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colombo.gif (5273 byte) RELIGIONI, COLONIZZAZIONE E DECOLONIZZAZIONE

Com’è noto, il processo di colonizzazione e di evangelizzazione ha suscitato reazioni nei popoli che si sono trovati a subire forme anche violente di acculturazione. Queste reazioni sono state a prima vista di contenuto prettamente religioso. Si pensi ad esempio ai movimenti millenaristici nei quali elementi autoctoni si sono mescolati a quelli cristiani per dar vita ad una risposta ai processi di trasformazione sociale messi in moto dall’arrivo degli europei e dall’introduzione dell’economia capitalistica.

Ma tali risposte, proprio a causa del carattere pervasivo della religione nelle cosiddette società primitive, non avevano contenuti esclusivamente religioso; anzi, possono essere considerate una risposta organica ad un nuovo tipo di società e di cultura imposto con la violenza.

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Il caso della Melanesia

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Il caso della Colombia

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Il caso di Cuba

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Il caso della Yugoslavia

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Il caso dell’Italia

 

Il caso della Melanesia

Ad esempio, in Melanesia, dove si svilupparono i cosiddetti cargo cults o culti delle merci, l’introduzione dell’economia capitalistica significò l’abolizione della proprietà collettiva della terra, l’introduzione del lavoro salariato, delle tasse, oltre che la riorganizzazione politica della società sulla base dell’indirect rule fondato sull’utilizzazione di capi indigeni investiti però di potere dell’amministrazione coloniale britannica.

I culti delle merci, che si sono poi trasformati in movimenti politici per la rivendicazione dei diritti degli indigeni, portavano avanti una concezione complessiva della vita sociale che contrapponeva a quella forzamente sostenuta e messa in pratica dagli europei. Dal loro punto di vista, i beni, portati dalle navi e dagli aerei e di cui godevano gli europei, erano un furto, perpetrato da questi ultimi ai danni degli indigeni, cui invece gli antenati avevano destinato quegli oggetti e quei beni che rendono la vita piacevole e vivibile.

Come si vede, benché all’interno dei culti cargo vi siano delle rivedicazioni economiche, esse non sono mai scisse da tematiche religiose: sono gli antenati mitici che hanno dato vita agli uomini e al mondo ed è, pertanto, il loro potere che deve essere ristabilito contro la prepotenza dei bianchi; inoltre, per favorire il loro ritorno, bisogna astenersi da tutte quelle pratiche tipiche della società capitalistica, come ad esempio il lavoro salariato e l’uso del denaro, che veniva appunto bruciato. Queste forme di opposizione non hanno dato luogo a guerre vere e proprie, ma furono sicuramente represse con la violenza dall’amministrazione coloniale, e costituirono le base per lo sviluppo di una coscienza protonazionale là dove predominavano le appartenenze tribali.

A ben vedere, dunque, lo studio delle trasformazioni sociali, generate dallo scontro di due diverse forme di vita sociale, deve essere effettuato tenendo presenti le due società e culture che entrano in conflitto nella loro globalità e non privilegiando un certo fattore ai danni di un altro.

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Il caso della Colombia

Molto interessante e complicato è l’intreccio realizzatosi nella storia della Colombia tra appartenenza religiosa, appartenenza sociale e violenza, ed esaminato in maniera accurata da Michael Taussig (1984).

Tra gli schiavi africani, trasferiti in Colombia a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero e superficialmente cristianizzati, si diffuse il culto del diavolo, inteso però come un trickster potente e ambivalente. Il diavolo era venerato in quanto nemico dei cristiani e rappresentava la volontà di resistenza contro il potere e la violenza dei proprietari terrieri; resistenza che si concretava nella fuga, nella costituzione dei palenque, in territori marginali di cui gli ex schiavi diventavano i dominatori.

La storia della Colombia, dopo l’indipendenza dalla Spagna, è scandita dall’antagonismo tra liberali e conservatori (sfociato nelle guerre civili 1840-1903, 1948-1962). Questi due gruppi politici elaborarono anche letture diverse del cristianesimo. I conservatori erano contro l’abolizione della schiavitù e si richiamavano a S. Paolo per ribadirne la fondatezza; inoltre, essi sostenevano la necessità di una società gerarchizzata, dominata dalla Chiesa, che per la sua infinita saggezza e la sua origine divina non avrebbe costituito un potere oppressivo.

Dal canto loro, i liberali si dichiaravano per l’abolizione della schiavitù, per l’uguaglianza di tutti i cittadini, facendo ugualmente riferimento alle S. Scritture. Questa lettura del cristianesimo si diffuse anche tra le masse contadine. Comunque, le riforme del 1850, realizzate dalla fazione radicale del partito liberale, comportarono sì l’abolizione della schiavitù, ma anche la distruzione della proprietà collettiva indiana, la quale colpì un terzo della popolazione. Si formò il latifondo, l’indigeno fu trasformato in fittavolo e le sue terre furono usate per allevare il bestiame.

