Indietro ] Sintesi ] Il dibattito ] La situazione ] [ I dati di fatto ] Verso l'abolizione ] Gli strumenti ]

riciclo9.wmf (9608 byte) I DATI DI FATTO

pulsante lampeggiante.gif (995 byte) LA PENA DI MORTE COME MEZZO DI DISCRIMINAZIONE E REPRESSIONE
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) I PROCESSI E IL RISCHIO DI UCCIDERE UN INNOCENTE
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) L’ESECUZIONE: UNA FORMA DI TORTURA
pulsante lampeggiante.gif (995 byte) LA PENA DI MORTE E’ UN DETERRENTE?

 

LA PENA DI MORTE COME MEZZO DI DISCRIMINAZIONE E REPRESSIONE

Da parte di molti, vi è il sospetto che la pena di morte svolga una funzione di pulizia sociale, poiché sono numerosi gli alcolizzati, i malati di mente, gli emarginati che vengono uccisi, mentre a coloro che risultano colpevoli degli stessi crimini ma che vivono in condizioni migliori viene riservata una sorte diversa. Si ha l’impressione di essere davanti a quello che è stato definito un "potere giardiniere", un potere che si incarica di estirpare le erbacce.

Tra le vittime di esecuzioni capitali si contano anche molti perseguitati per motivi politici o religiosi, uomini a volte "colpevoli" solamente di reati di opinione, che non hanno mai fatto uso di violenza né istigato all’uso. In questi casi la pena di morte appare non solo come uno strumento di discriminazione e di arbitrio, ma anche di repressione.

Il caso degli USA ci fa riflettere.

Negli Stati Uniti vengono condannati alla pena di morte, in prevalenza, i neri, spesso i minorenni, non di rado i sofferenti di disturbi mentali, oppure persone che appartengono a più di una di queste categorie.

Nonostante la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia stabilito, più di venti anni fa, la incostituzionalità della pena di morte in ragione delle discriminazioni razziali che essa in pratica comportava, un esame del caso dei giustiziati a partire dal 1977 evidenzia come la discriminazione razziale continui ad essere presente.

Più del 40% dei condannati a morte degli Stati Uniti sono neri, nonostante il fatto che i neri costituiscano solo il 12% della popolazione, e la percentuale di neri che si trovano nel "braccio della morte" è in alcuni stati ancora più alta. Osservando le vittime degli omicidi, le disparità emergono con ancora più chiarezza: l’85% dei condannati a morte "giustiziati" dal 1977 sono stati riconosciuti colpevoli di omicidi di bianchi, nonostante il fatto che neri e bianchi siano vittime di omicidi in misura simile. La probabilità che un nero accusato dell’omicidio di un bianco venga condannato a morte è assai più elevata di quella che un bianco venga condannato a morte per l’omicidio di un nero.

Solo nove Stati proibiscono di infliggere una condanna a morte nei confronti di chi è insano di mente o mentalmente ritardato e molti di questi fissano come soglia un quoziente di intelligenza estremamente basso. Dal 1982 oltre 50 detenuti affetti da gravi problemi mentali sono stati giustiziati.

Nemmeno la minore età salva dalla pena di morte: può essere condannato anche chi è minorenne al momento del reato. In alcuni casi la giovane età non viene neppure introdotta nel dibattimento in quanto circostanza attenuante. Negli ultimi cinque anni sono stati giustiziati minorenni al momento del reato in USA, Nigeria, Pakistan, Iran, Iraq e Arabia Saudita.

In Cina alcuni reati politici e di opinione sono punibili con la pena di morte. E’ del tutto evidente che qualsiasi punizione inflitta a chi ha espresso pacificamente le proprie opinioni politiche o religiose costituisce la violazione di un diritto fondamentale per ogni uomo.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

I PROCESSI E IL RISCHIO DI UCCIDERE UN INNOCENTE

Le procedure che più frequentemente sono utilizzate per giungere ad una condanna a morte sembrano attestare che la pena capitale non è uno strumento di giustizia. Sarebbe doveroso, nell’ambito dei processi, assicurare alcune particolari garanzie, al fine di ridurre il rischio di un errore giudiziario dalle conseguenze particolarmente tragiche: questo, tuttavia, non sempre accade.

