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agrcltre.wmf (30666 byte) LE INIZIATIVE IN ATTO

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Cosa possiamo fare?
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) L’avanzata del deserto
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Moderne forme di sfruttamento
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Condizionamenti economici
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) La siccità
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Aiuti alimentari controproducenti
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Boicottaggio degli acquisti
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Boicottaggio della del Monte
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) Boicottaggio della Nestlè

 

Cosa possiamo fare?

Nei paesi africani della fascia sub-sahariana, tormentati dalla siccità, il cibo di base, quello cioàè che fornisce la quota più consistente delle calorie alimentari alla massa della popolazione, è costituito da cereali poveri come il miglio e il sorgo. Si tratta di cereali coltivati da millenni in quelle zone aride, così come in altre analoghe zone sub-tropicali nel mondo. Questi cereali si adattano a simili terreni in precario equilibrio ecologico, senza troppo depauperarli. Altre coltivazioni rischierebbero di trasformarli rapidamente in deserto.

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L’avanzata del deserto

È proprio perché i colonizzatori europei imposero di sostituire a queste coltivazioni tradizionali altre produzioni agricole (in genere allo scopo di esportarle nei paesi ricchi dell’Europa), che molti terreni oggi sono diventati o stanno diventando deserto.

Infatti, se le coltivazioni sono depauperanti, si altera il delicato equilibrio di quei terreni: perdono l’humus che contengono, non sono più in grado di trattenere quella poca pioggia che cade e diventano – spesso irreversibilmente – deserto.

Così gli abitanti non possono più coltivarvi neppure quei cereali che, pur essendo poveri, avevano tuttavia consentito la sopravvivenza e forse anche una vita soddisfacente alle generazioni precedenti.

Negli ultimi anni nella fascia del Sahel, a sud del Sahara, il deserto avanza ogni anno di diversi chilometri, portando con sé fame e miseria. Si vede quindi che le cause della fame non sono unicamente da ricercare in ingovernabili eventi meteorologici, ma anche in precise responsabilità dei popoli ricchi colonizzatori.

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Moderne forme di sfruttamento

Anche in anni recenti, in cui acuta si è fatta la siccità e la carestia, le statistiche indicano un notevole flusso di primizie esportate da quei paesi verso i mercati ricchi europei o americani: non riescono a produrre di che sfamarsi, ma devono trovare terreni da destinare alla coltivazione di prodotti superflui, come le primizie per arricchire con cibi stravaganti le nostre tavole, già troppo ricche.

Così il danno di quei Paesi è duplice: da un lato rischiano l’ulteriore compromissione dei terreni e dall’altro di non produrre l’indispensabile per la sopravvivenza della popolazione. È inutile sottolineare che gli scambi tra primizie ed alimenti di base, così come in genere tutti gli scambi tra mondo sviluppato e non, sono di solito ineguali, lasciano cioè i Paesi poveri in una situazione di debolezza e di subordinazione rispetto alle potenze economiche.

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Condizionamenti economici

Oggi è diventata rara l’imposizione coloniale di determinate coltivazioni per via politica, dato che quasi tutti i paesi hanno raggiunto formalmente l’indipendenza. Restano tuttavia molte possibilità di imposizione per via economica. Certe coltivazioni sono ad esempio condizione per poter accedere a prestiti finanziari o ad altre agevolazioni internazionali. Oppure i terreni vengono acquistati da grosse imprese multinazionali e coltivati secondo interessi diversi da quelli fondamentali della popolazione. È soltanto da pochi anni che anche certe organizzazioni internazionali consigliano ufficialmente gli stati del terzo mondo di perseguire innanzitutto l’autosufficienza alimentare, cioè le produzioni destinate a sfamare i propri abitanti.

Non mancano poi i casi in cui certi organismi internazionali controllati dai paesi ricchi, come la Banca Mondiale, impongono ancora colture di esportazione ai paesi del terzo mondo quale condizione per ricevere prestiti o finanziamenti. Situazioni aberranti, come il caso dei paesi affamati del Sahel che esportano primizie per il mondo ricco, possono perfino essere promosse da organismi internazionali !