In questo contesto si sviluppa l’agricoltura commerciale accanto al modo di produzione domestico, e si trasforma anche, secondo l’analisi di Taussig, il culto del diavolo. I suoi tratti negativi sono accentuati; diventa oggetto di rituali, il cui scopo è quello di aumentare la produttività del lavoro nella piantagione e quindi il salario. Ma il denaro così prodotto è sterile e maledetto, e perciò può essere impiegato solo per comprare beni di consumo, non terra ed animali, perché non daranno frutto. Inoltre, chi ha stilato un contratto di questo tipo col diavolo si ritiene sarà destinato ad una morte prematura e piena di sofferenze.

Secondo Taussig il diavolo rappresenta il modo in cui i contadini colombiani interpretano il rapporto tra l’economia capitalistica e quella di sussistenza; la prima è vista come qualcosa di mortifero perché la sua produttività non si riversa sulla comunità contadina, e perché i beni da essa prodotti non creano ulteriori legami tra i membri di quest’ultima. In definitiva, secondo Taussig l’economia capitalistica e il mercato sono feticizzati nella figura malefica del diavolo e non nella merce o nel denaro. Questa scelta di tipo antropomorfico mostrerebbe la consapevolezza che, dietro l’impersonale funzionamento del mercato, ci sono rapporti tra gli uomini, da un lato, ed esseri dotati di volontà ed intenzione, anche se divinizzati. In questo senso il culto del diavolo non entra in contraddizione con l’attività politico-sindacale dei contadini contro i proprietari terrieri, anzi a parere di Taussig ne costituisce un fattore propulsivo.

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Il caso di Cuba

Consideriamo ora, come esempio di trasformazione sociale accompagnato dalla guerra, il caso dell’affermarsi della rivoluzione castrista a Cuba. Come è noto, l’isola caraibica è un terreno fertile di culti religiosi, i quali hanno giocato ruoli diversi nel processo di trasformazione sociale e nella lotta anticoloniale.

Da un lato, possiamo affermare che non vi è mai stata una netta contraddizione tra la lotta anticoloniale e l’appartenenza religiosa, soprattutto quando si trattava di fedeli appartenenti ai culti afrocubani, ai movimenti protestanti o allo spiritismo. Qualche problema c’è stato, invece, con la Chiesa cattolica, la quale era sempre stata troppo vicina alle autorità coloniali ed assai distante dalle masse rurali cubane. Se, da un lato, pertanto, gli appartenenti ai culti afrocubani, gli spiritisti e i protestanti, nella loro maggioranza, hanno sposato i valori proposti dalla Rivoluzione castrista, assumendo pertanto una funzione di supporto al cambiamento; dall’altro, la Chiesa cattolica, che si avvaleva quasi esclusivamente di sacerdoti spagnoli, ha perso terreno tra i sostenitori della Rivoluzione castrista, proprio perché si schierò con coloro che non apprezzavano rivolgimenti come la nazionalizzazione delle terre, delle banche, la totale separazione tra stato e chiesa.

Nella fase attuale, detta periodo especial, per le difficoltà, che i cubani si trovano a vivere in seguito alla scomparsa dell’Unione Sovietica, grande fornitrice di materie prime, gli antropologi cubani hanno registrato un certo risveglio religioso, in cui anche la Chiesa cattolica ha riguadagnato spazio. In questa prospettiva, si deve leggere - mi pare - il recente viaggio del Papa a Cuba ed interpretare il suo atteggiamento antiliberista, il quale è stimolato anche dalla necessità di far breccia tra i popoli del Terzo Mondo, fortemente danneggiati, se non ridotti nella più estrema miseria dal neoliberalismo.

Questo caso mostra - mi pare - come nella vicenda storica le diverse religioni possano assumere atteggiamenti molto differenti, giustificati dalle caratteristiche strutturali delle religioni stesse e dal diverso contesto, in cui i leader religiosi si trovano ad operare. A differenza della Chiesa cattolica, i culti afrocubani e gli spiritisti non hanno naturalmente elaborato nessuna dottrina sociale, che consenta loro di indicare la forma migliore di vita sociale dal loro punto di vista; inoltre, essi sono stati in passato diffusi tra quelle classi che più sono state avvantaggiate dalla Rivoluzione, ottenendo istruzione, case, servizi sanitari. I protestanti hanno in molti casi considerato il cristianesimo come un insieme di valori - come la dignità dell’uomo - che è opportuno realizzare sulla terra mediante l’azione politica. Questo punto di vista naturalmente non è distante dalla cosiddetta teologia della liberazione fiorita in America latina tra i cattolici, ma che sembra trovarsi in questo momento in una situazione di crisi, anche perché non sostenuta dalle autorità istituzionali.

