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riciclo9.wmf (9608 byte) IL DIBATTITO: FAVOREVOLI E CONTRARI

Oggi il dibattito sul tema della pena di morte si presenta quanto mai aperto e vivace. Al volgere del millennio, le esecuzioni capitali sono ancora numerose nel mondo: Amnesty International calcola che ve ne siano oltre duemila ogni anno, ma si tratta solamente dei casi accertati, non di una stima: senza dubbio, dunque, la cifra reale è più elevata.

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Le ragioni del sì

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Le ragioni del no

 

LE RAGIONI DEL SI’

Coloro che si dichiarano favorevoli alla pena di morte sostengono la loro posizione con un’esigenza di giustizia: lo Stato ha quale funzione basilare quella di difendere ogni singolo individuo ad ogni costo, tutelando in misura maggiore coloro che rispettano la legge rispetto a coloro che la trasgrediscono, punendo chi commette reati con una pena commisurata. L’assunto fondamentale è che per alcune tipologie di colpa nessuna pena, tranne la morte, costituisca la giusta punizione.

Nelle dispute relative alla pena di morte si assiste, di norma, allo scontro di due principi di giustizia o, meglio, di due diverse concezioni della pena: la retribuzione e la prevenzione. Nell’ottica della retribuzione, la pena si configura come reazione morale e giuridica al male che è stato commesso con il reato, alla cui gravità è proporzionato: si tratta, perciò, di un castigo morale e non di una vendetta. Secondo il principio di prevenzione, invece, lo Stato non restituisce male con male, semplicemente assicura la difesa della società dalla pericolosità degli autori dei reati, sforzandosi, mediante la pena, di impedire che soggetti socialmente pericolosi commettano altri reati.

E’ appunto a quest’ultima concezione che si appellano i fautori della pena di morte: essa, a loro avviso, svolgerebbe proprio una funzione preventiva nei confronti di ondate di criminalità organizzata, che rischierebbero di scompigliare il tessuto sociale di uno Stato (ad esempio, il gangsterismo, la mafia, il terrorismo). La pena di morte, inoltre, placando il rancore delle vittime e dei loro parenti, attenuerebbe la tentazione di vendette private ed il ricorso a disordini sociali. Si aggiunga il fatto che l'eliminazione fisica, dunque definitiva, di un criminale eviterebbe il reiterarsi dei reati da parte dello stesso che, pur condannato, potrebbe ritornare in libertà beneficiando di condoni o di altri meccanismi previsti dalla legge; infine, anche sul versante strettamente economico, essa rappresenta un tipo di punizione molto meno gravoso di una lunga detenzione o dell'ergastolo, quindi conveniente alla società civile.

Rimane il fatto che la pena di morte costituisce una pena irreparabile e non è possibile risarcire chi sia stato condannato ingiustamente: tale ragione, tuttavia, non è giudicata sufficiente a sopprimere la pena di morte, poiché si considera doveroso comminarla solo nei casi in cui ci sia la matematica certezza della colpevolezza dell'imputato; tanto più che esiste un'ulteriore garanzia: il potere di ogni capo di Stato di concedere la grazia in caso di dubbio, commutandola in ergastolo o altra pena detentiva.

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LE RAGIONI DEL NO

Coloro che si oppongono alla pena di morte si richiamano, soprattutto, a motivazioni morali. Pur non cessando di denunciare la crudeltà intrinseca di questo strumento (crudeltà tanto fisica che psicologica), essi pongono la loro enfasi sul fatto che nessun uomo, né come individuo né come rappresentante della comunità, abbia il diritto di togliere la vita ad un altro uomo, a prescindere dalla gravità delle colpe da quest'ultimo commesse. Secondo loro, inoltre, la pena di morte contravviene al principio secondo cui la finalità della pena non è data dalla vendetta o dalla semplice punizione del colpevole, ma dalla sua rieducazione e recupero sul piano umano e sociale.

Tuttavia, il dibattito condotto dagli oppositori della pena di morte non si muove unicamente sul piano dell'etica. In relazione alla presunta funzione deterrente di cui parlano i sostenitori, essi replicano che è ridicolo pensare che un criminale consulti il codice per scegliere il crimine da commettere, e aggiungono che la pena di morte non rappresenta uno strumento efficace nemmeno contro la criminalità organizzata, che è stata sconfitta solo adottando mezzi diversi, in particolare colpendola nei suoi interessi economici.

Certamente appaiono innegabili le tendenze alle recidive e alla vendetta privata, ma, secondo gli oppositori, il problema si deve porre in termini di educazione sociale, e la soluzione è data da una continua assistenza agli ex carcerati e da una capillare opera di educazione alla legalità.

A tutte queste considerazioni se ne aggiungono altre due ancora più significative. Innanzi tutto è sempre possibile l’eventualità di errori giudiziari, che avrebbero come esito l’uccisione di un innocente. In secondo luogo, molti studi testimoniano come la pena di morte si configuri, nella realtà di molti Paesi, come uno strumento di discriminazione sociale, poiché ad essere giustiziati sono, in larga maggioranza, criminali che appartengono alle classi sociali più deboli, membri delle minoranze razziali, individui con un basso livello di scolarizzazione, soggetti con una vita familiare allo sbando, persone con reddito molto basso, a volte oppositori politici.

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