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La siccità

Del resto le presunte irregolarità atmosferiche non sembrano del tutto indipendenti dal benessere dei popoli ricchi. Taluni ritengono che la siccità possa essere causata da quella sottile pellicola di petrolio che copre ormai tutti gli oceani, frenandone l’evaporazione: pellicola che è la conseguenza del forte consumo di petrolio delle società opulente e del conseguente inquinamento, anche dei mari.

Altri accusano maggiormente l’abbattimento delle foreste per ricavarne mobili e per arredare riccamente le nostre case, oppure per trarne carta, destinata in buona parte per la pubblicità per accelerare ulteriormente il ritmo dei consumi. Altri rischi di alterazione del clima derivano dall’aumento dell’anidride carbonica nell’aria o da altre forme di inquinamento: tutte conseguenze del benessere e del consumismo.

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Aiuti alimentari controproducenti

In certe situazioni gli aiuti che i popoli ricchi inviano a quelli poveri servono a tamponare situazioni di emergenza, ma possono alla lunga rivelarsi controproducenti. Esempi significativi si hanno nei già ricordati Paesi africani. Gli aiuti alimentari sono costituiti soprattutto da cereali e in primo luogo di frumento, prodotto in eccedenza nei fertili terreni nordamericani. Il frumento è certamente un cereale più ricco del miglio o del sorgo africani: contiene più proteine, si presta alla lievitazione e alla panificazione. È quindi più gustoso e più gradito alla popolazione. Il grano inviato ai governi del Sahel come aiuto alimentare, viene distribuito gratuitamente o a basso prezzo, soprattutto là dove ce n’è più bisogno e dove c’è più gente: nelle città.

Ma qual è il risultato? Il risultato è che la prospettiva di poter disporre di un cibo più ricco e di vivere con più agio nelle città, induce molti ad abbandonare la campagna con i suoi magri campi, per cercare miglior fortuna nelle città. Così le già scarse produzioni locali si riducono ulteriormente, la fame si accresce e il paese diventa sempre più dipendente dagli aiuti delle nazioni ricche.

Un saggio detto cinese consiglia che se si vuole aiutare qualcuno che ha fame, di insegnarli a pescare invece di regalargli un pesce. Certamente più che attraverso l’invio di grano, si potrebbe aiutare il terzo mondo inducendolo a curare di più l’agricoltura; a saper trarre dalla terra le risorse che le tecniche moderne potrebbero consentire senza alterare l’equilibrio ecologico; a sapersi accontentare di un cibo povero, purché sufficiente per vivere in buona salute. Ma per insegnare tutto questo, bisogna averlo messo in pratica. Invece la civiltà del benessere è orientata in tutt’altra direzione: verso nuovi consumi superflui, verso l’abbandono e la disaffezione delle campagne, verso una tecnologia staccata dalle esigenze umane e dalle situazioni di povertà. solo invertendo queste tendenze potremmo aiutare stabilmente il Terzo mondo. Se non tutto, qualcosa dipende anche da ciascuno di noi.

Di fronte alla situazione del Sud, quindi, del mondo bisogna saper intervenire su due fronti contemporaneamente:

Prevenzione: sono soprattutto le azioni che cercano di arrestare l’ulteriore impoverimento delle popolazioni;
Promozione: è l’azione secondaria, quando già il processo di impoverimento è avvenuto; ci si muove, allora, su un piano di risollevamento degli impoveriti, introducendo relazioni economiche vantaggiose per tutti (v. tabella).

Certamente una regola basilare per operare a fianco di chi è svantaggiato è quella di confrontarsi continuamente con le stesse organizzazioni che al Sud operano per migliorare le situazioni di disagio. Essi vedono e vivono, in prima persona, le cose che non vanno; essi conoscono i risvolti di certe azioni e campagne; essi sanno quali sono le priorità. Quindi è bene imparare a dialogare con queste realtà per concordare con i diretti interessati le iniziative da prendere e condurre.

Se agiamo insieme, secondo una linea comune, ci potremo mettere al riparo da atteggiamenti paternalistici o assistenziali, facili da assumere quando ci si muove con interventi di emergenza.

