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cesfrut1.wmf (110610 byte) COSA SI MANGIA NEL MONDO

Nel mondo possiamo distinguere due modi, ben diversi, di alimentarsi:

Un’alimentazione tradizionale, povera, consistente soprattutto su ciò che offre la terra e l’ambiente;
Un’alimentazione ricca, portata dal benessere economico e tecnico, la quale si allontana dal precedente modo di alimentarsi per un duplice processo di arricchimento:
Nella quantità complessiva che si spinge anche al di sopra del fabbisogno umano;
Nella composizione della dieta, nella quale si possono individuare sempre più presenti cibi ricchi di origine animale, industriale ed esotico.
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Arricchimento animale
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Arricchimento industriale
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Arricchimento esotico
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Il cibo di base
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) I frutti esotici
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Il seme
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) L’Humus
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Le multinazionali e la fame

Arricchimento animale

L’alimentazione dei Paesi ricchi, comprende una quota sempre maggiore di alimenti di origine animale, ottenuti alimentando il bestiame con cereali, legumi ed altri cibi che potrebbero essere consumati direttamente dall’uomo.

Questo comporta delle forti perdite nella catena alimentare: per produrre una razione di carne sono necessarie circa otto razioni di cereali, per cui una persona che volesse mangiare solo carne, consumerebbe quanto otto persone cerealicole. Per altri alimenti animali, come uova, latte e derivati, il rapporto di trasformazione è minore ma presenta le stesse caratteristiche.

Una dieta con cibi animali è senz’altro più ricca di una dieta vegetariana: oggi, nel mondo, solamente un terzo della produzione complessiva di cereali viene consumata direttamente dagli uomini, mentre i due terzi vengono destinati per il nutrimento degli animali e per ottenere un arricchimento della dieta umana (solamente di alcuni).

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Arricchimento industriale

Una dieta ricca di alimenti di origine industriale, presenta un’elevata quantità di cibi che hanno subito trasformazioni industriali (raffinazione, estrazione, precottura, conservazione, surgelazione, ecc.). Tutti questi procedimenti causano un aumento dei costi energetici i quali si aggiungono alla spesa energetica complessiva derivata dalla spinta meccanizzazione dell’agricoltura e dall’uso massiccio di prodotti chimici. Ci si trova così di fronte a casi come quello degli Stati Uniti, dove il processo agro-alimentare prevede l’utilizzo di ben sette calorie industriali per ottenerne una alimentare.

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Arricchimento esotico

Con questa terminologia possiamo richiamare una forma di arricchimento alimentare attraverso l’introduzione di una maggior quota di cibi provenienti da Paesi lontani. Anche in questo caso i costi si elevano (basti pensare al prezzo della frutta esotica) per i passaggi che questi cibi devono attraversare: trasporto, condizionamento, commercializzazione, ecc.

Abbiamo visto come l’alimentazione nei Paesi poveri comporti un consumo energetico assai minore, dato che non si impiegano mezzi meccanici, né i cibi subiscono trasformazioni industriali al di fuori della semplice cottura. Per questo e per il valore nutrizionale che offre, la dieta è definita povera o tradizionale. Essa si adatta soprattutto a quanto fornisce la Terra e l’ambiente: varia, pertanto, a seconda delle condizioni locali, determinate dal clima, dalla latitudine, dalla fertilità del suolo, delle attività svolte dalle persone (dove l’attività di base è l’agricoltura, l’alimentazione è prevalentemente cerealicola; dove la popolazione è dedita alla pastorizia, l’alimentazione si basa su latte ed altri prodotti animali), ecc.

La stragrande maggioranza delle diete povere si basa, tuttavia, sui vegetali ed in particolare sui cereali.

La documentazione sull’alimentazione del mondo viene raccolta ed elaborata dalla FAO, l’organismo dell’ONU per l’agricoltura e l’alimentazione.

