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globo.jpg (2828 byte) LA DIMENSIONE INTERNAZIONALE DEI CONFLITTI ETNICI

Secondo una prima analisi superficiale, la maggioranza dei conflitti etnici apparirebbero questioni interne agli stati-nazione: i vari gruppi, infatti, si affrontano all’interno di un’arena sociale già esistente; oppure un’etnia lotta per affermare i propri diritti o il proprio potere nei confronti di un governo centrale. Come risultato, può accadere che vengano poste in discussione le politiche statuali e perfino che queste vengano modificate; o ancora che si modifichi la condizione o lo statuto giuridico di una minoranza etnica: tuttavia, nella misura in cui il sistema internazionale moderno si fonda sul principio della sovranità dello Stato, tali problemi interni vengono lasciati al margine delle preoccupazioni della comunità internazionale.

In realtà accade sempre più spesso che i conflitti etnici e la situazione delle minoranze etniche abbiano risvolti internazionali estremamente articolati.

Un caso molto tipico è quello di un gruppo etnico in conflitto che conta dei membri della stessa etnia in altri Paesi: i tamil dello Sri Lanka, i curdi, i baschi, i sikh, i cattolici dell’Ulster, i turchi di Cipro e della Bulgaria, gli albanesi del Kosovo, gli ungheresi della Transilvania contano gruppi etnici affini in un altro Paese che, in generale, non è sempre un Paese limitrofo. In tale Paese essi ricercano, e sovente trovano, un appoggio politico e materiale: i ribelli tamil trovano appoggio nel Tamilnadu, all’altro lato dello Stretto di Palk; i militanti baschi dell’Euskadi del Sud trovano rifugio nel Paese Basco francese, mentre i membri dell’IRA sono sostenuti da gruppi situati nella Repubblica dell’Eire; le comunità sikh della Gran Bretagna e del Canada appoggiano la lotta dei sikh nel Punjab; i militanti nazionalisti curdi di Iran, Irak, Turchia e Siria hanno trovato un forte sostegno da parte dei Paesi vicini, a seconda delle circostanze, instabili e mutevoli, della politica medio-orientale. Tali esempi testimoniano che le relazioni con gruppi etnici affini situati all’estero possono costituire un importante fattore nell’evoluzione di un conflitto etnico che potrebbe sembrare esclusivamente interno.

Ci possono essere altre ragioni per spiegare la partecipazione esterna ad un conflitto etnico. Il caso più ricorrente si riferisce alle simpatie ideologiche che una delle parti in conflitto può suscitare tra gli attori esterni mentre questi, a loro volta, possono considerare il conflitto etnico come un’opportunità per ampliare la loro influenza e rafforzare la loro ideologia.

Si è scritto molto a proposito della partecipazione della Libia di Gheddafi a diversi conflitti di questa natura: il suo appoggio ai movimenti nazionalisti estremisti, come l’ETA e l’IRA, il ruolo che ha svolto dando appoggio alla ribellione dei musulmani nelle Filippine e organizzando poi i negoziati tra i dirigenti musulmani e il governo delle Filippine. I movimenti di sinistra del decennio ’70 e ’80, del resto, avevano sostenuto i cosiddetti "movimenti di liberazione nazionale" fioriti in svariate parti del mondo.

Alcuni degli interventi in un conflitto etnico da parte di Stati stranieri non hanno nulla a che vedere con l’etnicità o l’ideologia, bensì, semplicemente, con la pura geopolitica. I Paesi vicini possono facilmente vedersi indotti a intervenire a causa di specifici interessi di Stato: per esempio, tanto l’Iran quanto l’Irak hanno appoggiato i curdi che lottavano contro lo Stato nel Paese vicino (la Turchia) e, pur tuttavia, sono stati accusati di reprimere i curdi nel proprio territorio. L’India ha accusato il Pakistan di appoggiare, per evidenti interessi geopolitici, il movimento nazionalista estremista sikh nel Punjab e la ribellione musulmana nel Cachemire. E il governo dell’India, a sua volta, è stato accusato di agire in maniera analoga tanto nello Sri Lanka quanto nel Tibet.

Infine, può accadere che a simili conflitti partecipino le grandi potenze, il cui ruolo, anzi, è diventato sempre più rilevante nella misura in cui si sono moltiplicati i conflitti etnici nel mondo.

L’ex Unione Sovietica, per ragioni politiche, è intervenuta nel conflitto etnico dell’Etiopia, appoggiando prima una delle parti e poi l’altra, senza preoccuparsi troppo dell’ideologia o dell’etnicità. Gli Stati Uniti, invece, hanno sistematicamente appoggiato i cristiani nel Libano, i miskitos contro il governo sandinista del Nicaragua, il governo dello Sri Lanka contro l’insurrezione tamil, il governo filippino contro i musulmani e le rivolte tribali, gli ovambos contro il governo dell’Angola e gli hmong contro il governo del Vietnam. All’inizio del 1990, le tre repubbliche baltiche dell’Unione Sovietica dichiararono unilateralmente la propria indipendenza e ricevettero manifestazioni di simpatia e comprensione dall’Occidente, cioè dagli stessi Paesi che non approvavano l’indipendenza dei baschi, degli irlandesi del Nord, dei cittadini del Quebec o di Porto Rico.

Quando i conflitti etnici sorgono come risultato di migrazioni o del mutevole equilibrio demografico in alcuni Paesi, il "Paese d’origine" degli immigrati può manifestare una certa preoccupazione, a livello internazionale o bilaterale, circa il benessere dei propri figli.