Le nostre azioni a fianco della gente del Sud

OPPORCI AI PROCESSI DI OPPRESSIONE E DI IMPOVERIMENTO

SOSTENERE IL RECUPERO DELLA DIGNITA’ UMANA, ECONOMICA E SOCIALE

Sostenere le lotte dei braccianti e dei lavoratori delle manifatture;
Organizzare lotte operaie internazionali all’interno dei gruppi multinazionali;
Evitare la violazione dei diritti umani;
Evitare che l’ambiente del Sud sia ulteriormente sfruttato e inquinato;
Impedire il crollo dei prezzi agricoli;
Impedire la sottrazione di terre e di foreste;
Eliminare le regole commerciali restrittive nel settore manifatturiero;
Ostacolare le azioni repressive e antisociali dei governi;
Contrastare la produzione e il commercio delle armi.
Sostenere la gente nei momenti di emergenza;
Garantire ai contadini a agli artigiani la possibilità di migliorare la loro produzione;
Pagare prezzi equi ai contadini e agli artigiani;
Cooperare per una rapida soluzione dei maggiori problemi sociali;
Sostenere uno sbocco positivo del debito;
Consumare tenendo conto dei bisogni della gente;
Consumare tenendo conto dei limiti del pianeta;
Sostenere scelte agricole e commerciali che favoriscano l’autosufficienza alimentare;
Sostenere scelte che favoriscano l’occupazione industriale in condizioni dignitose.

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Boicottaggio degli acquisti

A fianco dei numerosi interventi a favore dei paesi del sud del mondo, si devono attuare azioni in grado di avere effetti diretti e che possano essere condotte da tutti.

Una di queste azioni è il boicottaggio di quei prodotti gestiti da multinazionali che perseguono esclusivamente i propri interessi considerando i Paesi in cui si insediano come miniere da sfruttare.

Così molte terre del Sud del mondo sono destinate alla coltivazione di prodotti che non interessano minimamente al Paese in cui si coltivano ma che sono destinati all’esportazione nei Paesi ricchi: caffè, cacao, banane, allevamento del bestiame, ecc., sono tutti esempi che confermano come, man mano che la produzione si sposta verso il Nord, nei Paesi del sud peggiora la situazione della popolazione.

Il discorso vale anche per quei prodotti non alimentari che, tuttavia, presuppongono una manodopera a basso costo per risultare concorrenziali una volta immessi nel mercato internazionale a cui, spesso, hanno accesso solo i Paesi ad economia più forte. Riuscire ad imporsi nel mercato, diventa così la maggiore finalità delle grandi multinazionali che ritengono legittimo utilizzare qualsiasi mezzo a loro disposizione: lavoro minorile, nessun riconoscimento dei diritti previdenziali, bassi salari, ecc.

Il consumatore del nord crea, attraverso le sue scelte e le sue preferenze, domanda a cui le imprese cercano di rispondere lucrando il più possibile: egli ha dunque un’importanza economica notevole e, per questo, gli si richiede una maggiore attenzione ed una notevole capacità di discernere fra quello che può veramente contribuire ad una maggiore equità nei rapporti internazionali e quello che, invece, la esclude.

Attraverso il boicottaggio si esercita una pressione sulle imprese produttrici che le spingono a comportamenti diversi. L’esperto Todd Puttnam afferma che: "il boicottaggio denuncia ed educa allo stesso tempo. Educa a non assistere passivamente alle ingiustizie che avvengono sotto il nostro naso, abitua la gente a riprendersi il potere nelle proprie mani. Per questo è quanto di più democratico possa esserci".

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Boicottaggio della del Monte

In Kenya Del Monte produce ananas su 5.000 ettari di terra che per legge appartengono al governo. Ma a Del Monte la proprietà non interessa un granché. Anzi, non la vuole proprio perché sa che quando la restituirà la terra sarà così inquinata ed esausta che non servirà a nulla.

Del Monte è in Kenya da 30 anni e da sempre ha un solo obiettivo: sfruttare la terra il più possibile. Per ottenere alte rese sparge quintali di prodotti chimici che alla lunga deteriorano il terreno e lo rendono improduttivo. Per questo Del Monte ha bisogno di espandersi su altri appezzamenti con conseguenze drammatiche per i contadini che li occupano. Spogliati della loro terra, della loro casa, del loro lavoro, cercano rifugio nelle città, dove finiscono per vivere di espedienti in una delle tante baraccopoli.