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Il caso della Yugoslavia

Parlando di religione, trasformazioni sociali e guerra, naturalmente non si può fare a meno di soffermarsi sui recenti fatti della Yugoslavia, tenendo conto che si tratta anche qui di una questione complessa, prodotta da un insieme di fattori di vario ordine, e in cui il fattore etnico è uno dei tanti fattori scatenanti, ma non l’unico.

In primo luogo, non dobbiamo dimenticare che con il crollo dei paesi socialisti è iniziato il cosiddetto processo di globalizzazione, che ha comportato l’estensione dell’economia di mercato e dei valori della civiltà occidentale in terre ricche di risorse e di manodopera a basto costo. In tal modo è stata attuata una politica, diretta dalle istituzioni economiche internazionali, volta ad introdurre il capitalismo selvaggio nell’Europa centrale ed orientale, e la privatizzazione dell’industria, con la conseguente diffusione della disoccupazione, della perdita di una serie di servizi sociali fondamentali (pensione, sanità, scuola pubblica etc.). Questo stravolgimento e disfacimento ha messo in competizione gruppi sociali diversi, i quali hanno sentito il bisogno di riaggregarsi sulla base della loro appartenenza etnica e religiosa intesa come fattore di coagulazione e di sostegno nello scontro con gli altri gruppi.

Per questa ragione identità nazionale e scelta religiosa sono tornate alla ribalta, anche perché debitamente alimentate e supportate da chi aveva interesse ad introdurre elementi di divisione, con lo scopo di creare nuovi organismi statuali guidati dai paesi altamente industrializzati.

Emblematico è il caso dei serbi e dei croati che possiedono una stessa lingua di cultura, e che sono sostanzialmente due gruppi della più vasta nazione degli slavi meridionali. In questo caso, il fatto che i croati siano cattolici romani ed abbiano la scrittura latina, mentre i serbi siano ortodossi ed utilizzino la scrittura cirillica, ha fatto sì che, all’interno di una mutata situazione socioeconomica, queste differenze tornassero a diventare importanti dopo quasi cinquant’anni di convivenza contrassegnata da numerosi matrimoni misti. Queste differenze hanno ripreso slancio anche perché i loro portatori hanno chiesto alle istituzioni che le utilizzassero come criteri distintivi per la distribuzione del lavoro, per l’accesso ai servizi sociali, per ottenere in sostanza il rispetto di quei diritti costitutivi della dignità dell’uomo, che l’attuale fase economica sembrava in grado di garantire solo a pochi privilegiati.

Come si vede, non si tratta di voler leggere questi fenomeni sconvolgenti, che si sono concretati in scontri sanguinari quasi sempre fomentati dall’esterno, solo in chiave economica, ma di cercare di ricostruire il contesto all’interno del quale le diverse istanze sociali - compresa l’appartenenza etnica e religiosa - interagiscono. Quello che è importante ribadire è che appartenenza religiosa ed appartenenza etnica non sono entità immutabili ma, al contrario, esse sono dotate di un intrinseco dinamismo, il quale determina il modo diverso in cui sono vissute nei vari contesti e in cui operano nell’influenzare il comportamento politico.

Come sostiene lo storico inglese Eric J. Hobsbawm, le nazioni non sono un "fatto naturale", ma il prodotto di un processo storico orientato dalle élite politiche e culturali, le quali favoriscono un processo di omogeneizzazione culturale e politica all’interno di una certa regione, creando strumenti ad hoc come una lingua comune; Hobsbawm afferma anche che, all’interno dei contesti in cui si manifestano movimenti protonazionali e nazionali "...i rapporti tra religione ed identificazione protonazionale e nazionale restano complessi ed assai poco chiari e, in ogni caso, non sono suscettibili di generalizzazione".

La tesi di Hobsbwam si fonda anche su una considerazione politica di ordine più generale, che non si può fare a meno di dimenticare oggi. La politica, che tende a favorire l’autodeterminazione ad ogni costo, ha come altra faccia quella della creazione di stati abitati da una sola etnia culturalmente omogenea. E’ evidente che si tratta di una politica irrealizzabile, dal momento che nessuno stato attuale, che non sia di dimensioni insignificanti, presenta questa caratteristica; ognuno ha le sue minoranze più o meno oppresse (si pensi alla Gran Bretagna ed alle rivendicazioni dei nord-irlandesi cattolici e degli scozzesi, per non parlare poi degli stessi USA). La sua realizzazione richiederebbe, inoltre, l’espulsione dei gruppi considerati estranei, anche se stanziati da secoli nelle aree in discussione. In secondo luogo, ogni richiesta di autodeterminazione deve essere debitamente contestualizzata nella situazione storico-sociale in cui viene avanzata.

