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guerre religiose.gif (32607 byte) RELIGIONI: FONTE DI CONFLITTI?

Tutti i casi analizzati in questa sede non ci portano a negare, tuttavia, che la religione possa trovarsi a svolgere una funzione del tutto diversa.

Ad esempio, il sociologo e filosofo sociale francese Emile Durkheim nelle sue teorie ha tentato di fare della religione un elemento di coesione sociale, uno strumento di conservazione e di continuità sociale. Con questa prospettiva, Durkheim si prefiggeva come obiettivo quello di superare la visione marxista della società moderna fondata sul conflitto di classe. D’altra parte, è anche vero che il pensiero di Durkheim era condizionato dal periodo storico sociale in cui versava il suo Paese: la Comune di Parigi e la Terza Repubblica durante la guerra franco-prussiana del 1870-1871.

Preoccupato per le sorti della Terza Repubblica, Durkheim pensava che quest’ultima avesse bisogno di un forte elemento di coesione di tipo religioso, che rinsaldasse la struttura sociale messa a rischio dalle forze centrifughe individuali; pertanto sarebbe stata necessaria una sorta di religine civile , il cui centro sarebbe stato lo Stato.

A ben vedere, la prospettiva durkheimiana non è del tutto infondata. Quando l’appartenenza ad una certa religione caratterizza la classe dirigente, interessata ad una certa forma di organizzazione sociale, essa inevitabilmente è utilizzata per favorire il mantenimento dello status quo. Si può facilmente comprendere come questo avvenga.

Durante le riunioni pubbliche, come sono, ad esempio, i rituali religiosi, i partecipanti sperimentano un particolare stato d’animo che sembra diffondersi come per contagio. Secondo Durkheim questo stato d’animo scaturirebbe dal fatto che, nei contesti collettivi l’individuo non è più un’entità isolata, ma si sente parte di un tutto, di una comunità che lo avvolge e lo sovrasta. In tale stato di eccitazione tutti i messaggi, i valori, i sentimenti che gli derivano dalla collettività, gli si presentano dotati di una grande autorevolezza, di un’energia psichica cui può solo piegarsi, considerandoli sacri.

Sono proprio queste le pratiche (si pensi ai riti del nazifascismo) a cui Durkheim attribuiva il potere di legare saldamente gli individui al gruppo, rafforzando così la coesione complessiva del corpus sociale.

Come si vede, l’impostazione di Durkheim non è propriamente erronea, anche se si deve tenere presente che il teorico francese individuava solo una delle possibili manifestazioni del comportamento religioso, senza tenere conto l’importante legame tra religione e dinamica soliale,.

Comunque, non dobbiamo separare la dimensione religiosa da quella socio politica ed economica, in quanto certamente, come abbiamo già visto, un’attenta analisi mostra la profonda interpenetrazione tra le varie dimensioni e la relativa autonomia della religione dai domini sociali.

Quali conclusioni possiamo trarre da queste seppure sbrigative analisi?

Possiamo dire che l’appartenenza religiosa o etnica diventino fonte di conflitto solo in situazioni di grave crisi economica-sociale, contrassegnate anche dalla crisi di una certa visione del mondo e della storia, contribuendo in molti casi ad aggravare i termini dello scontro, e facendolo apparire insanabile proprio per la radicalità di talune scelte religiose.

Essendo un fattore dinamico, le religioni partecipano dei conflitti e delle trasformazioni sociali; da un lato ne sono fortemente investite, dall’altro costituiscono anche il modo in cui questi ultimi si manifestano. E con ciò non si intende dire che le religioni sono semplicemente il linguaggio e quindi l’orpello attraverso cui si manifestano le tensioni sociali perché nella vita sociale non ci sono orpelli o epifenomeni in questo senso.

E ciò per ribadire ancora una volta che né la differenza etnica né quella religiosa possono da sole scatenare guerre e conflitti; esse possono diventare significative solo quando si intrecciano con una profonda crisi della civiltà, in cui sono radicate, e del processo di elaborazione di un’alternativa ad essa.

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