Finché i contadini perdono la terra a vantaggio delle multinazionali perché stupirsi se in Africa ci sono 250 milioni di poveri ???

Ogni giorno mi alzo alle 4 e mezzo del mattino e dopo un’ora di cammino, faccio la fila davanti al cancello della piantagione Del Monte nella speranza di poter fare una giornata di lavoro.

Quando mi prendono, faccio 9 ore di lavoro, poi l’impiegato mi paga ed il mio rapporto con Del Monte finisce. Il giorno dopo è una nuova fila e se ho fortuna faccio un’altra giornata di lavoro, altrimenti torno a casa. Questa è la mia condizione di giornaliero avventizio nella regione di Thika in Kenya.

Ho maggiore possibilità di essere assunto durante il periodo della raccolta. Ogni giorno taglio migliaia di frutti sotto il sole o la pioggia, frugando, piegato in due, fra le piante di ananas. A fine giornata sono pieno di graffi e con gli occhi lacrimanti perché le foglie di ananas sono taglienti e irrorate con sostanze che provocano irritazione.

Guadagno 350 lire all’ora. Per comprare 1 Kg di pane mi ci vogliono 4 ore di lavoro. A fine giornata ho guadagnato quanto basta per comprare 3 Kg di farina di mais."

Con la campagna di boicottaggio, si cerca di far pressione sull’azienda affinché:

  1. Vengano pagati salari più dignitosi;
  2. Venga abbandonato l’uso di pesticidi più rischiosi e venga salvaguardata la salute dei lavoratori;
  3. Vengano garantiti ai lavoratori tutti i diritti previsti dalla legge e dai contratti;
  4. Venga accettato il controllo da parte di una commissione indipendente appositamente costituita.

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Boicottaggio della Nestlè

Secondo l’UNICEF, un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno perché non vengono nutriti con il latte materno. E molti altri milioni si ammalano seriamente. L’allattamento al seno materno fornisce il miglior inizio alla vita per tutti i bambini e in tutti i Paesi del sud del mondo costituisce un’indispensabile fonte di sopravvivenza.

L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, e L’UNICEF, hanno definito un codice di Condotta che proibisce ogni forma di promozione del latte in polvere per bambini.

La Nestlè viola questo codice più frequentemente degli altri produttori. Una delle sue strategie di maggior successo consiste nel fornire gratuitamente di latte in polvere gli ospedali: allattare i neonati con il biberon favorisce l’insuccesso dell’allattamento naturale, così che il bambino viene a dipendere dal latte artificiale.

Una volta a casa, la madre deve comprare il latte da sé e questo costituisce, soprattutto nel Sud del mondo, un enorme peso per il reddito familiare. Inoltre, in condizioni di povertà e di scarsa igiene l’allattamento artificiale è particolarmente rischioso per il neonato ed è causa di malnutrizione (in quanto il latte viene spesso diluito in modo eccessivo), e di infezioni intestinali (a causa di acqua inquinata).

Un monitoraggio in 80 paesi ha portato a scoprire le seguenti violazioni da parte della Nestlè, che detiene la metà del mercato mondiale del latte in polvere:

Forniture gratuite di latte in polvere per neonati ad ospedali e reparti maternità in più di 50 paesi in quantità sufficienti per allattare artificialmente tutti i neonati;
Etichette in lingua non parlata dai consumatori in 11 paesi, inclusi Etiopia, Polonia e Pakistan;
Promozione alle madri negli ospedali in oltre 20 paesi, inclusi El Salvador, Sud Africa e India;
Pubblicità del latte intero in polvere per neonati in Malesia;
Promozione di vari tipi di latte post allattamento per bambini di 4 mesi, anche se non consigliabile finché il bambino non abbia raggiunto i 6 mesi.

In breve:

Perché l’allattamento artificiale uccide?

