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giappon1.wmf (24662 byte) LA FILOSOFIA ORIENTALE

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La filosofia centrale del Buddhismo

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Nª gª rjuna - Le stanze del cammino di mezzo

 

La filosofia centrale del Buddhismo

"Pur essendo trascorsi cento anni dall'inizio dello studio scientifico del Buddhismo in Europa, siamo ancora all'oscuro per quanto riguarda gli insegnamenti fondamentali di questa religione e della sua filosofia" osserva Stcherbatsky nel 1927. La vastità del Buddhismo è sorprendente. Una letteratura ampia e varia, canonica, esegetica e sistematica, che copre un arco di più di quindici secoli, è disseminata in una gran quantità di lingue: sanscrito, pali, tibetano, cinese e diverse lingue mongole. La sua complessità non è meno preoccupante: le sue scuole e sottoscuole sconcertano, per il numero e per le particolarità del loro pensiero. La difficoltà maggiore che si incontra è l'assenza di una tradizione interpretativa accreditata che potrebbe correggere molte imperfezioni e imprecisioni della nostra conoscenza. Ma il tentativo risoluto di capire il Buddhismo va compiuto anche ammettendo queste difficoltà: Esso è essenziale per la corretta e fruttuosa comprensione della filosofia e della religione indiana, sulla quale il Buddhismo ha esercitato un'influenza profonda e permanente. Il Buddhismo costituisce inoltre la cultura principale dei paesi asiatici meridionali, orientali ed estremo-orientali. Lo studio del Buddhismo potrebbe poi dimostrarsi importante come contributo alla cultura mondiale, e questo potrebbe rivestire un certo significato nel contesto del mondo d'oggi.

Negli studi comparativi c'è sempre un certo rischio. Non ci sono due sistemi di pensiero, ma neppure due loro aspetti, che siano del tutto identici o simili. Se, d'altra parte, fossero assolutamente unici, non potremmo differenziarli nè capirli. Il tentativo costante è stato quello di compiere distinzioni, su ciascun punto importante, tra il Mª dhyamika, il VijÔ ª navª da e il Vedª nta, cercando anche di comprendere l'evoluzione del loro pensiero alla luce dell'evoluzione di correnti simili in Occidente. In particolare, sono stati compiuti pertinenti riferimenti a Kant per chiarire alcuni aspetti del Mª dhyamika. Cercando di tener sempre d'occhio le diversità di visione e di prospettiva della filosofia indiana e di quella occidentale. Ma nonostante i suoi comprensibili difetti, il metodo comparativo è forse l'unico in grado di rendere comprensibile il pensiero indiano al lettore occidentale, nei termini delle idee filosofiche con cui ha dimestichezza.

(MURTI)

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Nª gª rjuna - Le stanze del cammino di mezzo

Le due vie, quella positiva e quella negativa, la catafatica e l'apofatica, si trovano in ogni pensiero religioso. Sebbene la realtà vera delle cose trascenda il nostro pensiero e il nostro linguaggio, ed il primo principio, dice nel sesto secolo l'ultimo scolarca d'Atene, il neoplatonico Damascio, non sia "né uno né molti, né generatore né ingenerato, né causato né non causato" e queste stesse negazioni si annullino, per dir così, reciprocamente in un regresso senza fine, sebbene consapevoli che nulla possiamo dire di lui, noi siamo ciononostante spinti a parlare di lui e diventiamo consapevoli del suo nulla, del suo non essere tutto quello che di lui possiamo immaginare, proprio attraverso questi ragionamenti e queste parole stesse. "Chiamo gli dei a testimoni dall'impotenza di questi pensieri e, ancor di più, di queste dimostrazioni, ma senza il mutuo appoggio di questi ragionamenti e di questi procedimenti necessariamente metaforici nulla assolutamente potremmo indicare circa i supremi principi." La suprema realtà è silenzio e al porto di questo silenzio sono dirette queste doglie quasi di parto colle quali ci sforziamo di mettere alla luce la verità. Tutte le volte che ragioniamo intorno alla realtà noi ci sforziamo in effetto di nominare quanto per natura è innominabile e di significare l'insignificabile. La suprema realtà chiede che noi ci spogliamo di ogni concetto. La suprema realtà è dunque assolutamente ineffabile, è il nulla. Il niente, l'ineffabile, la negazione, tuttavia, non solo son delle parole, dei pensieri pericolosi. "Pericolosissimo era in realtà, infatti, il discorso, ove fosse caduto in orecchie volgari. Appena infatti mosso il discorso intorno a ciò che assolutamente non esiste, si ritrasse e periclò di cadere nel mare della dissimilitudine o, per meglio dire, di una vacuità senza appoggio." Da questa concezione a un nichilismo universale il passo è breve e si fa presto a male interpretare tali espressioni. In realtà, l'assoluto deve essere liberato anche da ogni determinazione apofatica.

L'importanza del nostro pensiero a cogliere in alcun modo questa realtà ineffabile, non implica naturalmente che esso sia inutile.

Questa realtà può essere raggiunta, come abbiamo veduto, solo attraverso questo "mutuo appoggio" di pensieri e di parole, queste nostre doglie con cui ci sforziamo di mettere alla luce la verità e che in qualche modo già contengono in sé il loro frutto. L'atteggiamento neoplatonico è una concezione prammatica, come in sostanza, ogni atteggiamento religioso. Le parole son solo uno strumento e Si giustificano nella misura che son tenute per tali; e nulla impedisce che noi attribuiamo alla suprema realtà questa o quella determinazione, se ben inteso siamo consapevoli, che, in realtà, essa è diversa, non è né questo né quello.

Se questo atteggiamento trova, come si è accennato, in Occidente una delle sue più significative espressioni in certe correnti platonizzanti, il campione più rigoroso e sconcertante di esso non è un occidentale, ma l'indiano e buddhista Nª gª rjuna, vissuto intorno al II secolo d. C. Nª gª rjuna non nasce dal nulla. Prima di lui questo atteggiamento, anche se meno agguerrito e conseguente, aveva già trovato corpo nel vario insieme di quelle scritture note col nome di PrajÔ ª Pª ramitª o Perfezione della Saggezza, che, cominciate ad apparire in India intorno al II secolo a. C., rappresentano il nucleo più antico del cosiddetto buddhismo del Grande Veicolo, in contrapposto all'antico buddhismo noto col nome di Piccolo Veicolo. Secondo queste scritture la realtà è ineffabile, trascende ogni forma di pensiero discorsivo, non è né nata, né distrutta e, assolutamente parlando, non si può parlare né di Buddha, né di Bodhisattva, nè di esseri in generale. "Nome e non altro è quanto noi chiamiamo Perfezione della Saggezza o Bodhisattva. Questo nome di Bodhisattva, poi, non si percepisce né fuori, né dentro, né tra i due. E, come accade di lui, si parla di esseri diversi, ma non si percepisce, eppure, essere alcuno. Tutti questi nomi sono solo designazioni". Il vero buddhista si astiene da ogni opinione. La retta strada, il cammino di mezzo, consiste nella non accettazione di ogni estremo, affermativo o negativo.

(N&127; g&127; rjuna)

Le Stanze del Cammino di mezzo

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