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Il cibo di base

Sempre dalla FAO vengono raccolti ed elaborati i dati circa i cibi di base che caratterizzano le diverse aree del mondo. Sono definiti di base gli alimenti che forniscono la maggior parte delle calorie alimentari nella razione giornaliera media. Con questo criterio la FAO individua nel mondo 6 cibi di base:

I prodotti animali che prevalgono nei paesi più ricchi: nord America, Europa centrale, settentrionale e dell’est fino alla Polonia; anche Australia, Nuova Zelanda e Argentina fanno ampio uso di prodotti di origine animale perché caratterizzati da una pastorizia ampiamente sviluppata.
Il frumento caratterizza tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, compresa l’Italia, ad eccezione della Francia, che fa parte del gruppo precedente. L’area del frumento si estende a URSS, Mongolia, Arabia, medio Oriente ed alcuni paesi andini (Cile, Bolivia, Perù).
Il riso è il cereale che nutre il maggior numero di persone nel mondo. È un cereale relativamente povero di proteine ma assai produttivo. Nasce nell’acqua ed è quindi particolarmente adatto per i regimi monsonici, ma sopporta egualmente bene (unico fra i cereali) climi equatoriali costantemente umidi. Fanno parte dell’area del riso: estremo Oriente, Oceania, alcuni paesi africani (Madagascar, Gambia, Costa d’Avorio, Liberia) ed alcuni paesi dell’America Latina (Brasile, Columbia, Guyana, Suriname…).
Il mais caratterizza alcuni paesi centro americani da cui è originario (Messico, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Nicaragua, Venezuela, Paraguay…), oltre a paesi africani, soprattutto sud orientali (Somalia, Tanzania, Zambia, Namibia, Sudafrica…).
Sorgo e miglio sono i cibi di base delle zone aride tropicali o sub-tropicali, come la fascia sub-sahariana dal Mediterraneo al mar Rosso.
Radici e tuberi (manioca, igname, taro, batata) sono i cibi di base dei paesi equatoriali caldi e umidi. Sono meno ricchi di proteine dei cereali e diventa quindi più necessaria l’integrazione proteica.

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I frutti esotici

Una delle vie attraverso la quale passa l’arricchimento dell’alimentazione nella società del benessere è l’aumento della quota di cibi esotici o di provenienza lontana. Tra questi particolare ruolo riveste la frutta tropicale, che nel nostro Paese viene importata annualmente per una cifra dell’ordine di 250 miliardi.

Anche per la frutta esotica si pone il problema che si può sollevare per le altre forme di arricchimento che abbiamo analizzato (arricchimento animale, industriale ed esotico): fino a che punto sono valide e giustificate, oppure sono inutili o addirittura dannose? Le diete ricche sono infatti all’origine delle patologie del benessere e non possono essere quindi considerate prive di danni . forse questo non è il caso della frutta esotica, il cui problema può essere analizzato dal punto di vista:

Nutrizionale. Non è possibile individuare particolari vantaggi rispetto alla frutta nostrana: i datteri, ad es. sono più poveri dei fichi secchi in glucidi, protidi, lipidi e minerali, solamente di fibra ce n’è una quantità maggiore. Pure nell’ananas i parametri nutrizionali non differiscono molto da quelli della comune frutta nostrana, quanto alle banane sono leggermente più ricche delle mele in zuccheri, midi e proteine: sono quindi un cibo più completo (tanto che in talune zone della fascia equatoriale costituiscono il cibo di base).

Economico. Se non c’è convenienza sul piano nutrizionale, ancor meno ce ne sarà su quello strettamente economico, dato il prezzo di solito più elevato dei prodotti esotici, dovuto, se non altro, alle forti spese di trasporto e di conservazione.

Un’altra considerazione si può fare in ordine a questo aspetto: il nostro consumo di prodotti esotici può favorire il terzo Mondo e quindi essere un ausilio per il suo sviluppo? Forse è opportuno distinguere il breve periodo dal lungo periodo, ciò che avviene in teoria e ciò che avviene (meglio, è avvenuto) in pratica. In teoria i paesi del Terzo mondo potrebbero trarre un vantaggio, vendendoci i loro prodotti: con la valuta ricavata potrebbero acquistare dai paesi industrializzati prodotti tecnologici per il loro sviluppo. Vanno però considerati due rischi, e con questo ci spostiamo sul piano

Politico. Uno è che la loro agricoltura si specializzi nelle coltivazioni per l’esportazione, trascurando le produzioni che servono a sfamare la gente del posto: il dramma della fame non è indipendente dal nostro consumismo. L’altro pericolo (che di fatto si è sempre manifestato) è che le esportazioni del terzo mondo e quelle dei Paesi ricchi avvengono a scambi ineguali, con sfruttamento progressivo dei Paesi poveri.

