IL SOSTEGNO A DISTANZA:  nuovo modello di solidarieta’

Dalla compassione alla responsabilità, alla progettualità, alla cooperazione

«Non possono né devono esserci bambini abbandonati 
né bambini senza famiglia, né bambini o bambine di strada.
Non possono né devono esserci bambini usati da adulti a scopi immorali, 
per il traffico di droga, per i piccoli e i grandi crimini, per praticare il vizio,
Non possono né devono esserci bambini assassinati, 
eliminati con il pretesto di prevenire i crimini, segnati a morte». 

Giovanni Paolo II

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Introduzione

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Situazione dei bambini nel mondo

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Un caso esemplare

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La povertà e le povertà

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I giovani, i minori

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Interdipendenza e governance globale

  CONOSCERE I PROBLEMI

Introduzione

Ogni bambino che nasce è un inno alla vita, è la garanzia che l'umanità ha ancora un futuro in cui sperare. Anche tu sei stato bambino e qualcuno si è fatto carico di te, perché diventassi adulto.
Ma sul nostro pianeta sono milioni i bambini che non hanno futuro, perché muoiono di fame o perché le loro condizioni di vita sono di estrema povertà materiale e spirituale.
Questa situazione ci interpella nella nostra dignità di persona umana: ogni bimbo che muore di fame, ogni minore costretto a vivere di espedienti più o meno leciti, è una parte di noi stessi che soffre e che muore. Ancor più ci interpella la fede cristiana: tutti figli di un unico Padre e ciascuno segno vivente di Dio.
Ci sono tanti figli, ma manca chi voglia essere genitore. Considera di avere un figlio in più, ma in modo stabile: una creatura che mangia, si veste, studia, gioca, prega. «E’ l'uomo l'artefice dello sviluppo, non il denaro o la tecnica» (RM. 58). 
La proposta che facciamo con il presente contributo è quella di essere uomini (e, nella nostra personale esperienza, cristiani) attenti e di considerare la sopravvivenza e la crescita di questi bambini come un impegno etico inderogabile. A fronte della possibilità di adottare giuridicamente un bambino e portarlo in Italia, crediamo più opportuno, soprattutto per i bambini che hanno ancora i genitori naturali, e dove c'è speranza di vita, non sradicarli dalla loro terra e cultura.
Sul posto i partners educanti fanno da genitore. Tu puoi essere solidale con loro.

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Situazione dei bambini nel mondo

Attualmente il nostro pianeta ha una popolazione che si aggira intorno ai 6 miliardi e mezzo di individui distribuiti in modo non uniforme sulla sua superficie. Nei Paesi Poveri vivono circa 4.500.000.000 di persone delle quali 1.800.000.000 hanno meno di sedici anni. Di questi, circa 600.000.000 sono bambini con meno di cinque anni di vita.
Da questi dati emerge che una grande moltitudine di ragazzi e bambini vive nei Paesi Poveri. La qualità della loro esistenza non riflette certo i nostri standard e il normale sviluppo fisico e psichico della persona è compromesso dalle condizioni di vita a volte ai limiti della sussistenza.
Almeno 1,2 miliardi di persone – la metà dei quali bambini – lottano per sopravvivere con l’equivalente di meno di un euro al giorno. I pesanti effetti del debito estero, della povertà delle infrastrutture inadeguate e della cattiva qualità dei servizi, ogni anno contribuiscono alla morte di oltre 10 milioni di bambini sotto i cinque anni, prevalentemente a causa della malnutrizione e di malattie che si potrebbero prevenire. Più di un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile, mentre 2,4 miliardi non dispongono di servizi igienici adeguati. Ogni anno, almeno 40 milioni di bambini non vengono registrati alla nascita. Una violazione del loro diritto ad avere un nome e una nazionalità. Senza contare che in molti paesi la pace è lontana dall’essere una realtà: dei circa 20 milioni di rifugiati e profughi di tutto il mondo, la maggioranza sono bambine e donne. In queste zone oltre 2 milioni di bambini sono stati uccisi e più del triplo ferito o reso invalido. Oltre 300.000 bambini sono stati reclutati per partecipare agli scontri, mentre armi leggere e mine da terra continuano a mietere vittime tra i più piccoli. 
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa 206 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni lavorano nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) e da 50 a 60 milioni di bambini tra i 5 e gli 11 anni lavorano in situazioni pericolose. Di questi, 48 milioni in Africa sub-sahariana, 17 milioni in America Latina e 127 milioni in Asia.
L’Aids ha ormai invaso il mondo infantile e colpisce senza alcuna pietà: oltre 4,3 milioni di ragazzi sotto i 15 anni sono morti, mentre 1 milione e quattrocentomila di loro coetanei è oggi affetto da HIV. Allo stesso tempo, almeno il 30% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione grave o moderata. 
I bambini sono le prime e più gravi vittime della povertà, che causa loro non solo – come ha scritto don Gino Rigoldi – un enorme “deficit affettivo”, ma anche e soprattutto un vuoto educativo e di crescita integrale della persona (nelle dimensioni fisica, intellettuale, spirituale, morale, sociale, professionale, ecc.).
Le forme di aggressione in cui si coniuga il verbo della miseria nei confronti dell’infanzia sono molteplici: bambini malati, bambini denutriti, bambini analfabeti, bambini rifugiati, bambini di strada, bambini sfruttati nel lavoro, bambini soldato, bambini abusati sessualmente...

