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Bibliografia

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Giochi

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Links

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Grafici

 

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. "Gli altri siamo noi". Roma, Comune di Roma. 1998

F. Barth "I gruppi etnici e i loro confini". Torino, Rosemberg & Seller. 1994

C. Bianco "Dall’evento al documento". Roma, CISU. 1983

P. K. Bock "Antropologia Culturale Moderna". Torino, Einaudi. 1974

E. Brass "La conflittualità nell’esperienza vissuta nello scambio interculturale". In "Calasso, M. G. "La pedagogia degli scambi interculturali". Roma, CEDE. 1986

M. Callari Galli "Per un’educazione all’alterità". In Poletti, F. "L’educazione interculurale": Firenze, La Nuova Italia. 1992

A. Colajanni "Problemi di Antropologia dei processi di Sviluppo". Varese, ISSCO. 1994

U. Fabietti "L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco". Roma, La Nuova Italia Scientifica. 1995

C. Hugh-Jones "Dal fiume di latte". Milano, FrancoAngeli. 1983

V. Lanternari "L’incivilimento dei ‘barbari’. Problemi di etnocentrismo ed’identità". Bari, Dedalo. 1983

S. Latouche "L’occidentalizzazione del mondo".Torino, Bollati Boringhieri. 1992

I. M. Lewis "Prospettive di Antropologia". Roma, Bulzoni. 1987

J. Lynch "Educazione multiculturale in una società globale". Roma, Armando. 1993

G. Mazzoleni "Il Pianeta culturale". Roma, Bulzoni. 1986

F. Remotti "Contro l’identità". Roma-Bari, Laterza. 1996

E. Pepi "Trasformazioni sociali e tradizione". Bologna, EMI 1981

P. G. Solinas "Educare alla differenza, alla somiglianza". Firenze, La Nuova Italia. 1992

L. M. Solivetti "Società tradizionali e mutamento socioeconomico". Roma, NIS. 1987

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LINKS

www.gpnet.it/irrsaev/edpace/interc.htm

www.univr.it/lettere/corsi98/se/EPE/cors0016htm

www.citinv.it/equo/corsi/antropo.htm

www.citinv.it/equo/corsi/storia.htm

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GIOCHI

Come sarò accolto

Simulazione

 

Come sarò accolto

Il gioco offre l’occasione di sperimentare sentimenti, emozioni e comportamenti tipici dell’incontro tra persone di provenienze e culture diverse.

Uno studente impersona uno straniero che deve essere accolto da un gruppo diverso dal proprio e presenta se stesso e il proprio mondo.

Il resto della classe lo accoglierà con interesse o con ostilità, disponibilità o indifferenza, aggressività, ecc. , sentimento stabilito di volta in volta dall’insegnante che si occuperà anche di mediare i rapporti tra le due parti.

Al termine si raccolgono le impressioni e i commenti di entrambe le parti.

Lo stesso meccanismo si può applicare dividendo la classe in due gruppi diversi che si "incontrano" e/o "scontrano".

 

Simulazione

Le quattro schede che seguono illustrano quattro diversi esempi di insuccesso di programmi di sviluppo realizzati nel secondo dopoguerra. La classe sarà divisa in due gruppi che rappresentano la società promotrice e quella destinataria dell’intervento. L’insegnante dovrà esporre il fine e gli obiettivi che il progetto si prefigge e descrivere i due diversi contesti; poi dovrà chiedere ai gruppi come pensano sia opportuno realizzarlo, quali i possibili rischi e quali i motivi del fallimento, cosa avrebbero fatto loro per evitare un impatto negativo.

 

1. Niger Agricultural Project

Il Niger Agricultural Project fu attuato dal 1950 al 1954 nella Nigeria del Nord, progetto concepito dal governo coloniale e finanziato da quest’ultimo e dalla Colonial Development Corporation.

La popolazione locale nigeriana era costituita da agricoltori-raccoglitori e la loro produzione rimaneva sostanzialmente ad un livello sussistenza e gestita con l’uso di strumenti agricoli tradizionali, in modo che ogni uomo coltivasse non più di due ettari.