Di solito si predica l’opportunità di variare abbondantemente i nostri cibi al fine di evitare possibili carenze di taluni fattori: ciò porterebbe a considerare opportuno ogni tanto anche il consumo di frutta esotica. Tuttavia una dieta basata su frutta ed ortaggi nostrani non comporta carenze, anche perché la flora batterica intestinale che si svilupperebbe con tale dieta (ricca, fra l’altro di fibre), sarebbe in grado di colmare le carenze stesse.

Il fatto che i frutti esotici vengano da lontano, compiano lunghi viaggi, siano spesso colti immaturi, può far nascere dubbi sulla integrità del loro patrimonio vitaminico naturale, allorché giungono sulle nostre mense. Un altro pericolo potrebbe essere costituito dalla presenza di residui di pesticidi, essendo ben noto che molti prodotti chimici pericolosi, proibiti nei paesi sviluppati, vengono smerciati in quelli del Terzo mondo.

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Il seme

Il seme non solo è il primo e fondamentale anello della catena alimentare, esso è anche all’origine della storia dell’umanità poiché ad esso è legato il passaggio dal nomadismo alla vita stanziale, con l’introduzione dell’agricoltura.

Sono semi, ad esempio, anche cereali e legumi i quali hanno costituito nel passato, ed ancor oggi, la base dell’alimentazione di gran parte dell’umanità.

La storia può essere riletta, pertanto, alla luce di un ruolo decisamente maggiore dato al seme, rispetto a quello riconosciutogli fino ad oggi. Così alcune vicende storiche presentano, tra le molle più significative, proprio episodi e motivazioni di tale natura: il desiderio di garantirsi riserve di terreni seminabili, nonché di venire in contatto con popoli e civiltà dalle diverse abitudini agricole ed alimentari (dallo scambio di semi e tecniche, poteva nascere un vantaggio reciproco).

Nel corso dei millenni gli uomini hanno selezionato numerose varietà di vegetali ed animali, adattandosi agli ambienti, alle condizioni climatiche, alla necessità di meglio affrontare avversità: grazie a questa diversificazione si permette una compensazione tra le diverse fonti di sostentamento e dei rischi rispettivi.

L’introduzione delle tecniche moderne in agricoltura, accompagnate dalle tendenze consumistiche, hanno operato una prima drastica riduzione delle varietà in funzione della produttività, della stabilità, della trasformazione e delle esigenze commerciali. Resta quasi del tutto escluso il criterio del gusto del consumatore, della sua salute o del potere nutritivo.

La "rivoluzione verde" ha ulteriormente accentuato questa tendenza all’impoverimento della varietà, dato che le nuove sementi ibride, elaborate con la selezione genetica, più produttive delle precedenti, tendono a soppiantarle. Se i contadini adottano le nuove sementi, quelle tradizionali perdono la loro germinabilità, causando la perdita di notevoli varietà originarie e l’appiattimento dei gusti e dei consumi alimentari.

Anche a livello sociale si hanno forti ripercussioni: le sementi ibride non possono essere prodotte dai contadini, ma devono essere acquistate dalle imprese produttrici, spesso grosse multinazionali, che non sempre perseguono interessi concordi con quelli dei consumatori o degli stessi contadini. In tal modo un fenomeno, di per sé, positivo, come il progresso genetico, può essere utilizzato male e diventare uno dei numerosi strumenti per la creazione di dipendenza, il che può rivelarsi particolarmente dannoso nelle agricolture del terzo mondo.

La dipendenza è poi accentuata dal fatto che queste sementi richiedono, per essere utilizzate efficacemente, fertilizzanti chimici, pesticidi e altre grosse attrezzature tecniche, in genere con alti consumi di energia.

Un ulteriore aspetto che riguarda l’importanza dei semi oggi, può essere colto nel problema della lotta alla desertificazione. Trattandosi in genere di Paesi poveri, si pongono soprattutto problemi circa la materiale disponibilità di sementi di ogni genere, anche selvatiche, meglio ovviamente se di specie resistenti alla siccità. L’invio di semi di ogni tipo ad organismi specializzati nella lotta contro la desertificazione può costituire un’occasione per interessarsi a questi gravi problemi che esistono nel mondo.