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Un caso esemplare: 
il lavoro minorile; i diritti proclamati e le realtà di vital Sud del mondo è ricco...

La Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia (New York, 20.11.1989), all’art. 32, comma 1, recita testualmente: «Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e qualsiasi tipo di lavoro rischioso o che interferisca con la sua educazione o che sia nocivo per la sua salute o per il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale».
Ma ai diritti finalmente proclamati e riconosciuti si contrappone una realtà di vita assai lontana dalla loro piena attuazione.
Ancora oggi nel mondo sono circa 211 milioni i minori con età compresa tra i 5 ed i 14 anni costretti a lavorare.
La prima, fondamentale causa del lavoro minorile, a tutte le latitudini, è la povertà. Ciò non equivale ad affermare che la povertà conduca necessariamente al lavoro minorile. Tuttavia, sono le famiglie economicamente più vulnerabili quelle da cui provengono i piccoli lavoratori e le piccole lavoratrici. Spesso è la morte o la malattia di un genitore, un indebitamento, o semplicemente la necessità impellente di aiutare la famiglia a nutrire i nuovi nati l’origine dei bambini lavoratori.
Ma anche il livello eccessivamente basso dei salari degli adulti può generare lavoro minorile. Un tipico esempio è quello dell’industria dei palloni da calcio, la cui cucitura viene effettuata a mano, spessissimo a domicilio. Poiché il cucitore riceve circa mezzo dollaro a pallone, e in una giornata media riesce a completare solo tre pezzi, e quasi inevitabile che uno o più figli vengano coinvolti nell’attività di cucitura a casa. Soltanto con il salario di almeno tre cucitori, infatti, si guadagna abbastanza per mantenere una famiglia, composta mediamente da sette persone (ad esempio in Pakistan).
E soprattutto non bisogna dimenticare che esiste una convinzione radicata presso gran parte delle élites del Terzo Mondo che, in un’economia globalizzata e votata alla concorrenza spietata, meriti di essere perseguita qualunque tattica in grado di far abbassare i costi di produzione e quindi di far lievitare la competitività di un Paese in Via di Sviluppo. Molti leaders del Sud del Mondo credono quindi che il ricorso alla manodopera infantile contribuisca a far migliorare la bilancia dei pagamenti del proprio paese, e di fatto chiudono più di un occhio sull’illegalità di questa pratica. Ma questa è una visione alquanto miope: i bambini che lavorano compromettono non soltanto il proprio sviluppo psico-fisico, ma anche quello economico del loro paese. Una generazione di giovani analfabeti è condannata a svolgere sempre e solo lavori poco qualificati, a vivere nella povertà e quindi ad avere molti figli su cui investire le proprie fragili speranze in un miglioramento economico e sociale.
“Più una popolazione è povera, più ha tendenza ad avere molti figli che possano contribuire a mantenere le famiglie. Più una popolazione è povera, più è analfabeta, in quanto i bambini, costretti a lavorare, non vanno a scuola. E più una popolazione è analfabeta, più rimane nel sottosviluppo e nella povertà” così il sociologo pakistano Nazar Ali Sohall sintetizza il circolo perverso che lega povertà, ignoranza e sfruttamento del lavoro minorile.
Per il singolo datore di lavoro, o per la singola famiglia, la circostanza di un bambino che lavora può anche tradursi in un piccolo guadagno immediato. Ma se guardiamo alla società nel suo insieme, non possiamo non riconoscere che il lavoro precoce, oltre ad essere un’ingiustizia, è anche uno spreco delle migliori potenzialità di sviluppo di cui un paese dispone.
Con felice intuizione, gia oltre 150 anni orsono, Victor Hugo rifletteva: “...Chi ha visto solo la miseria dell’uomo non ha visto nulla, poiché bisogna vedere quella della donna; sì come chi ha visto solo la miseria della donna non ha visto nulla, poiché bisogna vedere quella del fanciullo. Quando l’uomo è nella estrema miseria, è giunto contemporaneamente alla fine degli ultimi mezzi. Disgraziati gli esseri senza difesa che lo circondano. Lavoro, salario, pane, fuoco, coraggio e buona volontà gli vengon meno nello stesso tempo e come la luce del giorno pare si spenga all’esterno, così quella morale si spegne dentro di lui: in quelle ombre, l’uomo incontra la debolezza della donna e del fanciullo e li piega colla violenza all’ignominia“ (Les Misérables).
Se è vero che la povertà è il seme del problema, bisogna intervenire per spezzare il circolo vizioso povertà-lavoro minorile-ignoranza-povertà. Un modo concreto può essere puntare sull’istruzione, sull’educazione di base e allontanare lo spettro di un’ignoranza che è in primo luogo non conoscenza dei propri diritti e delle proprie potenzialità. 