In Iran, è capitato che alcuni processi durassero solo pochi minuti, davanti ad un giudice non indipendente (un'autorità esecutiva religiosa) e si siano conclusi con una sentenza di morte inappellabile, eseguita quasi immediatamente.

Negli Stati Uniti il sistema di giustizia penale è più evoluto, tuttavia rimangono tanti nodi irrisolti e contestati.

La discrezionalità della pubblica accusa

Non esistono standard applicabili, a livello statale o a livello federale, ai processi in cui può essere comminata la pena capitale. La pubblica accusa può chiedere o meno, con ampia discrezionalità, che un omicidio sia punito con la pena di morte. Pertanto ogni procuratore può seguire la propria linea di condotta, con differenze notevoli da un processo ad un altro. Inoltre, nei processi con più di un imputato, avviene con una certa frequenza che ad uno dei coimputati venga promessa dalla pubblica accusa una pena ridotta in cambio di una testimonianza contro un complice. Diversi prigionieri sono stati "giustiziati" a seguito della testimonianza di un coimputato contro il quale esistevano analoghe prove di colpevolezza.

Un’assistenza legale inefficace

La rappresentanza legale ricevuta dai cittadini meno abbienti imputati di reati capitali è una vergogna per il sistema giudiziario degli Stati Uniti. Gli avvocati difensori sono spesso poco qualificati, retribuiti in modo inadeguato e privi dei fondi necessari a condurre indagini essenziali e a raccogliere testimonianze. Numerosi prigionieri giustiziati sono stati rappresentati al processo da legali che non si erano mai occupati in precedenza di casi per i quali è prevista la pena capitale. Una consulenza legale competente è un’importante garanzia del diritto ad un processo equo: nei casi capitali la competenza dei legali può davvero fare la differenza tra la vita e la morte.

I tempi per il riesame di un caso

A volte risulta impossibile rimediare in appello agli errori commessi dagli avvocati nei processi di primo grado, qualora questi abbiano sbagliato. Vi sono, infatti, limiti di tempo ristretti per la presentazione di nuove prove scoperte dopo la sentenza. Negli Stati Uniti non pochi innocenti sono stati condannati a morte: avviene che testimoni oculari sbaglino un’identificazione o commettano spergiuro (non di rado si tratta di coimputati che rischiano l’incriminazione), talvolta vengono estorte confessioni, mentre ulteriori errori vengono compiuti da polizia e avvocati. E’ praticamente impossibile, per i condannati a morte, presentare istanze di innocenza, basate su nuove prove emerse dopo la scadenza del tempo limite previsto: tale limite, che varia da Stato a Stato, non supera mai un anno dalla conclusione del processo di primo grado.

Uno studio recente ha appurato che nel periodo 1900 – 1991 si sono verificati 416 "errori di persona", commessi nell’ambito di processi per reati punibili con la pena di morte.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

L’ESECUZIONE: UNA FORMA DI TORTURA

L’esecuzione di una condanna a morte può causare sofferenze fisiche di entità diverse a seconda delle tecniche usate. Abbondano le storie di esecuzioni particolarmente dolorose o cruente, quale che sia il metodo impiegato. Storie di impiccati troppo leggeri rispetto alla lunghezza della corda, morti lentamente, per asfissia. Storie di plotoni di esecuzione che hanno dovuto ripetere due volte le operazioni. E, perfino, storie di condannati a morire per iniezione letale ai quali si è sfilato l’ago dalla vena o ai quali è stata somministrata una miscela di sostanze tale da non ucciderli subito. Tutti casi di persone morte lentamente, a stento, certamente per errori umani, errori che, però, oggi si ripetono frequentemente e che non sembrano eliminabili in un prossimo futuro.

Vi è anche una forte componente di crudeltà psicologica. La durata e l’incertezza costituiscono una combinazione perversa. Dopo anni di attesa, l’annuncio dell’esecuzione può essere dato con pochi giorni di anticipo (vedi USA) o addirittura pochi minuti di anticipo (molti Paesi, fra cui il Giappone). A partire dal giudizio di primo grado, il condannato è un uomo costretto a vivere senza futuro, privo di una dimensione. A volte decide di recidere ogni residuo contatto con il resto dell'umanità, parenti e amici compresi, perché ne avverte l’inutilità. Altre volte il condannato è ossessionato dal pensiero della sua futura esecuzione, che continua a raffigurarsi mentalmente. Così, la morte della personalità può anticipare di molti anni la morte fisica.

