Il Lavoro Minorile  
a cura di Elena Perla Simonetti

Quantificazione del fenomeno:
Quanti bambini lavoratori nel mondo?

pulsante lampeggiante.gif (995 byte)

Le problematiche relative alla misurazione...

pulsante lampeggiante.gif (995 byte)

La portata del fenomeno ...nel mondo

pulsante lampeggiante.gif (995 byte)

La prospettiva di genere

pulsante lampeggiante.gif (995 byte)

Alcune osservazioni sui dati

pulsante lampeggiante.gif (995 byte)

Conclusioni

 

Le problematiche relative alla misurazione dell’incidenza del lavoro minorile nel mondo

Una delle sfide principali nel contrasto del fenomeno del lavoro minorile è indubbiamente quella relativa alla quantificazione.

I problemi in questo senso sono molteplici.
Prima di tutto perché il lavoro minorile è principalmente un fenomeno sommerso, difficile da estrapolare dalle statistiche ufficiali dei singoli Paesi e, a volte, dal momento che contrasta con gli standard minimi internazionali di protezione dell’infanzia, volontariamente oscurato.
In secondo luogo, anche nei Paesi in cui esistono statistiche specifiche, a volte, proprio perché ciascuno Stato realizza le inchieste per scopi differenti, queste non sono tra loro comparabili.
Infine, ed è forse questa la carenza più rilevante nel contesto della misurazione del fenomeno, i dati quantitativi non offrono un quadro completo: essendo astratti dal contesto specifico non permettono di essere interpretati correttamente. I dati qualitativi, in questo settore, sono importantissimi, perché permettono di calibrare le informazioni quantitative e di contestualizzare, oltre che misurare, la portata del fenomeno.

Quando si parla di statistiche a livello mondiale, è importantissima l’opera di omogeneizzazione, sia dal punto di vista della metodologia di ricerca che da quello dell’analisi.
In questo senso un ruolo rilevante è rivestito dall’ International Labour Organisation (ILO), che, nel 1998, ha lanciato un programma denominato Statistical Information and Monitoring Programme on Child Labour (SIMPOC)1 , che coinvolge, oltre che i Governi, anche organizzazioni internazionali e non governative impegnate nel settore della tutela e della promozione dell’infanzia. Lo scopo primo del programma è quello di realizzare una raccolta ed un’analisi omogenea dei dati al fine di offrire una panoramica il più esaustiva possibile.

Si ritiene opportuno, a titolo di premessa, fare alcune precisazioni terminologiche sulle categorie utilizzate dall’ILO, che coincidono con quelle internazionalmente accettate.
Innanzi tutto con la parola bambino si fa riferimento alla persona minore di 18 anni 2.
Quando si parla di attività economica, si fa riferimento a tutti i tipi di lavoro svolti per almeno un’ora al giorno, a prescindere dal fatto che siano realizzati nel contesto del mercato formale, che siano retribuiti, che siano leciti o svolti con regolarità 3.
Per lavoro leggero si intende un’attività economica che non sia pregiudizievole per la salute e lo sviluppo del minore e che non pregiudichi la possibilità di ricevere una formazione e la possibilità di beneficiare dell’istruzione ricevuta. Secondo gli standards internazionali sono ammessi a svolgere questo tipo di lavori anche i bambini, a patto che abbiano età superiore ai 15 anni 4. Ai fini della ricerca condotta dall’ILO, si considera leggero il lavoro che occupa il minore per non più di 14 ore settimanali.

Il concetto di lavoro minorile ha, secondo l’accezione dell’ILO, una connotazione negativa, nel senso che ricomprende tutte le forme di attività economica svolte dai minori, ad esclusione di quelle definite come accettabili (lavori leggeri o comunque non pericolosi) e per questo motivo è da combattere in tutte le sue forme.
Rientrano in questa categoria anche i lavori definiti pericolosi (in quanto minaccia alla sicurezza, alla salute sia fisica che mentale nonché allo sviluppo morale del minore)5 e le peggiori forme di lavoro minorile (schiavitù o pratiche similari – es. traffico di minori, lavori forzati o arruolamento di minori per l’impiego in conflitti armati – es. prostituzione, impiego di minori per la produzione di materiale pornografico, impiego di minori in attività illecite – es. produzione e traffico di droga)6.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

La portata del fenomeno del lavoro minorile nel mondo

Il bambini ed i ragazzi impegnati in attività lavorative (economicamente attivi) nel mondo sono circa 352 milioni, ossia il 23% del totale della popolazione infantile mondiale.

