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LA QUESTIONE ETICA DEL PROGRESSO
Progresso o privilegio??? Il progresso occupa, nella nostra cultura, una posizione sempre più centrale: esso si presenta come un idolo da adorare, come un obiettivo nobile cui elevare sacrifici talvolta anche notevoli. Chi non si dimostra dedito al raggiungimento del progresso, viene qualificato come un arretrato, un superato, come un primitivo legato ancora alletà della pietra, al lume di candela. Certo il progresso non ha una sola dimensione negativa: a fronte di numerosi difetti e costi, esistono altrettanti pregi che ne denotano la positività di fondo. Limportante è, allora, stimolare una riflessione che permetta di discernere meriti e limiti delle diverse forme di progresso.
A fronte di queste precisazioni, è opportuno, dunque, stabilire un criterio di valutazione che ci permetta di stabilire lefficacia e la positività del progresso. Esso, affinché lo si continui a chiamare progresso, deve essere estendibile a chiunque e non esclusivamente a determinate categorie di persone (che nella stragrande maggioranza risultano essere persone ricche): se ciò avvenisse, si dovrebbe parlare di privilegio visto che riguarda una fascia ristretta di persone. Il riferimento alla realtà dei rapporti fra Nord e Sud del mondo sembra essere lampante, visto che circa il 20% della popolazione vive consumando circa l80% delle risorse. In conclusione è evidente come il progresso sia da ricercare soprattutto nella sfera dei beni immateriali i quali, meglio di altri, permettono laccesso a fasce sempre più ampie delle popolazioni, senza, per questo, venire distrutti. Una sintesi del 10° rapporto UNDPIL 10° rapporto dellUNDP, lAgenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano, riguarda la crescente interdipendenza degli individui in un mondo che si sta globalizzando sempre più. Certo la globalizzazione non è cosa nuova ma, in questa era, essa assume caratteristiche nuove e particolari, e non si limita al settore economico ma si estende alla cultura, alla tecnologia, alla governance. Dovunque gli individui stanno diventando sempre più collegati (basti pensare alla diffusione del fenomeno Internet), influenzati reciprocamente da avvenimenti che capitano anche a migliaia di chilometri di distanza. Possiamo dividere il Rapporto in aree tematiche:
La globalizzazione offre numerose opportunità per il progresso umano di milioni di individui che lottano ogni giorno con la povertà. Queste potenzialità possono essere colte solo attraverso un sistema di governo nazionale e mondiale decisamente più forte, che si rifaccia a valori condivisi e ad un impegno condiviso per lo sviluppo di tutti.
Le opportunità devono essere distribuite in maniera più ampia possibile, per permettere a diversi Paesi di cogliere le potenzialità che la globalizzazione economica e tecnologica permette.
Si creano quando la distribuzione delle opportunità non avviene in maniera equa e riguardano soprattutto quei Paesi che seguono i capricci dei mercati mondiali, i quali decidono del prezzo dei maggiori prodotti di questi paesi.
Il divario di reddito tra il quinto degli individui che vive nei paesi più ricchi e il quinto dei paesi più poveri era, nel 1997, di 74 a 1, superiore al 60 a 1 del 1990 e al 30 a 1 del 1960. Un confronto fra il quinto degli individui che vive nei paesi a reddito più elevato ed il quinto più povero, è riassunto nella tabella:
Ben lungi dallessere incidenti isolati, le crisi finanziarie sono sempre più comuni a causa della diffusione e della crescita dei flussi globali di capitale; esse sono il risultato di rapidi aumenti ed inversioni dei flussi di capitale a breve termine. Basti ricordare il disordine finanziario avvenuto nellAsia dellEst tra il 1997 e il 1999 che ha coinvolto tutti i mercati finanziari globali. Nessun singolo Paese è in grado, da solo, di resistere ai capricci dei mercati e lazione globale diventa necessaria per prevenirli e gestirli.
Le pressioni della concorrenza globale hanno portato paesi e datori di lavoro ad addotare politiche di lavoro più flessibili, affiancate da accordi di lavoro più precari.
La globalizzazione apre lesistenza degli individui alla cultura , al flusso delle idee e della conoscenza. Ma questo flusso di cultura risulta sbilanciato verso i Paesi più ricchi i quali si ritrovano ad influenzare pesantemente stili di vita ed abitudini dei paesi più poveri.
Mercati dei capitali privi di regole, progressi nella tecnologia informatica e delle comunicazioni e costi di trasporto più convenienti rendono i flussi più facili, più veloci e meno limitati non solo per la conoscenza medica ma anche per leroina, non soltanto per libri e sementi ma anche per il denaro sporco e le armi. Il commercio illecito di droga, donne, armi e denaro riciclato sta contribuendo alla violenza e al crimine che minaccia i rapporti di vicinato in tutto il mondo.