Una sommaria descrizione dei metodi di esecuzione utilizzati testimonia che la pena capitale può essere considerata una vera e propria forma di tortura.

La sedia elettrica

Dopo che il detenuto è stato legato ad una sedia costruita appositamente, alla testa e ad una gamba, che sono state in precedenza rasate per assicurare una buona aderenza, vengono fissati elettrodi di rame inumiditi. Potenti scariche elettriche, applicate a brevi intervalli, causano la morte per arresto cardiaco e paralisi respiratoria. Il procedimento procura effetti visibili devastanti: gli organi interni sono ustionati. Il prigioniero a volte balza in avanti trattenuto dai lacci. In certi casi orina, defeca o vomita sangue. Si diffonde un odore di carne bruciata. Benché lo stato di incoscienza debba subentrare dopo la prima scarica, in alcuni casi questo non accade. La sedia elettrica fu introdotta negli USA nel 1888 perché considerata più umana rispetto all’impiccagione.

L’iniezione letale

L’esecuzione comporta un’iniezione endovenosa continuata di una dose letale di un barbiturico ad azione rapida, in combinazione con un agente chimico paralizzante. La procedura somiglia a quella utilizzata per effettuare un’anestesia totale, salvo che le sostanze vengono iniettate in dosi letali. In Texas viene utilizzata una combinazione di tre sostanze: un barbiturico, che rende il prigioniero incosciente, una sostanza, che rilassa i muscoli e paralizza il diaframma in modo da bloccare il movimento dei polmoni e un’altra, che provoca l’arresto cardiaco. I sostenitori dell’iniezione letale sostengono che questo è il metodo di esecuzione più umano. Tuttavia, possono insorgere varie complicazioni. Se il prigioniero si agita nel corso dell’esecuzione, il veleno può penetrare in un’arteria o in una parte di tessuto muscolare e arrecare dolore; se il barbiturico anestetico non agisce rapidamente il prigioniero può essere cosciente mentre soffoca o mentre i suoi polmoni si paralizzano.

La camera a gas

Il prigioniero viene fissato ad una sedia in una camera a tenuta stagna. Uno stetoscopio fissato al suo torace viene collegato a delle cuffie che si trovano nella stanza adiacente, dove stanno i testimoni, in maniera tale che un medico possa controllare il progredire dell’esecuzione. Nella camera stagna viene quindi liberato gas cianuro, che uccide il prigioniero. La morte avviene per asfissia. Lo stato di incoscienza può subentrare rapidamente, ma l’esecuzione durerà più a lungo se il prigioniero tenta di prolungare la propria vita trattenendo il fiato o respirando lentamente.

L'impiccagione

La perdita di coscienza è quasi immediata; la morte avviene rapidamente per asfissia, ad opera di un cappio posto attorno al collo e fissato ad un sostegno per l'altro capo. Il peso del corpo, abbandonato nel vuoto o inclinato in avanti, grava sul cappio, ne determina la chiusura e la conseguente azione comprimente sulle vie respiratorie. L'impiccagione lascia vari segni, sia interni che esterni: il condannato diventa cianotico, la lingua sporge in fuori, i bulbi oculari escono dalle orbite, vi è un solco alla cute del collo; ci sono inoltre lesioni vertebrali e fratture interne.

La fucilazione

La sentenza viene eseguita da un plotone composto da un numero di fucilieri che varia da sei a diciotto; non tutte le armi sono cariche. Dopo che il condannato (o i condannati) ha ricevuto la prima scarica all'ordine dell'ufficiale che comanda il plotone, quest'ultimo gli si avvicina e gli spara alla tempia o alla nuca: è il colpo di grazia.