Si tratta di minori con età compresa tra i 5 e i 17 anni che svolgono, per almeno un’ora al giorno, attività produttive in senso lato (a prescindere dal fatto che siano svolte nel contesto del mercato formale, che siano retribuite, che siano lecite o svolte su base regolare)7 .

Di questi, circa 211 milioni, ossia il 60% del totale dei minori lavoratori nel mondo, sono minori con età compresa fra i 5 e i 14 anni.
L’età minima di accesso al lavoro, intesa come standard minimo internazionalmente pattuito, è di 15 anni8 , a patto che il tipo di lavoro svolto dal minore non sia pregiudizievole dal punto di vista della salute, dall’eccesso all’istruzione e della morale9 . In alcuni casi specifici l’età minima è abbassata ai 14 anni10, con riferimento a quei Paesi dotati di strutture economiche e/o formative non sufficientemente sviluppate.

Secondo la ricerca realizzata dall’ILO sui 211 milioni di minori con età compresa fra i 5 ed i 14 anni, ben 186 milioni, ossia l’88%, sono impiegati in attività lavorative da abolire perché pregiudizievoli alla condizione di minore.

In riferimento ai minori lavoratori con età compresa fra i 15 ed i 17 anni, che sono circa 141 milioni, la percentuale di minori impegnati in attività lavorative pregiudizievoli è del 42%, per un totale circa 59 milioni.

Alla luce di questi primi dati si possono già formulare alcune osservazioni, anche in relazione alla posizione dell’ILO nei confronti del lavoro minorile.
Secondo ILO il numero di minori lavoratori impiegati in attività che sarebbero da abolire sono complessivamente 245 milioni. Quindi i minori impiegati in attività accettabili, che quindi svolgono attività non pregiudizievoli per la loro condizione, sono 107 milioni.
 

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

La prospettiva di genere

Se si considera il totale dei minori economicamente attivi si osserva che il lavoro minorile ha un impatto leggermente maggiore sulla popolazione maschile piuttosto che su quella femminile: il 52,3% dei minori lavoratori sono di sesso maschile.
In realtà, in termini assoluti, la differenza non è sostanziale, anche alla luce del fatto che spesso le bambine sono impiegate in attività lavorative, come per esempio nel caso dei lavori domestici, che, essendo svolte prevalentemente nelle case, non sono facilmente monitorabili. In termini generali si può quindi concludere che l’impatto del lavoro minorile dal punto di vista di genere sia sostanzialmente equilibrato tra i due sessi.

La situazione è leggermente diversa se si analizzano le statistiche disaggregate, nelle quali si nota una tendenza ben precisa: con l’aumentare dell’età il gap tra minori lavoratori rispettivamente di sesso maschile e femminile aumenta.
In particolare nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 17 anni la percentuale di minori lavoratori di sesso maschile sale al 53,3%, contro il 46,7% di sesso femminile. Questo può essere spiegato dal fatto che i Paesi con un maggior tasso di incidenza del lavoro minorile, sono quelli in via di sviluppo, dove l’età media di maternità è molto bassa: spesso le adolescenti che diventano madri devono abbandonare le attività lavorative per accudire i bambini e gestire la famiglia.

Alcune differenze di genere si riscontrano anche nella distribuzione dei minori impiegati nelle attività che, secondo la posizione dell’ILO, sono da considerare non accettabili.
In questo caso si nota, rispetto alla distribuzione per sesso del totale dei minori lavoratori, che la percentuale di maschi è prevalente e che il gap con il campione femminile aumenta quando si passa alla categoria di lavori cosiddetti pericolosi, che ha un’incidenza del 56,1% tra i maschi contro il 43,9% tra femmine.
Il trend di cui si parlava sopra, relativo al gap sempre maggiore tra maschi e femmine con l’aumentare dell’età, si ripropone quindi anche in relazione alle forme di lavoro non accettabili.

Si può quindi concludere che, sebbene a livello aggregato l’impatto del lavoro minorile non subisce variazioni dal punto di vista di genere, in realtà analizzando i dati disaggregati, la popolazione maschile, con l’aumentare dell’età, è più soggetta al lavoro minorile. Inoltre si nota che la popolazione infantile maschile è più esposta a forme di lavoro non accettabili.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

Alcune osservazioni sui dati

Alla luce di questi primi ed essenziali dati si possono fare delle osservazioni preliminari.

