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Il Lavoro Minorile |
Quantificazione del fenomeno:
Quanti bambini lavoratori nel mondo?
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Le problematiche relative alla misurazione... |
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La portata del fenomeno ...nel mondo |
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La prospettiva di genere |
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Alcune osservazioni sui dati |
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Conclusioni |
Le problematiche relative alla misurazione dell’incidenza del lavoro minorile nel mondo
Una delle sfide principali nel
contrasto del fenomeno del lavoro minorile è indubbiamente quella relativa alla
quantificazione.
I problemi in questo senso sono molteplici.
Prima di tutto perché il lavoro minorile è principalmente un fenomeno sommerso,
difficile da estrapolare dalle statistiche ufficiali dei singoli Paesi e, a
volte, dal momento che contrasta con gli standard minimi internazionali di
protezione dell’infanzia, volontariamente oscurato.
In secondo luogo, anche nei Paesi in cui esistono statistiche specifiche, a
volte, proprio perché ciascuno Stato realizza le inchieste per scopi differenti,
queste non sono tra loro comparabili.
Infine, ed è forse questa la carenza più rilevante nel contesto della
misurazione del fenomeno, i dati quantitativi non offrono un quadro completo:
essendo astratti dal contesto specifico non permettono di essere interpretati
correttamente. I dati qualitativi, in questo settore, sono importantissimi,
perché permettono di calibrare le informazioni quantitative e di
contestualizzare, oltre che misurare, la portata del fenomeno.
Quando si parla di statistiche a livello mondiale, è importantissima l’opera di
omogeneizzazione, sia dal punto di vista della metodologia di ricerca che da
quello dell’analisi.
In questo senso un ruolo rilevante è rivestito dall’ International Labour
Organisation (ILO), che, nel 1998, ha lanciato un programma denominato
Statistical Information and Monitoring Programme on Child Labour (SIMPOC)1 , che
coinvolge, oltre che i Governi, anche organizzazioni internazionali e non
governative impegnate nel settore della tutela e della promozione dell’infanzia.
Lo scopo primo del programma è quello di realizzare una raccolta ed un’analisi
omogenea dei dati al fine di offrire una panoramica il più esaustiva possibile.
Si ritiene opportuno, a titolo di premessa, fare alcune precisazioni
terminologiche sulle categorie utilizzate dall’ILO, che coincidono con quelle
internazionalmente accettate.
Innanzi tutto con la parola bambino si fa riferimento alla persona minore di 18
anni 2.
Quando si parla di attività economica, si fa riferimento a tutti i tipi di
lavoro svolti per almeno un’ora al giorno, a prescindere dal fatto che siano
realizzati nel contesto del mercato formale, che siano retribuiti, che siano
leciti o svolti con regolarità 3.
Per lavoro leggero si intende un’attività economica che non sia pregiudizievole
per la salute e lo sviluppo del minore e che non pregiudichi la possibilità di
ricevere una formazione e la possibilità di beneficiare dell’istruzione
ricevuta. Secondo gli standards internazionali sono ammessi a svolgere questo
tipo di lavori anche i bambini, a patto che abbiano età superiore ai 15 anni 4.
Ai fini della ricerca condotta dall’ILO, si considera leggero il lavoro che
occupa il minore per non più di 14 ore settimanali.
Il concetto di lavoro minorile ha, secondo l’accezione dell’ILO, una
connotazione negativa, nel senso che ricomprende tutte le forme di attività
economica svolte dai minori, ad esclusione di quelle definite come accettabili
(lavori leggeri o comunque non pericolosi) e per questo motivo è da combattere
in tutte le sue forme.
Rientrano in questa categoria anche i lavori definiti pericolosi (in quanto
minaccia alla sicurezza, alla salute sia fisica che mentale nonché allo sviluppo
morale del minore)5 e le peggiori forme di lavoro minorile (schiavitù o pratiche
similari – es. traffico di minori, lavori forzati o arruolamento di minori per
l’impiego in conflitti armati – es. prostituzione, impiego di minori per la
produzione di materiale pornografico, impiego di minori in attività illecite –
es. produzione e traffico di droga)6.
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La portata del fenomeno del lavoro minorile nel mondo
Il bambini ed i ragazzi impegnati
in attività lavorative (economicamente attivi) nel mondo sono circa 352 milioni,
ossia il 23% del totale della popolazione infantile mondiale.