Così, l’India dimostra un forte interesse per la sorte degli indù dell’Africa Orientale o del Pacifico (Uganda, Fiji); la Cina adotta un atteggiamento paternalistico nei confronti dei milioni di cinesi espatriati nell’Asia Sud-Orientale e in altre regioni; la Turchia e l’Algeria, tra gli altri, hanno firmato accordi con i governi dell’Europa Occidentale per migliorare e garantire la situazione dei loro lavoratori emigranti in questi Paesi.

Accade spesso che le relazioni internazionali tra gli Stati acquistino una coloritura etnica. Le politiche estere di alcuni Paesi, ad esempio, sono chiaramente ispirate a simpatie o considerazioni etniche.

Non è necessario ricordare l’utilizzo aggressivo fatto dalla Germania nazista dei gruppi etnici tedeschi situati al di fuori dei confini durante la preparazione della Seconda Guerra Mondiale. Fino a poco tempo fa le potenze coloniali ponevano i propri obiettivi coloniali in termini di teorie di supremazia razziale, e tale atteggiamento è duro a morire. Ogni volta che ci sono vittime "bianche" in qualche disordine politico di un Paese del Terzo Mondo, i governi e l’opinione pubblica dei Paesi occidentali manifestano una preoccupazione speciale, mentre poca attenzione viene prestata alle numerose vittime locali.

La politica estera degli Stati Uniti è particolarmente sensibile ai desideri dei gruppi di interesse americani che hanno appoggi e influenza presso il Congresso o la Casa Bianca. Per questo, nonostante gli interessi del governo americano siano stati talvolta comuni a quelli dei regimi che preconizzavano la supremazia dei bianchi in Sudafrica, non si sono potute ignorare le pressioni della comunità afro-americana contro l’apartheid, manifestate, in particolare, con la domanda pubblica di sanzioni economiche contro il Sudafrica.

Una delle ragioni che spiegano l’appoggio continuo degli Stati Uniti a Israele è la forza della "lobby" degli ebrei americani al Congresso. Gli americani di origine araba cominciano a comprendere l’importanza di una tale attività al fine di manifestare il proprio appoggio alla causa araba. Il sostegno degli Stati Uniti alla Polonia, durante gli ultimi anni ’80, rifletteva tanto un’ideologia antisovietica quanto le pressioni della comunità polacca degli Stati uniti.

Nella misura in cui molti dei conflitti etnici attuali hanno luogo nel Terzo Mondo, molte organizzazioni non governative e organismi di volontari, che proprio in questi Paesi lavorano, possono svolgere un ruolo attivo: le organizzazioni non soltanto possono procurano pubblicità all’estero per la causa di un gruppo etnico ingiustamente subordinato, ma possono altresì canalizzare risorse e aiuti in favore di tali gruppi.

I gruppi etnici in conflitto con uno Stato spesso si lamentano del fatto che gli aiuti non giungano loro, oppure finiscano per rafforzare il potere dello Stato. In tali circostanze, gli organismi donatori possono minacciare di ritirare o di sospendere i contributi a un dato Paese, tentando in questo modo di influenzare il comportamento di un governo in relazione a un conflitto.

Ad esempio, si sono esercitate pressioni sul governo del Sudan in relazione al conflitto nel Sudan meridionale, o sull’Etiopia per il conflitto del Tigré e dell’Eritrea. I governi, naturalmente, reagiscono negativamente a tali politiche, considerandole come un’ingerenza inammissibile nei propri affari interni.

Un’altra forma importante, e potenzialmente più efficace, di interesse internazionale si manifesta tramite il sistema delle Nazioni Unite.

Sebbene le Nazioni Unite rispettino scrupolosamente il principio di sovranità degli Stati, può accadere che vengano implicate in conflitti etnici nel quadro di tre diversi mandati:

quando un conflitto rappresenta un pericolo per il mantenimento della pace;
quando si tratta di un problema di decolonizzazione;
quando implica violazioni massicce dei diritti umani.

Le Nazioni Unite hanno intrapreso missioni di mantenimento della pace in occasione di alcuni conflitti etnici (Libano, Cipro), ma solo quando il conflitto aveva acquisito un carattere internazionale ed era intervenuto un Paese esterno.

Poiché le Nazioni Unite hanno svolto, e tuttora svolgono, un’importante funzione nel processo di decolonizzazione, l’Assemblea Generale ha approvato molte risoluzioni riguardanti il diritto alla libera determinazione dei popoli: tali risoluzioni, tuttavia, non sempre sono state rispettate dagli Stati che esercitano il potere sui territori coloniali: si possono citare come esempi il Sahara Occidentale e Timor Est.

Negli ultimi anni, gli organi competenti delle Nazioni Unite si sono preoccupati sempre di più per le situazioni di conflitto nelle quali si commettono violazioni massicce dei diritti umani. Senza dubbio, i processi decisionali di questi organi sono lenti e complicati; tuttavia, con sempre maggior frequenza, si chiede loro di agire per porre fine a tali violazioni. La Commissione per i Diritti Umani, il Comitato per i Diritti Umani, la Sottocommissione di Prevenzione di Discriminazioni e Protezione delle Minoranze, tra gli altri organi specializzati, hanno esaminato i casi di violazione dei diritti umani nel quadro di conflitti etnici.

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