La prima osservazione ha ad oggetto l’andamento del fenomeno del lavoro minorile nel tempo.
Nel 1995 si stimava che i bambini con età compresa fra i 5 ed i 14 anni fossero 250 milioni11 : la ricerca era stata realizzata senza considerare i bambini lavoratori nei Paesi Sviluppati e nei Paesi in transizione economica, in riferimento ai quali non erano disponibili dati o comunque non erano considerati attendibili.
Secondo la nuova ricerca realizzata dall’ILO, oggi, l’incidenza del lavoro minorile sullo stesso campione d’età ammonta a circa 211 milioni, e, per essere precisi, esattamente a 206 milioni se si scorporano i 5 milioni di minori lavoratori che si stima esistano nei Paesi Sviluppati e in quelli in transizione economica.
Quindi è evidente che il numero si è abbassato di circa un 20%.
Come interpretare questo dato? In particolare, si può concludere che l’impatto del lavoro minorile sia diminuito nel corso degli ultimi anni?
Occorre premettere che la comparazione tra i risultati delle due ricerche può essere fatta, ma con cautela: prima di tutto perché nel corso degli anni sono migliorate le tecniche di misurazione del fenomeno del lavoro minorile, secondo poi perché, per realizzare la seconda ricerca, sono state elaborate ed utilizzate metodologie più avanzate12 .
Fatta questa premessa e considerato però che il decremento è considerevole, si può ipotizzare che ciò sia dovuto, per lo meno in parte, ad una reale diminuzione del fenomeno, anche se è difficile individuare un trend statistico in tal senso.

Un seconda osservazione riguarda l’approccio generale dell’ILO nei confronti del lavoro minorile: è indicativo in tal senso il fatto che per la classe di età compresa fra i 5 e gli 11 anni, tutti i lavori svolti dai minori sono considerati forme di lavoro da abolire.
È chiaro che ragionando in astratto si concorda con tale posizione: il lavoro di fatto priva il minore di tempo, che potrebbe utilizzare per vivere in maniera piena ed effettiva la propria infanzia. Occorre però calibrare le tendenze ideali con la realtà concreta. Prima di tutto bisogna considerare che non tutti i lavori sono pregiudizievoli solo per il fatto di essere svolti da un minore: esistono tipi di lavori leggeri, che non pregiudicano il minore né dal punto di vista della salute psicofisica, né dal punto di vista della possibilità di frequentare la scuola.
In secondo luogo, il minore lavoratore ha spesso, in determinati contesti socioculturali, un ruolo sociale ben definito e fondamentale nell’organizzazione della famiglia.

L’ILO esamina poi anche il gruppo di età tra gli 11 ed i 14 anni, riproponendo sostanzialmente la stessa discriminazione: in questo caso i lavori leggeri13 sono tollerati, ma vengono considerati pregiudizievoli anche i lavori definiti normali14 .

Alla luce di queste osservazioni, sorgono alcuni interrogativi, cui si cercherà di dare risposta nel corso del presente lavoro.
Prima di tutto: è veramente corretto utilizzare l’età come principale discrimine tra i lavori “accettabili” e forme di lavoro da abolire? Non sarebbe più opportuno elaborare altri parametri, dipendenti dai diversi contesti, per valutare se effettivamente il tipo di lavoro svolto sia pregiudizievole per il minore?
Mi riferisco per esempio al fatto che il lavoro sia conciliabile o meno con la frequenza della scuola o che di fatto non abbia impatti negativi sull’integrità fisica e morale del minore. Si tratta di parametri qualitativi, che si contrappongono, anche se non escludono totalmente, quello quantitativo dell’età.

Occorre sottolineare però che queste problematiche vengono riconosciute e considerate anche dalle istanze favorevoli all’eliminazione tout court. Infatti, come accennato sopra, l’art. 2 par. 4 della Convenzione 138 sull’età minima permette l’abbassamento dell’età minima di accesso al lavoro ai 14 anni (in deroga al limite dei 15 anni), nel caso in cui i Paesi abbiano strutture economiche e scolastiche non sufficientemente sviluppate.
Certo il riferimento è sempre all’età, ma si tratta comunque di un riconoscimento che la lotta al lavoro minorile è vincolata da una serie di circostanze contingenti, che dipendono quindi dalla specificità dei singoli contesti.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

Conclusioni

Alla luce delle osservazioni di cui sopra si può procedere ad una prima conclusione, che risponde alla domanda: quanti minori si trovano in condizioni lavorative da abolire e combattere, in quanto pregiudizievoli?