Ad esempio, il caso del Kosovo, staccato con forza dalla ex Yugoslavia, non può essere compreso se non si tiene conto del contesto politico-economico da cui emerge.

Come ha affermato il giornalista Alberto Negri in un articolo apparso sul Sole 24 ore riguardo il significato politico-economico dell’indipendenza del Kosovo, al centro dei Balcani si incrociano gli assi di collegamento nord-sud ed est-ovest, e lungo questi assi dovranno diramarsi gli oleodotti e i gasdotti, che in futuro dovranno portare sino alle sponde dell’Adriatico le risorse energetiche provenienti dall’Asia centrale e da parte del Medio Oriente. E’ per questa importantissima ragione che la Serbia e la Russia non debbono più poter esercitare alcun controllo su queste importantissime regioni e sulle riserve energetiche che le attraverseranno. A questo progetto è interessata anche l’Italia, che si affaccia sull’altra sponda dell’Adriatico. Se ciò si realizzasse, avremmo un’ulteriore estensione del sistema capitalistico e del tipo di civiltà ad esso associato.

Insomma, concludendo non possiamo interpretare la dissoluzione della Yugoslavia come il frutto dell’odio etnico; come dicono gli stessi giornali vicini al governo (Sole 24 ore, Corriere economia) essa deve essere inserita nella cornice internazionale. Ma, se questo è vero, - come scrive Negri - la guerra attuale non sarà certo l’ultima; probabilmente per fare avanzare la globalizzazione saranno necessarie altre guerre contro quei paesi che si mostrano recalcitranti o non troppo accondiscendenti. E le ragioni etniche per giustificare queste nuove guerre sono numerose, si pensi all’ex Unione Sovietica, al Tibet etc.

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Il caso dell’Italia

Nel libro dedicato da Hobsbawm a figure di ribelli, di fomentatori di movimenti a sfondo millenaristico, appare tra le altre la singolare figura di Davide Lazzeretti (1834-1878), fondatore della cosiddetta setta dei giurisdavidici, che ha ancora dei seguaci sul Monte Amiata (luogo di origine del profeta).

Coerentemente con la sua impostazione contestuale e dialettica, Hobsbawm ricostruisce la storia del predicatore e il contesto sociale, che fa da scenario alle sue gesta.

Siamo nella Toscana sudorientale della seconda metà dell’Ottocento, la quale era stata sconvolta dall’introduzione di un nuovo ordine sociale favorito dalla costituzione del regno di Italia. Sostanzialmente tale ordine si fondava sull’istituzione di nuove tasse, in particolare provinciali e comunali, dettate dalla necessità di finanziare la costruzione di nuove strade. Le tasse colpivano le classi subalterne, in questo caso i piccoli proprietari e i mezzadri, che costituivano la maggioranza della popolazione amiatina. Il nuovo ordine favoriva anche l’affermarsi del liberalismo economico nelle campagne. Quest’ultimo, in particolare, aveva introdotto la libera compravendita delle terre, aveva inoltre messo in discussione i diritti consuetudinari (pascolo, legnatico et.), gettando i piccoli proprietari terrieri, i commercianti in una situazione difficile.

In tale contesto sempre più in fermento anche per l’antipopolare tassa sul macinato (1867), Lazzaretti costituisce un movimento religioso, ascetico e penitenziale, che mette insieme un gruppo di famiglie, le quali stabiliscono di vivere lavorando ed avendo i beni in comune. I membri del gruppo sono tutti animati dall’attesa di un nuovo Messia apportatore di un ordine sociale più giusto. Lazzaretti, inizialmente sostenuto dalla Chiesa cattolica in funzione antigovernativa, predica ai suoi seguaci l’avvento della Repubblica di Dio, nella quale "… proprietà e terra vengono distribuite diversamente, fittavoli e mezzadri godono di una maggiore quota di prodotto" (Hobsbawm, 1966: 88). Come si vede, egli individuò nella rivendicazione di una maggiore quota del prodotto agricolo il tema fondamentale attorno a cui aggregare contadini e mezzadri. Proclamatosi infine il nuovo Messia o la seconda incarnazione di Cristo viene scomunicato e successivamente ucciso dai carabinieri nel corso di una pacifica processione. La ragione della sua uccisione deve probabilmente individuarsi nel timore che la sua figura carismatica, che aveva saputo ingenuamente intrecciare obiettivi politico-sociali e religiosi, ben interpretando le istanze del suo stesso ambiente, facesse estendere nelle campagne il movimento di protesta.

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