Ghigliottina

Macchina per decapitazione, così chiamata dal nome del fisico francese Joseph-Ignace de Guillotin, che ne propose l'adozione nel 1789: siccome la decapitazione era considerata il metodo di esecuzione meno doloroso e più umano, Guillotin suggerì la costruzione di una macchina apposita. Essa consiste di due travi parallele issate verticalmente, incavate al centro e unite in alto da una traversa, e di una lama obliqua, legata con una fune alla traversa. Il condannato pone il collo in una struttura tipo gogna dalla quale passerà la lama obliqua; liberata la fune, la lama scivola lungo le due travi e cade sul collo del prigioniero, tagliandogli di netto la testa, che cade nel cesto posto davanti alla ghigliottina. Essa fu impiegata soprattutto durante la rivoluzione francese. Oggi, nell’Arabia Saudita, viene utilizzata la decapitazione.

Infine, si segnala che, in alcuni Paesi, sono ancora utilizzate la lapidazione e la garrota.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

LA PENA DI MORTE E’ UN DETERRENTE?

Un argomento frequentemente usato è quello secondo il quale la pena di morte costituirebbe un deterrente efficace nei confronti di omicidi e di altri gravi reati comuni. Ma è veramente così?

Nessuno degli ormai numerosi studi condotti in materia ha potuto dimostrare la maggiore efficacia della pena di morte rispetto ad altre pene, in ordine a particolari figure di reato, omicidio compreso. E’ del tutto errato ritenere che la maggioranza di coloro che commettono crimini gravi quali l’omicidio calcolino razionalmente le conseguenze delle loro azioni. Gli omicidi sono spesso commessi in momenti di passione, quando forti emozioni prevalgono sulla ragione. Sono a volte commessi sotto l’effetto di droghe o dell’alcool, o in momenti di panico, quando il colpevole è scoperto nell’atto di rubare. Alcuni soggetti colpevoli di omicidio hanno problemi di grave instabilità psichica o sono malati mentali. In nessuno di questi casi è pensabile che il timore di essere condannati a morte possa operare come deterrente efficace.

Vi è un altro grave limite a cui va incontro l’argomento della deterrenza. Anche chi progetta un crimine in maniera calcolata può scegliere di procedere, nonostante la consapevolezza del rischio che corre, nel convincimento che non sarà scoperto. La maggioranza dei criminologi sostiene da tempo che il modo migliore per scoraggiare questo tipo di comportamento criminale non è quello di accrescere la severità della punizione, bensì di aumentare le probabilità di scoprire il delitto e di condannare il colpevole.

Addirittura è possibile che la pena di morte abbia effetti contrari a quelli voluti. Chi sa di rischiare la morte per il reato che sta commettendo può essere, in certi casi, incoraggiato a uccidere i testimoni del suo crimine o chiunque altro possa identificarlo e farlo incriminare.

Infine, i dati sulla diffusione dei crimini negli Stati abolizionisti non dimostrano affatto che la pena di morte abbia provocato il loro incremento. L’insieme dei dati non corrobora in alcun modo la tesi della deterrenza.

La pena di morte viene spesso invocata come strumento utile e necessario per arginare il terrorismo. L'indignazione suscitata da attentati dinamitardi, rapimenti, uccisioni di pubblici ufficiali o esponenti politici, dirottamenti di aerei e altre azioni di violenza a sfondo politico suscitano una comprensibile indignazione; tuttavia, come hanno ripetutamente affermato diversi esperti di lotta al terrorismo, le esecuzioni possono, anziché porre un freno al terrorismo, provocarne l’inasprimento.

I terroristi e gli autori di crimini politici sono motivati ideologicamente e votati al sacrificio per amore della loro causa, e non provano timore per la pena di morte. Inoltre, le attività terroristiche sono pericolose, il terrorista affronta quotidianamente rischi letali e tende a non essere intimorito dalla prospettiva della morte immediata.

Le esecuzioni portate a termine per crimini di natura politica hanno l’effetto di pubblicizzare gli atti terroristici, suscitando l’interesse dell’opinione pubblica e offrendo ai gruppi terroristici l’opportunità di rendere note le proprie posizioni politiche; si rischia anche di creare dei "martiri" la cui memoria deve essere onorata. Inoltre, le esecuzioni vengono utilizzate come giustificazione di ulteriori atti di violenza compiuti per ritorsione: i gruppi armati potrebbero sostenere la legittimità delle proprie azioni dicendo di volersi servire anch’essi della stessa "pena di morte" che i governi sostengono di avere diritto di applicare nei loro confronti.

torna su.gif (1306 byte)Torna a inizio pagina

Precedente ] Indietro ] Successiva ]