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urss.jpg (22183 byte) I NAZIONALISMI

Il nazionalismo è, nello stesso tempo, espressione e causa di molti dei conflitti etnici attuali: mentre le funzioni tradizionali dello Stato mutano e si evolvono, i popoli con una forte caratterizzazione etnica, che non costituiscono uno Stato, occupano prepotentemente la scena internazionale, per affermare veri o presunti diritti "nazionali".

Ma da dove deriva l’idea di "nazione" alla quale tali popoli non cessano di aggrapparsi per sostenere le loro rivendicazioni?

Le nazioni sono molto più giovani di quanto non risulti dalle loro storie ufficiali. Nel senso moderno, esse non esistevano prima della rivoluzione ideologica iniziata nel XVIII secolo, che ha conferito al Popolo la legittimità del potere. La nazione è stata così concepita come una comunità ampia, unita da un legame che non è né l'assoggettamento a uno stesso monarca, né l'appartenenza a una religione o a uno stesso status sociale. La nazione non procede dal principe, è indipendente dalle alterne vicende della storia dinastica o militare. Questa idea ha certamente permesso l'ingresso nell'era democratica, ma ha però posto gravi problemi, le cui conseguenze ancora oggi stiamo scontando.

In effetti, per passare dall'Europa dei principi all'Europa delle nazioni, è stato necessario convincere popolazioni disparate che, nonostante le evidenti differenze, esse avevano in comune un'identità, la quale costituiva il fondamento di un interesse collettivo.

Tutti i Paesi europei hanno lavorato alla costruzione di specifiche identità nazionali che, benché tutte peculiari, si presentano simili nella loro diversità. E’ risaputo, oramai, come si deve comporre l'elenco degli elementi simbolici e materiali che ogni vera nazione deve poter presentare: una storia che stabilisca la propria continuità attraverso le epoche, una serie di eroi, campioni dei valori nazionali, una lingua, un folklore, un certo numero di monumenti culturali e di luoghi della memoria, un paesaggio caratteristico, una mentalità particolare con identificazioni pittoresche: costume, specialità culinarie, o anche un animale emblematico.

Le nazioni che recentemente hanno avuto accesso al riconoscimento politico, e più ancora quelle che lo stanno tuttora rivendicando, danno una chiara dimostrazione del carattere prescrittivo del "catalogo identitario", nella misura in cui ne esibiscono sistematicamente tutti gli elementi.

A sua volta, la messa a punto delle lingue nazionali, che si sono venute progressivamente sostituendo al variegato insieme dei dialetti, ha seguito essenzialmente procedure comuni. Vi sono state persino operazioni di "assistenza identitaria" a beneficio di nazioni che, data la loro situazione politica, presentavano inizialmente un deficit di intellettuali autoctoni: i letterati tedeschi, francesi, inglesi e russi hanno concorso alla fondazione delle identità nazionali nei Balcani, al momento del distacco della regione dall'Impero ottomano. La costituzione di un patrimonio culturale degli slavi del Sud e la formazione del serbo-croato sono incominciate con l'appoggio di letterati austriaci e tedeschi.

In una prima fase, almeno fino al 1848, la lotta per la nazione e la costituzione delle identità si confonde in buona parte con la lotta per la libertà e la modernità, contro l'assolutismo monarchico e le vestigia del feudalesimo. Ogni progresso compiuto, dovunque fosse, poteva apparire benefico per tutti.

La prospettiva cambia quando la battaglia sembra sul punto di essere vinta, e le rivendicazioni di Stati indipendenti su basi nazionali stanno per diventare realtà. Si pone allora un problema concreto: come definire il territorio della nazione e stabilirne i confini? A differenza delle monarchie e degli imperi, le nazioni non possono invocare il diritto di conquista. E' soltanto in nome del possesso del suolo da parte degli antenati che possono rivendicare un territorio. Una nazione degna di questo nome non si rappresenta mai come aggressiva nei confronti delle nazioni vicine. Essa non fa altro che difendere il suo patrimonio inalienabile e il suo diritto alla libertà.

La storia, l'etnografia e la filologia sono state dunque utilizzate al fine di stabilire i titoli di proprietà nazionale su territori che, nel corso del tempo, hanno visto coesistere o succedersi popolazioni diverse.