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La povertà e le povertà

Purtroppo il numero dei ragazzi che finiscono sulla strada è in crescita a causa di situazioni sociali a cui non si sa o non si vuole porre rimedio.
Lo scenario è segnato da un fenomeno: la povertà. Non è solo la condizione di alcuni, è il dramma dell'umanità, un dramma morale e spirituale prima ancora che materiale se si pensa alle possibilità di produzione di beni e allo spreco di risorse.
Alla carenza dei mezzi economici indispensabili per la vita, che da sempre viene ritenuta la principale forma di indigenza, si aggiungono oggi altre manifestazioni: le deficienze in ambito familiare, il fallimento scolastico, la disoccupazione, le dipendenze varie, la delinquenza, la vita sulla strada. Non vanno inoltre sottovalutate la mancanza di ragioni per vivere, l'assenza di prospettive umane e spirituali, che sfocia in fenomeni conosciuti di compensazione e di evasione.
Basta pensare alla fame, "uno scandalo durato troppo a lungo" "che compromette il presente e il futuro di un popolo " e "distrugge la vita", secondo un documento in merito offerto dal Pontificio Consiglio Cor unum.
Oppure all'esodo di migliaia di profughi, vittime di contrapposizioni razziali, discriminazione religiosa e rivalità aizzate ad arte. Ancora all'urbanizzazione precaria senza condizioni minime di lavoro, casa, servizi e partecipazione civile, che costituisce il fenomeno della emarginazione cittadina.
La fuga dalla campagna e la corsa verso la città, provocata dalla povertà e dalla necessità di accedere a servizi primari come scuola, ospedale, farmacia, cibo, lavoro, finisce con l'incentivare lo sfascio della famiglia. Si calcola ad esempio che in Brasile ogni anno nella sola San Paolo affluiscano circa 300.000 persone nuove alla ricerca di lavoro e sistemazione finendo inesorabilmente nelle favelas, ma questo fenomeno è comune a tutte le città brasiliane e ora anche in Africa.
Se aggiungiamo l'immigrazione o il lavoro minorile, le servitù di vario genere, la situazione delle donne in molti contesti, lo sfruttamento dei più deboli, avremo un quadro a tinte nere, ma ancora incompleto delle sofferenze umane.
La povertà appare oggi sotto forme molteplici, più numerose che nel passato. A ragione si parla di povertà al plurale, classificandole in vecchie e nuove.