Il Niger Agricultural Project prevedeva l’introduzione dei metodi di un’agricoltura moderna e, in particolare, l’impiego di macchine e strumenti agricoli che avrebbero permesso l’espansione della superficie coltivabile per uomo e, di conseguenza, un incremento della produzione complessiva; inoltre, per evitare che gli indigeni "subissero" il progetto, era previsto il loro coinvolgimento sotto forma di mezzadria: un terzo della produzione apparteneva all’agricoltore locale e i rimanenti due terzi al governo coloniale e alla Colonial Development Corporation.

Come anticipato, il progetto fu un fallimento.

Innanzi tutto, non fu eseguito alcuno studio preliminare dei metodi dell’attività agricola tradizionale locale né alcuna esperienza sul campo o esperimento pilota; inoltre, fu dato per scontato che la conoscenza e le tecniche agricole moderne del mondo europeo fossero necessariamente migliori di quelle locali e che quindi, di conseguenza, sarebbero state accettate positivamente e con successo.
Invece, nella pratica, la meccanizzazione dell’agricoltura si dimostrò costosa, scarsamente remunerativa e di difficile gestione, perché i macchinari tecnici sofisticati che avrebbero dovuto accelerare le operazioni, affidati alle mani inesperte di indigeni privi di una conoscenza tecnica adeguata, finivano per essere utilizzati in maniera impropria perdendo completamente la loro efficacia e deteriorandosi rapidamente senza alcun beneficio per la produzione.
Tra l’altro, alcune operazioni, come la sarchiatura, risultavano impraticabili con i nuovi macchinari e richiedevano pertanto il tradizionale lavoro manuale, ma da svolgersi in tempi rapidissimi, pena la distruzione delle coltivazioni che seguivano invece la meccanizzazione.
Inoltre, il sistema della mezzadria risultò poco gradito agli agricoltori locali, in quanto, mentre secondo il sistema tradizionale essi potevano lavorare su una terra ampiamente disponibile nel territorio circostante e beneficiare dell’intera produzione, con il nuovo metodo avrebbero dovuto lavorare su una limitata porzione di terreno per poi ottenere solo un terzo di quanto prodotto.
Oltretutto, questa attività, resa in tal modo individuale, risultava in contrasto con la consueta cooperazione con cui si svolgevano normalmente le operazioni dell'agricoltura con il sistema tradizionale, con conseguenze sui rapporti sociali che si possono facilmente immaginare.

Si trattava quindi di un progetto su vasta scala che prevedeva diverse innovazioni concatenate e consequenziali incluse in un unico schema e che riponeva evidentemente una fiducia "etnocentrica" e non realista nell’accettazione indolore, anzi, entusiasta della modernizzazione dell’agricoltura da parte dei gruppi indigeni

 

2. Dieta alimentare per gli Zulu

Sempre negli anni 50, molti programmi di sviluppo americani nel Terzo Mondo insistevano sulla necessità e sui benefici di integrare con il latte – alimento principe negli Stati Uniti – la dieta alimentare delle popolazioni sottonutrite.

Anche in questo caso il risultato è stato un fallimento.

L’obiettivo non fu raggiunto a causa delle non previste resistenze culturali lì dove il consumo del latte era considerato segno di temerarietà per gli uomini (secondo il mito) e di licenziosità per le donne, soprattutto per quelle non ancora sposate.

Ad esempio, tra gli Zulu del Kenya, il tabu tradizionale imponeva che le donne dopo le prime mestruazioni non potessero avvicinarsi al bestiame e a tutto quanto ad esso era collegato e il divieto sociale stabiliva che non si poteva bere latte se non dal proprio gruppo ed essendo il gruppo esogamico (scelta del coniuge in un gruppo diverso da quello di appartenenza), le donne sposate risultavano delle estranee rispetto al gruppo del marito, per cui esse non potevano usufruire di un bene riservato ai suoi componenti.

Oltre alle resistenze culturali, un altro genere di resistenza era poi rappresentato dagli ostacoli biologici, lì dove il latte non era mai stato usato, poiché chi non si è mai alimentato con il latte non ha sviluppato gli enzimi necessari per digerirlo.