I nazionalisti serbi accusano gli albanesi di essersi installati nel Kosovo approfittando della sconfitta del regno serbo da parte dell'impero ottomano. I nazionalisti albanesi rispondono che i loro antenati, gli Illiri, designati come fondatori della loro nazione, occupavano quel territorio vari secoli prima delle invasioni slave nella penisola balcanica.

Nel XX secolo, la gara di antichità di presenza degli avi ha finito per far entrare persino l'archeologia e l'antropologia fisica nel novero delle scienze di possibile uso nazionalista (come si è potuto vedere in Medio Oriente, nel dibattito che contrappone israeliani e palestinesi). Queste discipline sono state mobilitate, tra l'altro, nello scontro sui veri possessori della Transilvania. I romeni si sono attribuiti la discendenza dai daci, romanizzati dopo la loro sconfitta a opera delle armate imperiali. La costruzione dell'identità romena ha posto in particolare rilievo la latinità di quella lingua, epurata dei suoi elementi slavi e trascritta in alfabeto romano a partire dal 1848. Mentre i romeni insistono sull'occupazione ininterrotta e bimillennaria, da parte dei loro antenati, di un territorio che comprendeva la Transilvania, gli ungheresi contestano la continuità tra daci e romeni, sottolineando che la presenza romena in Transilvania è attestata solo vari secoli dopo l'insediamento dei progenitori degli ungheresi.

Dopo la prima guerra mondiale, è nata la Società delle nazioni; e dopo la seconda, l'Organizzazione delle Nazioni unite. Nazioni, non Stati, dato che nel XX secolo la nazione è considerata, sull'intero pianeta, come il solo fondamento legittimo dello stato. Le lotte contro i colonizzatori europei sono state condotte da fronti o da movimenti di liberazione nazionale, e ogni rivendicazione secessionista in seno a uno stato passa oramai per la proclamazione dell'esistenza di una nazione specifica e oppressa.

Tuttavia, la costituzione degli stati-nazione si trova di fronte a un grosso problema: come far coincidere, per l'appunto, stato e nazione?

Il "principio delle nazionalità", regolarmente invocato dal XIX secolo in poi per attestare la spartizione politica dello spazio su basi democratiche, è una formula di etica universale seducente, che, tuttavia, maschera i rapporti di forza economici e militari all'opera nella formazione degli stati. Peraltro, quand'anche il suddetto principio fosse rispettato, la questione non sarebbe per questo risolta. Ogni spazio all'interno di uno stato è a priori eterogeneo, in quanto aggrega popolazioni che possono richiamarsi ad appartenenze nazionali diverse.

Ma le soluzioni per omogeneizzare lo stato sul piano nazionale non mancano. La più violenta consiste nell'espellere le cosiddette minoranze nazionali. Le tragiche "epurazioni etniche" nell'ex Jugoslavia sono gli esempi più recenti di operazioni del genere, che si sono ripetute molte volte nel corso del secolo.

Si pensi agli "scambi" massicci di popolazione tra Grecia e Turchia dopo la prima guerra mondiale, e, dopo la seconda, all'esclusione dei tedeschi dai Sudeti della Cecoslovacchia in risposta alla rivendicazione della regione e alla sua annessione da parte dei nazisti; e, soprattutto, all'impresa hitleriana di rendere la Germania priva di ebrei. Peraltro, le estreme destre contemporanee non esitano a inserirsi in questa continuità quando reclamano l'espulsione degli immigrati per "salvare la nazione".

Sono state intraprese anche altre vie per realizzare l'omogeneità nazionale degli stati, negando la stessa esistenza di nazioni diverse in seno a uno Stato. Sono state attuate, in questo senso, politiche che, a seconda dei casi, si servivano di metodi coercitivi, o inculcavano il senso di appartenenza a un'unità. La coercizione andava spesso di pari passo con l'assenza di qualsiasi forma di democrazia, anche minima, in seno allo stato: ad esempio nel caso della "magiarizzazione" forzata delle minoranze slave nella parte ungherese dell'impero austro-ungarico, dopo il compromesso del 1867; in quello della repressione delle rivendicazioni di autonomia regionale nella Spagna franchista, o, più recentemente, della "bulgarizzazione" forzata, fino all'imposizione di patronimici, della minoranza turca da parte del potere comunista agonizzante di Sofia.