Tenendo in considerazione i risultati della ricerca dell’ILO e le categorie da essa adottate possiamo dire che si concorda su due punti.
Il primo punto è quello relativo alla lotta al lavoro minorile nei casi in cui si tratti di peggiori forme di lavoro minorile, in cui sono coinvolti circa 8,4 milioni di minori con età compresa fra i 5 ed i 17 anni.
Il secondo punto di condivisione con l’ILO è rappresentato dall’opposizione alle forme di lavoro pericolose che vedono coinvolti 111,3 milioni di minori con età compresa tra i 5 ed i 14 anni e 59,2 milioni di ragazzi con età compresa tra i 15 ed i 17 anni, per un totale 170,5 milioni di minori.

Non si concorda pienamente in riferimento al numero di minori con età compresa tra i 5 ed i 14 impiegati in lavori definiti non pericolosi, ma in ogni caso considerati dall’ILO da contrastare, perché realizzati al di sotto dell’età minima. Si stima che siano in questa condizione circa 67 milioni di bambini.
Su questo punto si esprimono alcune perplessità: veramente ci si deve porre nell’ottica dell’eliminazione di tutte queste forme di lavoro? Non è forse più opportuno, in questi casi, porsi nell’ottica della promozione di politiche di regolamentazione, che garantiscano ai minori forme di lavoro protette? Non si può infatti ignorare il fatto che spesso il lavoro rappresenta per loro l’unica fonte di sostentamento.

Infine, i minori impiegati in forme di lavoro considerate accettabili sono 25 milioni con età compresa tra i 5 ed i 17 anni e 82 milioni con età compresa tra i 15 ed i 17, per un totale di 107 milioni. Anche in questo caso andrebbe fatta una distinzione sulla base dei parametri qualitativi di cui si parlava sopra, per distinguere tra lavori accettabili e non accettabili ed eventualmente definire una serie di misure di accompagnamento per garantire i minori.

 

----------------------------------------------
Note:
1) Vedi il sito http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/simpoc00 
2) United Nations Convention on the Rights of the Child (1989) per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm 
3) Sistem of National Accounts 1993 (Inter-Secretariat Working Group on National Accounts: Eurostat, IMF, OECD, United Nations and World Bank, Bruxelles, New York, Paris,Washington).
4) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 7 par. 1. Per il testo completo della convenzione vedi http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/law/ilc/c1381973  . 
Per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm  .
5) L’ILO definisce in termini generali la categoria di lavori pericolosi, lasciando agli Stati il compito di definire in maniera dettagliata a livello nazionale le singole fattispecie. In base alle definizioni adotatte da alcuni Stati si sono individuati come lavori pericolosi ad esempio: attività nel settore minerario e delle costruzioni o impieghi che richiedano un eccessivo numero di ore lavorative.
6) C182 ILO Wrost Form of Child Labour Convention (1999), art. 3. Anche in questo caso è prevista una norma di chiusura in riferimento alle attività che per la loro natura o per le circostanze in cui vengono svolte risultino pregiudizievoli per la sicurezza, la salute o la morale del minore. In questo caso l’art. 4 attribuisce ai singoli Stati il compito di individuare a livello nazionale tali attività. Per il testo vedi 
http://www.ilo.org/public/english/standards/relm/ilc/ilc87/com-chic.htm  . Per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm  .
7) ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002 e ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002.
8) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 2 par. 3.
9) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 3 par. 1. In questo caso è richiesto il compimento del diciottesimo anno d’età.
10) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 2 par. 4.
11) ILO, Child Labour: Targeting the Intolerable, Geneva, 1996 e Ashagrie K., Statistic on Working Children and Hazardous Child Labour Child Labour in Brief, Geneva 1998.
12) ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002. Per il testo vedi http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/simpoc/others/globalest.pdf 
13) Lavori non pregiudizievoli con orario settimanale inferiore alle 14 ore.
14) Lavori non pregiudizievoli con orario settimanale compreso fra le 14 e le 43 ore.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

Indietro ] Successiva ]