Oltre alla sensibilizzazione ai problemi dell’agricoltura, dell’alimentazione, dell’ambiente, cioè ai grandi problemi dell’umanità, il seme nasconde forti potenzialità educative e simboliche. Il seme, infatti, rappresenta una vita che deve sbocciare, non senza un velo di mistero: prima ancora di un problema tecnico, il seme è un simbolo, un richiamo alla attesa, alla prospezione. Può essere un fattore di educazione al rispetto della vita, cominciando da quella vegetale, che è la premessa di ogni altra forma di vita, compresa quella umana.

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L’Humus

La popolazione del mondo cresce molto rapidamente mentre le terre coltivate (da cui si ricava gran parte delle risorse alimentari) si riducono per diversi motivi, come:

La desertificazione; in molti Paesi del Terzo Mondo (fascia tropicale o subtropicale) l’aridità del suolo e del clima rende difficile la coltivazione delle terre. Inoltre coltivazioni incongrue e disboscamenti, possono causare anch’essi dei danni che compromettono per sempre il territorio, trasformandolo in deserto. La desertificazione è forse il più grande pericolo per tutta l’umanità poiché non riguarda solo le fasce aride, ma si estende sempre più anche a quelle temperate. La compromissione delle terre coltivabili di queste aree è emersa proprio in un convegno a Roma, dove sono state avanzate forti perplessità circa la possibilità di continuare a produrre eccedenze di alimenti vegetali per la riduzione di humus nei terreni.
L’abbandono delle terre collinari meno fertili;
La destinazione ad altri usi delle terre fertili di pianura: strade, fabbriche, case, ecc. La base dell’alimentazione dei Paesi più ricchi è soprattutto carnivora e, quindi, richiede un notevole processo di trasformazione industriale; pertanto, accanto alle attività cosiddette primarie, ritroviamo tutta una serie di attività secondarie che ne permettono la trasformazione.

Le terre coltivate nel mondo sono appena 1/10 della superficie emersa: per cui, anziché aumentare la superficie coltivata, si punta ad ottenere maggiore produzione dalle terre già coltivate che sono le più fertili.

Tra i fattori di fertilità del terreno, particolare importanza ha l’humus.

Cos’è l’humus? L’humus è dovuto alla decomposizione della sostanza organica lasciata dagli esseri viventi, soprattutto vegetali. Possiamo distinguere un humus stabile o dolce che è il prodotto intermedio della materia organica presente nel terreno, dovuto all’azione di una flora microbica giustamente ripartita tra aerobia e anaerobia (che si sviluppa, cioè, in presenza o in assenza di aria); da un humus acido, detto anche non saturo, in cui, invece, è più rilevante l’azione di microrganismi fungini (tipico delle brughiere, delle foreste di conifere, ecc.). In condizioni ancor meno favorevoli (acque stagnanti), si genera la torba, sostanza organica priva di vita batterica.

Secondo un’accreditata opinione, l’humus sarebbe il prodotto della simbiosi tra piante superiori e microrganismi, nella quale questi ultimi utilizzano i residui dei primi per il proprio sviluppo, favorendo al contempo la crescita delle piante stesse.

È chiaro che massima importanza ai fini della fertilità del terreno, va all’humus dolce poiché in esso è contenuta una quantità di azoto superiore.

L’humus del terreno ha un valore strategico eccezionale, non solo per la quantità e qualità delle produzioni vegetali, ma anche per la capacità di trattenere l’acqua (che lo rende un potente antidoto contro la siccità) e per la stabilità delle produzioni stesse.

Il progresso ulteriore verso la massimizzazione dei raccolti, il loro livello qualitativo e la loro stabilità, è da attendersi dalle ricerche sui bio-regolatori naturali, di cui l’humus è un serbatoio fedele e gratuito.

La fertilità delle terre è destinata a ridursi con le coltivazioni. Tuttavia attraverso rotazioni con il prato, l’apporto di fertilizzanti naturali (come il letame o altro materiale organico), è relativamente agevole ripristinare la fertilità delle terre nelle fasce temperate. Non altrettanto si può dire per i terreni del Terzo Mondo, dove la temperatura è più elevata: il calore accelera l’attività dei batteri decompositori e pertanto il materiale organico tende a trasformarsi rapidamente in sali minerali. Se ci sono radici pronte ad assorbirli, si può avere una esplosione di fertilità e di vita come nel caso delle foreste vergini. Dove, invece, si denuda la superficie, si possono correre gravi rischi, come quello della desertificazione o della laterizzazione che avviene quando la pioggia dilava le sostanze nutritive dalle fasce superiori del terreno, dove arrivano le radici delle piante, per portarle in profondità dove si disperdono. In superficie resta una terra color mattone (detta laterite) priva di humus e dunque non più in grado di generare vita vegetale.