Inoltre, dove il progetto prevedeva la diffusione del latte in polvere nell’alimentazione dei neonati per la sua supposta maggiore efficacia nutritiva rispetto a quello materno o per le esigenze di lavoro delle madri occupate nei campi, si ponevano inevitabili problemi di difficile soluzione.

In primo luogo, problemi di igiene riguardanti la conservazione delle confezioni di latte in polvere e del biberon, che dovevano essere necessariamente tenuti al riparo da batteri e insetti: condizione praticamente impossibile in ambienti insalubri dal punto di vista igienico-sanitario;
inoltre, la mancanza di allattamento comportava nelle madri l’inibizione della prolattina, l’ormone che funge da naturale regolatore anticoncezionale: come conseguenza diretta risultò che il periodo dell'allattamento, normalmente privo di rischio di una nuova gravidanza, non fu più sottratto a tale possibilità, comportando, dunque, un accrescimento demografico certamente non auspicabile, viste le deficienze alimentari per sopperire alle quali era stato avviato il progetto.

 

3. Progetto sanitario in Perù

Tra i vari interventi, prevedeva di convincere gli indigeni a bollire l'acqua che bevevano per evitare malattie e gravi infezioni batteriche.

Anche in questo caso le resistenze culturali furono tali da rendere vano ogni tentativo a tal fine.

Infatti, il progetto aveva ignorato il fatto che i nativi rispettavano scrupolosamente la tradizionale divisione tra cibi caldi e cibi freddi, secondo la quale i cibi caldi sono destinati alle persone malate e, in particolare l'acqua bollita, considerata l'alimento per eccellenza dei malati. Questa concezione impediva che la gente accettasse di bere l'acqua bollita perché sarebbe stato come dichiarare pubblicamente di appartenere ad una famiglia di infermi.
Inoltre, alla bollitura dell'acqua si poneva anche un ostacolo più strettamente tecnico: il focolare ridottissimo poteva prioritariamente ospitare solo le tre pentole per gli alimenti quotidiani indispensabili: quella per la minestra, quella per le patate e quella per la bevanda fermentata.

Insomma, la bollitura dell'acqua era logisticamente e culturalmente incompatibile con il contesto che avrebbe dovuto beneficiarne.

 

4. Modernizzazione del sistema giuridico

Esistono numerose società che non presentano alcun apparato formale adibito al controllo giuridico e penale e in cui l'unico mezzo disciplinatore è l'opinione pubblica; cioè, società in cui è assente una vera e propria organizzazione politica, il cui sviluppo è generalmente inibito da fattori ecologici e in cui la vita è difficile e il margine di sopravvivenza è esiguo.

Ne sono un esempio i gruppi Esquimesi della Groenlandia, le orde Kariera australiane e quelle Andamanesi dell'arcipelago dell'Oceano Indiano o le bande degli indiani Crow del Nord America; società in cui l'assenza di un'autorità stabile e ben definita fa sì che assumano notevole importanza, per la sopravvivenza stessa del gruppo, la cooperazione e la solidarietà tra gli individui, il cui comportamento deve essere tenuto sotto controllo, poiché l'esistenza già precaria può facilmente essere messa in ulteriore pericolo dagli errori del singolo.

In queste società, un reato, una trasgressione, l'infrazione di una norma, che mettano a repentaglio la stabilità e la sicurezza del gruppo devono essere immediatamente punite e il mezzo atto a tal fine è la sanzione satirica. Si tratta dell'uso del riso come sanzione sociale, come correttivo, usato come strumento di controllo, di intimidazione o derisione, al fine di mantenere o ripristinare l'ordine etico e sociale, le norme e i valori minacciati o violati da un comportamento trasgressivo; il riso viene cioè usato come sanzione in senso strettamente giuridico e normativo, come mezzo di castigo e di punizione, in caso di reato, sia che si tratti di delitto pubblico, sia privato.