L'operazione compiuta dagli Stati democratici, fisicamente meno brutale, per inculcare il sentimento di unità nazionale, è stato oggetto di una vasta e lunga pedagogia di massa. La scuola ha costituito naturalmente il principale strumento di questo dispositivo, che si è esteso però a tutta la vita quotidiana degli individui, fin nelle attività più ordinarie e in quelle del tempo libero (in particolare lo sport), e nelle feste pubbliche che si moltiplicano nel XX secolo, inscenando la celebrazione dell'identità collettiva.

Nel XIX secolo si è assistito a vari tentativi di costruire identità nazionali in Bretagna o nella Provenza. Ma, dato che il contesto economico, politico e sociale non era molto propizio alla riuscita dell'operazione, queste entità sono state riformulate nel quadro dello stato-nazione francese come regionali, componenti apprezzabili dell'identità nazionale ma subordinate ad essa. La violenza esercitata in quest'ultimo caso di omogeneizzazione nazionale è piuttosto di ordine simbolico, dato che non passa per lo sradicamento delle identità locali, bensì per il loro declassamento.

E’ evidente la potenza dell'idea nazionale in quanto comunità solidale, che assicura a ciascun individuo un posto non esclusivamente determinato dalla sua condizione economica. Del resto, è nell'ambito degli stati-nazione democratici che si sono potute portare avanti le lotte per la conquista di nuovi diritti dei cittadini, garantiti dai pubblici poteri, e per una relativa redistribuzione delle ricchezze. Improvvisamente, quando alla fine del XX secolo la globalizzazione del capitalismo riduce il controllo degli stati sulla produzione di ricchezza e sulla sua ripartizione, la nazione appare come un rifugio, e la sua scomparsa come una terribile minaccia per la coesione sociale e le condizioni di sussistenza dei più indigenti.

Mentre il nazionalismo era stato screditato dagli spaventosi massacri di cui l'Europa è stata teatro durante le due guerre mondiali, l'attaccamento ai valori nazionali sta conoscendo un potente ritorno di fiamma. E i micro-nazionalismi occidentali che sorgono in seno a stati-nazione costituiti esprimono senza dubbio l'idea che una rifondazione statuale sulla base di una nazione più "autentica" possa permettere di garantire meglio gli interessi e i diritti dei cittadini, soprattutto quando la micro-nazione dispone sul proprio territorio di un forte potenziale economico.

Nell'Europa ex comunista, l'improvviso tracollo del sistema ha posto con urgenza il problema della ricostituzione di legami sociali a partire dai quali si possa ricostruire la società civile, affermare la nozione di interesse collettivo e definire la legittimità del potere. Il ricorso all'idea nazionale poteva essere mobilitato a questo fine, in una prospettiva democratica. Ma si è rivelato altrettanto utilizzabile per una fuga in avanti, in cui l'esacerbazione dell'odio nazionalista serviva a mascherare i disastri economici, la criminalità sempre più diffusa nella vita pubblica e il drammatico impoverimento della popolazione. Una catastrofe preparata peraltro negli ultimi decenni dai poteri comunisti, che avevano incominciato a eccitare le passioni nazionaliste per cercare di dirottare le rivendicazioni di una maggior democrazia, tanto che si è potuto parlare, in particolare nel caso della Romania di Ceausescu e della Albania di Enver Hoxha, di regimi nazional-comunisti.

Le nazioni non sono eterne. La nazione, nel senso moderno del termine, è apparsa nel momento in cui si stava avviando una profonda mutazione economica e tecnologica. E' stata la forza di coesione che ha consentito, a seguito dei cambiamenti che hanno totalmente sconvolto il modo di vita delle popolazioni, di elaborare un'organizzazione politica e sociale.

Oggi si sta compiendo un'altra mutazione radicale, per la quale la nazione non è certo più adeguata. In questo non vi è nulla di tragico, a condizione che una nuova forza di coesione, garante della democrazia, venga a sostituirla.

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