Di fronte a questa situazione sembra si possano indicare delle principali linee di evoluzione:

Una più equilibrata ripartizione delle risorse agricole tra i paesi poveri ed i Paesi ricchi: ciò significa che nei Paesi dell’opulenza si dovrà tornare a dare più spazio ad alimenti economicamente più poveri, come ortaggi e frutti.
La sempre maggior diffusione di tecnologie agricole che risparmiano humus, come le coltivazioni arboree (che producono frutti, noci ed altri cibi poco usati, ma non certo di scarso pregio nutritivo) ovvero certe coltivazioni orticole intensive, che richiedono molto lavoro umano piuttosto che macchine e prodotti chimici.

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Le multinazionali e la fame

Lo scenario economico mondiale è, al giorno d’oggi, caratterizzato sempre più dalla presenza di enormi imprese che governano gran parte del commercio internazionale: le multinazionali.

Una multinazionale è una società che possiede e controlla numerose imprese in altri Paesi del mondo. La società principale, quella che possiede il resto, viene chiamata "holding", quelle possedute "controllate" o "affiliate". Imperi molto grandi possono essere paragonati ai sistemi feudali: tutto era in mano al re che si rapportava direttamente solo con i feudatari, i quali avevano rapporti con i valvassori, e così via fino ai valvassini.

Queste società hanno dimostrato notevole interesse per le terre dei Paesi in via di sviluppo le quali offrono numerose e attraenti possibilità di profitti. In questi Paesi, infatti, le società multinazionali, trovano:

bassi costi di produzione (manodopera, locali, ecc.);
agevolazioni fiscali;
assenza di movimenti sindacali;
borghesie del luogo manovrabili;
proprietari disposti a vendere terreni fertili a basso prezzo.

Le multinazionali non esitano ad approfittare di tutto questo, rappresentando, per il Paese in cui si insediano, un grosso ostacolo allo sviluppo. Esse, infatti:

impediscono la riforma agraria che consentirebbe una più equa ridistribuzione delle terre ai contadini;
importano un modello di produzione che non risponde alla mentalità della gente e che crea pesanti dipendenze dall’estero;
richiedono l’acquisto all’estero di costose tecnologie e manodopera specializzata, compromettendo sempre più la bilancia dei pagamenti del Paese;
contribuiscono ad aumentare la disoccupazione agricola e lo spostamento delle masse di popolazione dalle campagne verso le città;
promuovono le coltivazioni più redditizie e necessarie ai loro meccanismi di trasformazione, causando una diminuzione delle colture da destinare la fabbisogno della popolazione locale.

I meccanismi a cui danno origine gli interventi delle multinazionali, si presentano come perversi e contraddittori, come nei seguenti esempi.

Nel Mali, paese della fascia del Sahel, una forte siccità ha gravemente compromesso la produzione di prodotti agricoli per il fabbisogno interno, mentre la produzione di arachidi per l’esportazione è aumentata nello stesso periodo nonostante i danni provocati dalla carestia.

Il Niger è stato specializzato nella produzione di arachidi e cotone, entrambi destinati all’esportazione visto che non sono di nessuna utilità per il consumo interno. Durante il periodo della siccità le coltivazioni di questi prodotti non solo sono continuate, ma hanno anche aumentato la loro produzione sebbene i fabbisogni del Paese non fossero completamente coperti. Queste coltivazioni hanno creato solamente qualche posto di lavoro in più ma non hanno determinato grosse entrate di valuta estera, poiché i paesi industrializzati maggiormente interessati a questi prodotti, vi applicano pesanti tariffe doganali.

In Pakistan il granoturco, da alimento della popolazione più povera, è divenuto materia prima da trasformare in addolcitore per bevande da vendere nei Paesi ricchi occidentali.

La Repubblica Dominicana trae dalla coltivazione dello zucchero il proprio sostentamento. Negli ultimi anni tale produzione era controllata da una multinazionale che ha dovuto, nel 1984, vendere tutto ad un’altra multinazionale inglese. Questa nuova situazione non ha cambiato la situazione per la popolazione dominicana: il padrone muta ma i meccanismi di sfruttamento no.

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