In pratica il reo viene pubblicamente deriso, schernito, degradato, privato della sua immagine pubblica e del ruolo che gli competeva, escluso dalla vita sociale, dai suoi privilegi e dai suoi diritti. L'effetto ottenuto è estremamente efficace, poiché l'umiliazione pubblica, il discredito e il deprezzamento come essere sociale e come essere umano sono un pesante carico da sopportare, soprattutto in una società che basa la sua organizzazione sociale su valori come la virtù, l'onore e la solidarietà per fronteggiare le difficoltà quotidiane. Il reo subisce un vero e proprio tracollo sociale, etico, morale e rischia di perdere i punti fermi della sua esistenza precaria: l'appartenenza a un gruppo, l'adesione e la partecipazione alle sue iniziative, l'approvazione e la stima degli altri membri.

Questo tipo di sanzione, cui viene riconosciuta un'importanza sociale di primo piano, non è scelta come mezzo per condannare reati meno gravi o comunque non abbastanza gravi o pericolosi da essere puniti con mezzi più violenti. Al contrario, essa si infligge sia per delitti pubblici commessi contro la comunità - incesto, stregoneria, sacrilegio - sia per delitti privati commessi contro singoli individui - omicidio, furto, adulterio.

Sebbene ad un primo sguardo, quello che giudica secondo i parametri della propria cultura osservatrice, possa sembrare una pena di poco conto e poco temibile, in queste società il ridicolo costituisce, di fatto, un efficace strumento di controllo sociale e una pesante condanna per il reo, risultando oltremodo utile nel mantenere e confermare le norme e i valori del gruppo, perché si crea per la popolazione un'occasione per ritrovarsi coesa, unita e riavvicinata in una comunione di interessi - condannare un reo - che rinnova la solidarietà e la forza di sopravvivenza del gruppo.

Un simile quadro, che poggia su una logica legata al contesto ambientale e culturale, in un gioco di equilibri precari, si è letteralmente sgretolato di fronte al tentativo di alcuni programmi di sviluppo americani di modificare il sistema giuridico, se così possiamo chiamarlo e di applicare sanzioni penali tipiche della propria, considerate universalmente valide. Nella pratica il reo non considerava la pena inflitta come un castigo tanto grave quanto quello precedentemente applicato e, comunque, non se ne riconosceva la stessa efficacia. Le nuove sanzioni risultarono prive dei necessari significati etici, sociali e giuridici perché decontestualizzate e il risultato fu l'acutizzarsi di forme di individualismo, l'aumento dei crimini, la perdita del senso di appartenenza al gruppo, l'inizio di casi di alcoolismo e la progressiva dispersione degli individui sul territorio, con conseguente disgregazione del gruppo.

L'effetto ottenuto fu dunque opposto agli obiettivi prefissati a causa della mancata conoscenza o comprensione dei modelli culturali di queste società i cui sistemi organizzativi sono in massima parte adattati all'ambiente nel quale queste vivono e perciò esse possono essere comprese solo attraverso la ricostruzione degli equilibri dinamici prodotti dall'interazione tra i vari fattori che le caratterizzano.

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GRAFICI

 

Divario tra Paesi del Nord del Mondo e del Sud del Mondo, al 1990

 

Nord

Sud

Speranza di vita (anni)

74.5

62.8

Alfabetizzazione (%)

97

64

Mortalità neonatale (ogni 100 nati)

13

74

Accesso ad acqua non inquinata (% della popolazione)

18

112

Media degli anni di scolarizzazione (anni)

10.1

3.7

Tasso di iscrizione alla scuola terziaria (%)

37

8

Scienziati e tecnici (ogni 1000 abitanti)

81

9

Spesa per ricerca e sviluppo (in miliardi di dollari)

434

18

Telefoni (ogni 1000 abitanti)

466

26

 

Popolazione al di sotto della soglia di povertà (%)

Paesi

1993

Paesi Arabi

5

Asia dell’Est e Sud-Est

26

Asia Sud-Est e Pacifico (escl. Cina)

14

America Latina e Caraibi

24

Asia del Sud

43

Africa

39

Paesi in via di Sviluppo

34

 

Numero di poveri (milioni)

Paesi

1993

Paesi Arabi

11

Asia dell Est e Sud-Est

446

Asia del Sud-Est e Pacifico (escl. Cina)

94

America Latina e Caraibi

110

Asia del Sud

515

Africa

219

Paesi in via di Sviluppo

1.301

 

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