Si tratta di minori con età compresa tra i 5 e i 17 anni che svolgono, per
almeno un’ora al giorno, attività produttive in senso lato (a prescindere dal
fatto che siano svolte nel contesto del mercato formale, che siano retribuite,
che siano lecite o svolte su base regolare)7 .
Di questi, circa 211 milioni, ossia il 60% del totale dei minori lavoratori nel
mondo, sono minori con età compresa fra i 5 e i 14 anni.
L’età minima di accesso al lavoro, intesa come standard minimo
internazionalmente pattuito, è di 15 anni8 , a patto che il tipo di lavoro svolto
dal minore non sia pregiudizievole dal punto di vista della salute, dall’eccesso
all’istruzione e della morale9 .
In alcuni casi specifici l’età minima è abbassata ai 14 anni10, con riferimento a
quei Paesi dotati di strutture economiche e/o formative non sufficientemente
sviluppate.
Secondo la ricerca realizzata dall’ILO sui 211 milioni di minori con età
compresa fra i 5 ed i 14 anni, ben 186 milioni, ossia l’88%, sono impiegati in
attività lavorative da abolire perché pregiudizievoli alla condizione di minore.
In riferimento ai minori lavoratori con età compresa fra i 15 ed i 17 anni, che
sono circa 141 milioni, la percentuale di minori impegnati in attività
lavorative pregiudizievoli è del 42%, per un totale circa 59 milioni.
Alla luce di questi primi dati si possono già formulare alcune osservazioni,
anche in relazione alla posizione dell’ILO nei confronti del lavoro minorile.
Secondo ILO il numero di minori lavoratori impiegati in attività che sarebbero
da abolire sono complessivamente 245 milioni. Quindi i minori impiegati in
attività accettabili, che quindi svolgono attività non pregiudizievoli per la
loro condizione, sono 107 milioni.
La prospettiva di genere
Se si considera il totale dei minori economicamente attivi si osserva che il
lavoro minorile ha un impatto leggermente maggiore sulla popolazione maschile
piuttosto che su quella femminile: il 52,3% dei minori lavoratori sono di sesso
maschile.
In realtà, in termini assoluti, la differenza non è sostanziale, anche alla luce
del fatto che spesso le bambine sono impiegate in attività lavorative, come per
esempio nel caso dei lavori domestici, che, essendo svolte prevalentemente nelle
case, non sono facilmente monitorabili. In termini generali si può quindi
concludere che l’impatto del lavoro minorile dal punto di vista di genere sia
sostanzialmente equilibrato tra i due sessi.
La situazione è leggermente diversa se si analizzano le statistiche
disaggregate, nelle quali si nota una tendenza ben precisa: con l’aumentare
dell’età il gap tra minori lavoratori rispettivamente di sesso maschile e
femminile aumenta.
In particolare nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 17 anni la percentuale
di minori lavoratori di sesso maschile sale al 53,3%, contro il 46,7% di sesso
femminile. Questo può essere spiegato dal fatto che i Paesi con un maggior tasso
di incidenza del lavoro minorile, sono quelli in via di sviluppo, dove l’età
media di maternità è molto bassa: spesso le adolescenti che diventano madri
devono abbandonare le attività lavorative per accudire i bambini e gestire la
famiglia.
Alcune differenze di genere si riscontrano anche nella distribuzione dei minori
impiegati nelle attività che, secondo la posizione dell’ILO, sono da considerare
non accettabili.
In questo caso si nota, rispetto alla distribuzione per sesso del totale dei
minori lavoratori, che la percentuale di maschi è prevalente e che il gap con il
campione femminile aumenta quando si passa alla categoria di lavori cosiddetti
pericolosi, che ha un’incidenza del 56,1% tra i maschi contro il 43,9% tra
femmine.
Il trend di cui si parlava sopra, relativo al gap sempre maggiore tra maschi e
femmine con l’aumentare dell’età, si ripropone quindi anche in relazione alle
forme di lavoro non accettabili.
Si può quindi concludere che, sebbene a livello aggregato l’impatto del lavoro
minorile non subisce variazioni dal punto di vista di genere, in realtà
analizzando i dati disaggregati, la popolazione maschile, con l’aumentare
dell’età, è più soggetta al lavoro minorile. Inoltre si nota che la popolazione
infantile maschile è più esposta a forme di lavoro non accettabili.