Il cronico degrado ambientale minaccia gli individui a livello mondiale anche se la maggior parte dei costi viene sopportata dai poveri che, tra laltro, non sono i primi a beneficiarne.
Con la globalizzazione anche i conflitti hanno mutato caratteristiche: ad alimentarli è il traffico di armi che coinvolge nuovi attori e confonde gli interessi politici e commerciali.
A fronte di queste conseguenze "a doppia faccia", della globalizzazione, è necessaria un governo globale e nazionale che ponga al centro lo sviluppo umano e lequità. Ma per "governo" non si può intendere quello che finora abbiamo denominato così. Con tale nome si vuole indicare una struttura di regole, istituzioni e pratiche stabilite che pongano limiti e diano incentivi per il comportamento di individui, organizzazioni e aziende. Senza questo i rischi di conflitti globali diverrebbero una realtà del XXI sec. Liberalizzare leconomia (di Sabina Siniscalchi Mani Tese) Le leggi dell'economia dicono che la libera concorrenza è un bene, che tutti ne possono trarre vantaggio purché il gioco sia davvero libero e trasparente: ma già qui sorgono i primi dubbi, perché non a tutti sono garantite le stesse condizioni di partenza e di funzionamento all'interno del sistema commerciale ed economico governato esclusivamente dalla competitività. L'assenza di condizioni paritarie nella globalizzazione penalizza ed emargina le economie più deboli. Prendiamo l'Africa: nel 1980 la quota africana nel commercio di materie prime era del 5,5%, oggi è scesa al 3,7% (mentre la sua partecipazione al commercio mondiale di prodotti industriali non supera lo 0,5%). Uno studio della Banca Mondiale ci dice che l'applicazione dell'Uruguay Round che in teoria dovrebbe rilanciare i paesi africani nell'economia mondiale comporterà invece per l'Africa Subsahariana una perdita di quasi 3 miliardi di dollari l'anno. In altre parole l'Africa è troppo debole per riuscire a sopravvivere nel mercato globale. Non dimentichiamo che dei 23 mila miliardi di dollari che rappresentano il Prodotto Lordo mondiale, 18 mila miliardi di dollari sono prodotti dai paesi industrializzati, mentre solo cinque si devono all'insieme dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS), dove vive l'80% di tutta la popolazione mondiale. Disuguaglianze (di Sabina Siniscalchi Mani Tese) La globalizzazione presuppone - o meglio, impone - la progressiva riduzione dell'intervento statale nell'economia. La parola d'ordine è: "Meno stato, più mercato", ma pochi si interrogano sulle conseguenze di questo nuova "ideologia". Gli effetti delle politiche neoliberiste dettate dal "Fondo Monetario Internazionale" (FMI) e dalla "Banca Mondiale" sulle società dei paesi poveri, sottoposti a politiche di aggiustamento strutturale e risanamento economico (si veda il dossier sul debito), si traducono in tagli alla spesa pubblica, contenimento dei consumi, blocco dei salari, privatizzazioni, impulso alla produzione per l'esportazione a discapito di quella per la sussistenza, che significano per la maggior parte della popolazione un peggioramento delle condizioni di vita: meno cibo, meno istruzione, meno salute. Dal 1980, le spese sociali nei PVS sono state ridotte del 70% e quelle dell'istruzione del 25% proprio in ragione delle politiche di aggiustamento strutturale applicate in quei paesi. Ma salute, istruzione, casa, lavoro solo beni fondamentali ai quali tutti gli abitanti del pianeta hanno diritto! E' la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo a dirlo solennemente. Inoltre, l'accesso ai servizi di base rappresenta il primo passo per sconfiggere la povertà, come viene riconosciuto nella Dichiarazione Finale del Summit sullo "Sviluppo Sociale" svoltosi a Copenaghen nel marzo del 1995. Ciò che temiamo è che la liquidazione dello Stato si traduca in accentuazione delle disparità sociali ed economiche. E qualcosa di vero ci dev'essere se l'UNDP afferma che nel 1960 il 20% più ricco della popolazione mondiale aveva un reddito 30 volte più elevato del 20% più povero, mentre nel 1990 questa differenza è cresciuta fino a 60 volte... Viviamo in un mondo in cui 358 miliardari hanno un reddito superiore a quello del 45% della popolazione mondiale (fonti ONU). Speculazione (di Sabina Siniscalchi Mani Tese) Occorre chiedersi chi, in un mondo così squilibrato, ha il compito di assicurare a tutti i cittadini i diritti fondamentali e una vita dignitosa. Se gli stati abdicano al loro ruolo, potrà questo potere essere gestito dalle istituzioni economiche internazionali come il FMI o la Banca Mondiale? Al di là delle legittime critiche alle modalità di funzionamento di queste istituzioni - che non sono democratiche, si pensi ad esempio al sistema del "voto ponderato" con cui si decide al loro interno...