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I giovani, i minori

Tutte le forme di miseria bloccano e possono arrivare a distruggere le potenzialità espressive della persona. A noi colpiscono in forma particolare quelle che compromettono le possibilità di crescita dei giovani, pur riconoscendo che non sono e non si possono trattare come fenomeni isolati e autonomi.
Le povertà giovanili, in cui giornalmente ci imbattiamo, hanno come causa l'indigenza economica, le carenze educative e culturali, la precarietà familiare, lo sfruttamento ignobile da parte di terzi, la discriminazione razziale, l'impiego abusivo come mano d'opera, l'impreparazione al lavoro, le dipendenze da droghe, la chiusura di orizzonti che soffoca la vita, la devianza, la solitudine affettiva. A essa rivolgiamo uno sguardo attento come il campo preferenziale del nostro impegno.
E’ necessario trovare il modo di rendere accessibile l’istruzione a quei bambini che non possono andare a scuola perché debbono lavorare, o che non vengono neppure mandati a scuola perché il loro destino di schiavitù è già deciso ed interiorizzato dalla loro stessa famiglia.
E’ importante quindi avvicinare la scuola ai bisogni e alle esigenze dei soggetti più vulnerabili. 
E’ quindi fondamentale offrire un’alternativa al lavoro. Prima di tutto è necessario creare un’attività di Sostegno all’economia familiare, in modo da rendere meno necessario il ricorso al lavoro dei piccoli. Inoltre è necessario offrire un’alternativa concreta ai bambini che ci proponiamo di sottrarre al giogo del lavoro. Bisogna tener presente che chi si è adattato a lavorare in tenera età per aiutare la propria famiglia ha vissuto e vive una storia radicalmente differente dai suoi coetanei più fortunati. E’ stato privato dell’infanzia, e nulla può riportarlo indietro. Spesso è orgogliosamente attaccato alla sua autonomia economica, che lo distingue dagli altri bambini, e nel caso dei bambini di strada mostra regolarmente una spiccata coscienza della propria libertà. 
E’ necessario pertanto proporre al bambino lavoratore un’alternativa educativa valida e praticabile, una scuola qualitativamente diversa. 

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Interdipendenza e governance globale

Esiste un'interrelazione fra alcune forme di povertà e il nostro stile di vita. Il mondo è diventato interdipendente nel bene e nel male. Da un sistema economico e di produzione che ha molti pregi, ma non certamente quello di mettere al centro la persona né di pensare al benessere minimo indispensabile per tutti, dipende in larga parte l'attuale disoccupazione, l'impoverimento di molti e la conseguente riduzione delle possibilità educative. Nelle politiche economiche e culturali di una parte del mondo hanno origine nuove tragedie che colpiscono grandi gruppi, in maniera quasi anonima, in altre zone del pianeta.
Il prolungarsi di situazioni limite si deve senza dubbio alla mancanza di solidarietà sociale a raggio internazionale, alle lentezze nel definire e adempiere i vicendevoli doveri e diritti tra i popoli in un mondo unificato, al ritardo nel concepire piani possibili di sviluppo con risorse che certamente esistono e si sprecano.
E’ sempre più evidente che all’estendersi delle relazioni e dei problemi verso orizzonti mondiali (i fenomeni della mondializzazione e della globalizzazione) si deve necessariamente accompagnare la progressiva crescita di una visione globale e di meccanismi d’intervento politico-economico universale, ispirati dal perseguimento di interessi altrettanto generali. Si tratta della nota questione della istituenda governance di portata mondiale. Occorre creare luoghi e metodi di studio e risoluzione dei problemi di scala planetaria con strumenti e metri di giudizio attenti alla globalità del contesto.

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