Alcune osservazioni sui dati
Alla luce di questi primi ed essenziali dati si possono fare delle osservazioni
preliminari.
La prima osservazione ha ad oggetto l’andamento del fenomeno del lavoro minorile
nel tempo.
Nel 1995 si stimava che i bambini con età compresa fra i 5 ed i 14 anni fossero
250 milioni11 : la ricerca era stata realizzata senza considerare i bambini
lavoratori nei Paesi Sviluppati e nei Paesi in transizione economica, in
riferimento ai quali non erano disponibili dati o comunque non erano considerati
attendibili.
Secondo la nuova ricerca realizzata dall’ILO, oggi, l’incidenza del lavoro
minorile sullo stesso campione d’età ammonta a circa 211 milioni, e, per essere
precisi, esattamente a 206 milioni se si scorporano i 5 milioni di minori
lavoratori che si stima esistano nei Paesi Sviluppati e in quelli in transizione
economica.
Quindi è evidente che il numero si è abbassato di circa un 20%.
Come interpretare questo dato? In particolare, si può concludere che l’impatto
del lavoro minorile sia diminuito nel corso degli ultimi anni?
Occorre premettere che la comparazione tra i risultati delle due ricerche può
essere fatta, ma con cautela: prima di tutto perché nel corso degli anni sono
migliorate le tecniche di misurazione del fenomeno del lavoro minorile, secondo
poi perché, per realizzare la seconda ricerca, sono state elaborate ed
utilizzate metodologie più avanzate12 .
Fatta questa premessa e considerato però che il decremento è considerevole, si
può ipotizzare che ciò sia dovuto, per lo meno in parte, ad una reale
diminuzione del fenomeno, anche se è difficile individuare un trend statistico
in tal senso.
Un seconda osservazione riguarda l’approccio generale dell’ILO nei confronti del
lavoro minorile: è indicativo in tal senso il fatto che per la classe di età
compresa fra i 5 e gli 11 anni, tutti i lavori svolti dai minori sono
considerati forme di lavoro da abolire.
È chiaro che ragionando in astratto si concorda con tale posizione: il lavoro di
fatto priva il minore di tempo, che potrebbe utilizzare per vivere in maniera
piena ed effettiva la propria infanzia. Occorre però calibrare le tendenze
ideali con la realtà concreta. Prima di tutto bisogna considerare che non tutti
i lavori sono pregiudizievoli solo per il fatto di essere svolti da un minore:
esistono tipi di lavori leggeri, che non pregiudicano il minore né dal punto di
vista della salute psicofisica, né dal punto di vista della possibilità di
frequentare la scuola.
In secondo luogo, il minore lavoratore ha spesso, in determinati contesti
socioculturali, un ruolo sociale ben definito e fondamentale nell’organizzazione
della famiglia.
L’ILO esamina poi anche il gruppo di età tra gli 11 ed i 14 anni, riproponendo
sostanzialmente la stessa discriminazione: in questo caso i lavori leggeri13 sono
tollerati, ma vengono considerati pregiudizievoli anche i lavori definiti
normali14 .
Alla luce di queste osservazioni, sorgono alcuni interrogativi, cui si cercherà
di dare risposta nel corso del presente lavoro.
Prima di tutto: è veramente corretto utilizzare l’età come principale discrimine
tra i lavori “accettabili” e forme di lavoro da abolire? Non sarebbe più
opportuno elaborare altri parametri, dipendenti dai diversi contesti, per
valutare se effettivamente il tipo di lavoro svolto sia pregiudizievole per il
minore?
Mi riferisco per esempio al fatto che il lavoro sia conciliabile o meno con la
frequenza della scuola o che di fatto non abbia impatti negativi sull’integrità
fisica e morale del minore. Si tratta di parametri qualitativi, che si
contrappongono, anche se non escludono totalmente, quello quantitativo dell’età.
Occorre sottolineare però che queste problematiche vengono riconosciute e
considerate anche dalle istanze favorevoli all’eliminazione tout court. Infatti,
come accennato sopra, l’art. 2 par. 4 della Convenzione 138 sull’età minima
permette l’abbassamento dell’età minima di accesso al lavoro ai 14 anni (in
deroga al limite dei 15 anni), nel caso in cui i Paesi abbiano strutture
economiche e scolastiche non sufficientemente sviluppate.
