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PE03329A.gif (2277 byte) CHE VUOL DIRE INTERCULTURA

Oggi, anche grazie allo sviluppo e alla diffusione dei mezzi di comunicazione e di informazione internazionali, non è più possibile ignorare la presenza di altre culture e, soprattutto, non è più accettabile rivolgersi ad esse con mentalità etnocentrica e parziale.

In fondo, il progresso raggiunto oggi è dovuto anche ai continui scambi culturali tra Paesi anche molto lontani tra loro sia geograficamente che culturalmente; e i continui scambi culturali sono anche il presupposto per un miglioramento di quelle situazioni di sottosviluppo che richiedono il coinvolgimento in prima persona di coloro che dispongono dei mezzi necessari per un intervento di aiuto.

Intercultura vuol dire allora conoscenza, contatto e scambio tra culture, qualsiasi sia il loro tipo o livello di progresso, che con il loro intero patrimonio di tecniche, istituzioni, costumi, idee e credenze si mettono a confronto in un reciproco arricchimento del rispettivo bagaglio culturale. E’ chiaro che nel contatto si verificano fenomeni di interazione, accomodamento, mutamento, assimilazione dei modelli altrui, forme di sincretismo e di reinterpretazione.

Pertanto, ogni intervento di sostegno e progetto di sviluppo nei Paesi ad economia tradizionale deve essere concepito come un processo di transizione da un sistema ad un altro che implica mutamenti socioculturali; bisogna dunque studiare strategie di adattamento tra "vecchio" e "nuovo", in modo che un sistema abbia l’opportunità di costruire i mezzi necessari, efficienti ed efficaci, per utilizzare le risorse e le tecniche disponibili e combinarle con i nuovi modelli proposti nella sfida rappresentata dalla modernizzazione.

Il problema fondamentale è come apportare con misura e moderazione innovazioni provenienti dall’esterno senza distruggere idee, istituzioni e modelli culturali dalla lunga storia, e che conferiscono identità e personalità sociale alle popolazioni del Terzo Mondo e ne garantirebbero la partecipazione attiva ai processi di cambiamento.

Bisognerà pertanto considerare:

l’interdipendenza tra il contesto ecologico, quello economico, politico, sociale, culturale, religioso;
il livello di sviluppo demografico e tecnologico, la disponibilità di risorse, i modi e i livelli di produzione, la trasmissione del sapere e le relative conoscenze;
le relazioni economico-sociali all’interno della comunità;
la stratificazione sociale e la sua correlazione con i ruoli svolti nella famiglia e nella comunità;
le dinamiche interne di equilibrio sociale e mutamento e quelle degli interessi, sia interni che esterni, che incidono su una situazione locale in via di trasformazione.

Dunque, il primo importante passo da compiersi verso le popolazioni in via di sviluppo è il riconoscimento di tutti i diritti, il pieno rispetto dell’identità di ciascun popolo, con le sue caratteristiche storiche, sociali, culturali, religiose; e non possiamo parlare di società selvagge, incivili, arretrate, inferiori, solo perché diverse dalla nostra.

Esistono altre forme di pensiero altrettanto degne di rispetto, al di là di bassi interessi economici e politici, e da cui è anche possibile imparare a vedere la vasta realtà che ci circonda con occhi diversi, con gli occhi di chi è attento all’alterità e si dispone ad essa con animo solidale.

E questo è un obiettivo possibile solo a condizione che ci sia una vera coscienza del valore dei diritti di tutti.

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