- bisogna anche interrogarsi sulla loro effettiva capacità di governare un sistema economico internazionale sempre più incontrollabile. Oggi, il 90% delle transazioni finanziarie è di natura speculativa: nelle varie Borse ogni giorno vengono spostate somme che sono quasi il doppio delle riserve monetarie di tutte le banche centrali. Ogni giorno in Germania 1.500 miliardi di marchi si trasferiscono su azioni dietro cui non ci sono aziende o merci, ma solo i "futures bonds", le scommesse finanziarie sul futuro. Nel settembre del 1992, alcuni finanzieri guidati da George Soros fecero vacillare la Banca d'Inghilterra con un'ondata di speculazioni che quasi distrusse il Sistema Monetario Europeo (SME). I governi sono succubi delle speculazioni o del rischio di speculazioni e -come le istituzioni sovranazionali- sono finora impotenti nell'arginarle. Esiste una proposta del Premio Nobel per l'Economia James Tobin concernente una tassazione delle transazione valutarie ("Tassa Tobin"), per colpirne la redditività e, dunque, il volume di circolazione di questa "bolla speculativa": l'UNDP, che nel suo Quinto Rapporto sullo Sviluppo Umano adottò e sponsorizzò questa proposta, è stato severamente ammonito da molti governi occidentali, che hanno minacciato di tagliargli i fondi. Economia virtuale (di Sabina Siniscalchi Mani Tese) Il fatto è che la globalizzazione produce anche una divaricazione crescente tra economia finanziaria ed economia reale. Un tempo le Borse agevolavano il finanziamento delle attività produttive, collegando il risparmio con gli investimenti su mercati che riflettevano le tendenze economiche reali. Oggi, invece, il distacco della sfera finanziaria da quella economica ha raggiunto un tale grado che un aumento dei livelli occupazionali all'interno di un paese industrializzato produce un tracollo delle Borse valori!!! Molti imprenditori non sentono neanche più obblighi nei confronti del proprio paese, dal quale traggono i vantaggi che derivano dalla ricerca tecnologica, dal progredire delle comunicazioni, dalla creazione di infrastrutture: sono pronti, in nome della globalizzazione, a trasferire le loro produzioni in paesi in cui la manodopera è più a buon mercato (fenomeno delle "delocalizzazioni di impresa"). Si sta avvicinando il tempo di una pericolosa frattura del patto sociale tra governi, imprese e forza lavoro, che ha rappresentato il valore fondante delle democrazie occidentali. In passato era convinzione diffusa tra gli economisti che la stabilità dei cambi, la bassa inflazione e i ridotti tassi d'interesse favorissero lo sviluppo dell'economia e l'aumento dell'occupazione. Oggi ci troviamo in presenza di una crescita economica che l'UNDP definisce "crudele": anche in quei paesi dove si è verificato un incremento del Prodotto Interno Lordo il livello di disoccupazione è rimasto elevato o è addirittura in aumento. Tra il 1980 e il 1993, le 500 imprese con il fatturato più elevato hanno ridotto di 4 milioni e 400 mila unità i posti di lavoro. Solo lo 0,55 della forza lavoro di tutto il mondo è alle dipendenze di queste imprese, che però controllano il 25% della produzione e il 70% del commercio mondiale. Capire il fenomeno (di Sabina Siniscalchi Mani Tese) Cerchiamo però di non limitarci a denunciare o a demonizzare un fenomeno che è ormai in atto; un atteggiamento più costruttivo ci impone di capire cosa bisogna fare, come bisogna agire perché esso non rovini la nostra vita, quella degli altri abitanti del pianeta e quella delle generazioni future. Si tratta innanzittutto di rivendicare un nuovo controllo politico e sociale sulle attività economiche e commerciali, che oggi non rispondono più a nessuno. Non si tratta di promuovere lo statalismo, bensì di riappropriarsi della capacità di decidere quale dev'essere il modello di sviluppo che vogliamo, senza che esso sia imposto nei fatti da una élite non controllata democraticamente che decide vita, morte e miracoli di tutti noi. Proprio perché l'economia segue la logica del profitto, spetta alla politica - che deve avere una visione complessiva delle società- guidarla verso lo sviluppo per tutti. Occorre anche riflettere sul fatto che una società che può produrre beni sempre più sofisticati ma che non è in grado di offrire ai propri membri un lavoro, alimenta profonde tensioni sociali che possono sfociare in conflitti violenti. |
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