Certo il riferimento è sempre all’età, ma si tratta comunque di un
riconoscimento che la lotta al lavoro minorile è vincolata da una serie di
circostanze contingenti, che dipendono quindi dalla specificità dei singoli
contesti.
Alla luce delle osservazioni di cui
sopra si può procedere ad una prima conclusione, che risponde alla domanda:
quanti minori si trovano in condizioni lavorative da abolire e combattere, in
quanto pregiudizievoli?
Tenendo in considerazione i risultati della ricerca dell’ILO e le categorie da
essa adottate possiamo dire che si concorda su due punti.
Il primo punto è quello relativo alla lotta al lavoro minorile nei casi in cui
si tratti di peggiori forme di lavoro minorile, in cui sono coinvolti circa 8,4
milioni di minori con età compresa fra i 5 ed i 17 anni.
Il secondo punto di condivisione con l’ILO è rappresentato dall’opposizione alle
forme di lavoro pericolose che vedono coinvolti 111,3 milioni di minori con età
compresa tra i 5 ed i 14 anni e 59,2 milioni di ragazzi con età compresa tra i
15 ed i 17 anni, per un totale 170,5 milioni di minori.
Non si concorda pienamente in riferimento al numero di minori con età compresa
tra i 5 ed i 14 impiegati in lavori definiti non pericolosi, ma in ogni caso
considerati dall’ILO da contrastare, perché realizzati al di sotto dell’età
minima. Si stima che siano in questa condizione circa 67 milioni di bambini.
Su questo punto si esprimono alcune perplessità: veramente ci si deve porre
nell’ottica dell’eliminazione di tutte queste forme di lavoro? Non è forse più
opportuno, in questi casi, porsi nell’ottica della promozione di politiche di
regolamentazione, che garantiscano ai minori forme di lavoro protette? Non si
può infatti ignorare il fatto che spesso il lavoro rappresenta per loro l’unica
fonte di sostentamento.
Infine, i minori impiegati in forme di lavoro considerate accettabili sono 25
milioni con età compresa tra i 5 ed i 17 anni e 82 milioni con età compresa tra
i 15 ed i 17, per un totale di 107 milioni. Anche in questo caso andrebbe fatta
una distinzione sulla base dei parametri qualitativi di cui si parlava sopra,
per distinguere tra lavori accettabili e non accettabili ed eventualmente
definire una serie di misure di accompagnamento per garantire i minori.
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Note:
1) Vedi il sito http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/simpoc00
2) United Nations Convention on the Rights of the Child (1989) per la traduzione in italiano vedi
http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm
3) Sistem of National Accounts 1993 (Inter-Secretariat Working Group on National Accounts: Eurostat, IMF, OECD, United Nations and World Bank, Bruxelles, New York, Paris,Washington).
4) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 7 par. 1. Per il testo completo della convenzione vedi
http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/law/ilc/c1381973
.
Per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm
.
5) L’ILO definisce in termini generali la categoria di lavori pericolosi, lasciando agli Stati il compito di definire in maniera dettagliata a livello nazionale le singole fattispecie. In base alle definizioni adotatte da alcuni Stati si sono individuati come lavori pericolosi ad esempio: attività nel settore minerario e delle costruzioni o impieghi che richiedano un eccessivo numero di ore lavorative.
6) C182 ILO Wrost Form of Child Labour Convention (1999), art. 3. Anche in questo caso è prevista una norma di chiusura in
riferimento alle attività che per la loro natura o per le circostanze in cui vengono svolte risultino pregiudizievoli per la sicurezza, la salute o la morale del minore. In questo caso l’art. 4 attribuisce ai singoli Stati il compito di individuare a livello nazionale tali attività. Per il testo vedi
http://www.ilo.org/public/english/standards/relm/ilc/ilc87/com-chic.htm
. Per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm
.
7) ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002 e ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002.
8) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 2 par. 3.
9) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 3 par. 1. In questo caso è richiesto il compimento del diciottesimo anno d’età.
10) C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 2 par. 4.
11) ILO, Child Labour: Targeting the Intolerable, Geneva, 1996 e Ashagrie K., Statistic on Working Children and Hazardous Child Labour Child Labour in Brief, Geneva 1998.
12) ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002. Per il testo vedi
http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/simpoc/others/globalest.pdf
13) Lavori non pregiudizievoli con orario settimanale inferiore alle 14 ore.
14) Lavori non pregiudizievoli con orario settimanale compreso fra le 14 e le 43 ore.