzi l’area più "ricca" del mondo. Come popolazione (risorse umane) ha più dell’80% del totale, come risorse agricole ha più del 75% e come risorse minerarie è attorno al 76%. Ma allora perché, alla fine del giro, il ricco nord (USA, Canada, Europa e Giappone) con meno del 18% di popolazione, meno del 25% delle risorse agricole e circa il 24% delle risorse minerarie si prende quasi l’80% del reddito mondiale ? Questa è la radice "statistica" del debito dei poveri. Per sopravvivere, l’80% degli uomini con solo il 20% di reddito è spesso e quasi ineluttabilmente costretto a fare debiti. E per di più, in molti casi, all’interno degli stessi paesi poveri esistono pochissimi e ricchissimi (che spesso controllano ogni potere economico, politico, militare) e tantissimi e poverissimi.

I paesi ricchi e quelli poveri competono sul mercato come partner ineguali; questi ultimi, infatti, hanno un potere contrattuale molto debole sui mercati internazionali. La maggioranza di essi dispone di mercati interni molto limitati, è in grado di vendere una quantità limitata di beni e servizi e dipende fortemente dall’esportazione di materie prime, che rappresentano spesso fino al 90% delle esportazioni delle nazioni africane e fino al 65% di quelle dell’America Latina.

I prezzi di queste materie prime sono crollati drammaticamente durante gli anni ottanta, rafforzando la tendenza di lungo periodo al peggioramento dei relativi mercati. Questo è accaduto in parte perché è crollata la domanda mondiale, ma anche perché molti paesi sono stati improvvisamente invitati a restituire i loro debiti. Per generare una quantità sufficiente di valuta estera, essi sono stati quindi costretti ad intensificare la produzione e le esportazioni, trovandosi così a competere violentemente tra di loro in un ambito di mercato in via di contrazione.

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Gli scambi ineguali

Il 20% più povero della popolazione mondiale riceve solo lo 0,2% dei prestiti delle banche commerciali, l’1,3% degli investimenti, l’1% del commercio mondiale e l’1,4% del reddito mondiale.

Molte nazioni povere sono già emarginate dal sistema commerciale mondiale, specialmente l’Africa sub-sahariana e i paesi a sviluppo minimo. La quota di scambi globali dell’Africa sub-sahariana si è ridotta a un quarto del livello che aveva nel 1960. Se non vengono aiutati da un’energica azione politica, i poveri tendono ad essere tagliati fuori dal mercato, sia all’interno delle nazioni che internazionalmente.

Ma l’elenco continua:

I paesi meno avanzati, con il 10% della popolazione mondiale, ricoprono solo lo 0,3% dei commerci mondiali, metà della quota di cui disponevano due decenni fa;
Più della metà di tutti i paesi in via di sviluppo è stata ignorata dagli investimenti esteri diretti, due terzi dei quali sono andati a solo 8 di tali paesi;
I prezzi reali delle derrate erano inferiori, negli anni ’90, del 45% rispetto a quelli degli anni ’80 e del 10% più bassi del livello minimo raggiunto nel 1932 durante la Grande Depressione;
Le ragioni di scambio per i paesi meno avanzati sono diminuite di un complessivo 50% nel corso degli ultimi 25 anni;
Le tariffe applicate dai paesi industrializzati sulle importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo sono di un 30% più elevate rispetto alla media generale;
I paesi in via di sviluppo perdono circa 60 miliardi di dollari l’anno a causa dei sussidi all’agricoltura e delle barriere che le esportazioni tessili incontrano nei paesi industrializzati.

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Chi investe nei paesi poveri?

La debolezza di mercato dei paesi in via di sviluppo risulta evidente anche nella loro incapacità di attirare quantità adeguate di investimenti esteri diretti. Gli investitori cercano il massimo rendimento del loro capitale e negli ultimi anni lo hanno coerentemente trovato nei paesi industrializzati. La conseguenza è che l’83% degli investimenti esteri diretti finisce nelle nazioni industrializzate. Inoltre, i paesi del Sud del mondo che ricevono investimenti esteri tendono ad essere quelli che si trovano già in condizioni di maggiore benessere: il 68% del flusso annuo verso i PVS è andato a 9 soli paesi in America Latina e nell’Asia dell’est e del sud-est.

Persino i cittadini dei PVS investono i loro fondi nei paesi industrializzati, accrescendo così il flusso iniquo di risorse finanziarie dai paesi poveri verso quelli ricchi.

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