Nel Terzo mondo il latte in polvere ha un costo insostenibile per le famiglie, che guadagnano troppo poco per attenersi alle dosi prescritte e lo diluiscono eccessivamente; inoltre l’acqua con cui il latte è diluito è spesso malsana e portatrice di malattie. I bambini sono così esposti alla morte per denutrizione e dissenteria 25 volte più che se fossero allattati al seno. Secondo l’UNICEF un bambino ogni 30 secondi potrebbe essere salvato se fosse allattato naturalmente.

Perché allora le madri non allattano naturalmente?

Sostanzialmente perché non lo sanno. Nel Sud del mondo c’è grande carenza di informazioni mediche e spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle compagnie di latte e dalle loro pubblicità che presentano il latte artificiale come un’alternativa più evoluta di quella naturale. Inoltre, se non stimolato fin dall’inizio perché sostituito con il biberon, il latte materno viene progressivamente a mancare e la madre una volta uscita dall’ospedale si ritrova senza latte proprio e deve procurarsi, pagando di tasca proprio, quello artificiale.

Può una donna malnutrita allattare naturalmente?

Sì. Il corpo umano è straordinario nella sua capacità di produrre latte anche se sotto stress o malnutrito. Comunque è molto più sicuro ed economico nutrire la madre ed aiutarla ad allattare naturalmente che allattare i bambini artificialmente.

E se la madre non vuole allattare naturalmente?

Il boicottaggio contro la Nestlè mira a proteggere le madri ed i bambini, non a costringere le madri ad allattare naturalmente contro il loro desiderio. Una donna dovrebbe avere il diritto ad una scelta informata. La Nestlè viola questo diritto.

Anche da noi l’allattamento naturale è preferibile a quello artificiale?

Sì: nei paesi occidentali un bambino allattato artificialmente è esposto 10 volte in più a malattie di tipo gastrointestinali rispetto ad un bambino allattato naturalmente. Recenti studi hanno dimostrato che le donne che allattano al seno corrono minori rischi di contrarre il cancro l seno ed è meno probabile che i loro bambini si ammalino di diabete in seguito. L’allattamento al petto garantisce inoltre un importante effetto immunitario proteggendo dalle più comuni infezioni.

Chiaramente questo ultimo fattore, molto utile anche nella nostra società, è addirittura basilare in un paese povero, dove non è così facile reperire medicinali.

In che senso le tattiche di marketing che usa la Nestlè sono ritenute illegali?

L’UNICEF e l’OMS hanno redatto nel 1981 un Codice Internazionale di marketing che bandisce ogni promozione al pubblico di sostituti del latte materno e i rifornimenti gratuiti negli ospedali. Inoltre l’informazione fornita al personale medico da produttori e distributori deve essere limitata a fatti scientifici ed effettivi e non deve implicare o creare la credenza che l’allattamento mediante biberon sia equivalente o migliore rispetto a quello naturale.

Perché proprio la Nestlè?

La Nestlè non è l’unica compagnia che infrange il codice internazionale dell’UNICEF, ma lo viola più spesso di ogni altro suo concorrente e controlla circa la metà del mercato globale del cibo per bambini, vendendo il 25% dei suoi prodotti nel sud del mondo. Il suo comportamento irresponsabile spinge anche le compagnie concorrenti a ricorrere agli stessi mezzi. È per questo che si chiede alle persone di non acquistare più Nescafé e Nesquik, i prodotti più rappresentativi della compagnia.

Quali prodotti della Nestlè non acquistare:

caffè e cacao: Nescafé, Orzoro; cioccolato: Perugina, Nestlè; salumi: Vismara, King’s;

acque minerali: Vera, San Bernardo, San pellegrino, Perrier, Sant’Antonio; olio: Sasso;

dolci: Smarties, Kit Kat, Galak, Lion, After Eight, Quality Street, Toffee, Polo, Motta, Alemagna;

conserve: Berni; formaggi: Locatelli; pasta: Buitoni, Pezzullo; riso: Curtiriso;

preparati per brodo: Maggi; surgelati: Surgela, Mare Fresco, La Valle degli orti;

gelati: Motta, Alemagna, Antica Gelateria Del Corso; cibi per animali: Friskies, Buffet; cosmetici: L’Oreal

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