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"Giornata della Solidarietà 2001"

Volontariato internazionale: un'esperienza di solidarietà

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  Intervista con Carlo De Marchi,
Segretario Generale dell'Istituto per la Cooperazione Universitaria
Scheda di prentazione
Storia
Campo di Lavoro

ICU Viale G. Rossini 26
00198 Roma

  • Tel. 06 85.300.722
  • Fax. 06 85.546.46
  • E-mail: gds@icu.it


Cos'è un campo di lavoro?
È un breve soggiorno in un Paese povero, al quale partecipa un gruppo di giovani, con l'obiettivo di conoscere la realtà del sottosviluppo. Questa conoscenza avviene attraverso la realizzazione di un microprogretto, che spesso ha una notevole componente di lavoro manuale. La durata è di solito inferiore al mese. Bisogna però aggiungere sempre il un tempo di preparazione, che varia a seconda dei partecipanti.

Perché l'ICU organizza campi di lavoro?
Innanzitutto perché lo consideriamo uno degli investimenti educativi più efficaci che si possano fare con i giovani. Dopo un'esperienza così, non si può tornare uguali a come si è partiti. Negli ultimi due anni, l'ICU ha portato in Nicaragua 50 studenti: insomma, in termini assoluti non è un gran numero, ma si tratta di 50 persone che hanno allargato i loro orizzonti, conosciuto cos'è la povertà e di conseguenza si sono accorti di tanti privilegi di cui hanno sempre goduto senza neppure saperlo. Si può dire che ognono reagisce a modo suo, ma tutti cambiano, migliorano almeno un poco.

Non si potrebbe spendere i soldi del viaggio per realizzare progetti di aiuto umanitario...
Molti fanno questa critica di fondo ai campi di lavoro. In realtà mi pare una gran cosa che dei ragazzi usino i soldi, che avrebbero speso comunque nelle loro vacanze, per andare a lavorare, a conoscere, a fare un'esperienza così costruttiva e positiva, realizzando oltretutto qualcosa che è veramente utile, anche se piccolo... Insomma: l'obiettivo principale è la crescita dei partecipanti.

Quali sono le caratteristiche specifiche di un campo di lavoro organizzato dall'ICU?
Direi che sono alcune, che sicuramente non sono un'esclusiva dell'ICU. Prima di tutto, nei campi di lavoro, il grosso del tempo è dedicato proprio a questo, a lavorare. Si sceglie un microprogetto concreto: scavare latrine, costruire case, o quant'altro. E poi si lavora a contatto (e con la guida) di persone del luogo. Lavorare, anche in modo manuale, è uno dei modi migliori per conoscere. Un altro aspetto fondamentale è che i ragazzi pagano una buona parte delle spese del biglietto aereo, e si impegnano a cercare altri fondi. Evidentemente, l'ICU favorisce questa attività di fund-raising, aiutando i ragazzi a presentarsi ai possibili finanziatori. Che poi sono prima di tutto i familiari, gli amici, i conoscenti. All'inizio sottovalutavamo questa capacità dei ragazzi di raccogliere fondi in modo capillare: poi, per fortuna, ci siamo dovuti ricredere. Un altro aspetto importante, come accennavo prima, è che i partecipanti al campo di lavoro vengono preparati, sia dal punto di vista motivazionale, sia da quello pratico. Insomma, sanno a cosa vanno incontro.

Non è imprudente portare liceali e universitari dei primi anni all'estero, in Paesi potenzialmente pericolosi?
La maggiore garanzia di sicurezza la dà la presenza di alcune persone del luogo, che hanno un ruolo organizzativo fondamentale. Poi, ci sono misure di prudenza basilari, come il fatto di non andare in giro da soli, di non assumere comportamenti eccentrici o stravaganti. Finora, i nostri hanno capito bene lo stile che si suggeriva loro, ed è andato tutto bene.

Cosa dice la gente del posto?
Ci guardano con stupore misto a diffidenza. In un secondo momento, con una certa simpatia, alla fine con gratitudine. Un ragazzo mi è venuto a dire una volta che una signora nicaraguese gli aveva regalato due chili di pane, "perché lavorate per il Nicaragua". È rimasto senza parole.

C'è qualche episodio particolarmente significativo successo durante uno dei campi di lavoro in Nicaragua?
Prima degli episodi, ti restano in mente le persone, che tutti i partecipanti ricordano per nome. I sorrisi, l'allegria, la semplicità con cui ti ringraziano e ti aiutano a lavorare, magari insegnandoti a farlo... Gli episodi divertenti sono innumerevoli, anche per i i disguidi linguistici, o le disavventure gastronomiche. Il gallo pinto (piatto tipico, a base di riso e fagioli) diventa una sorta di incubo. La sera, durante il campo di lavoro, ci si racconta un po' tutto con calma, come per fissare i ricordi. Una volta c'è stata l'eruzione di un vulcano a 40 chilometri dal posto dove stavamo. Niente di serio, anzi, noi ci abbiamo scherzato, ma intanto su tutti i giornali in Italia si parlava di noi, "smarriti nella foresta e inseguiti dalla lava del vulcano…". C'è da dire che erano i primi di agosto del 1999, e in quel periodo -si sa- non ci sono mai troppe notizie per riempire i quotidiani...

La foto simbolo che avete scelto per descrivere il vostro campo di lavoro è quella di una ragazza sorridente, carina e allegra. Non è in contrasto con la dura realtà della miseria, del sottosviluppo...?
L'abbiamo fatto apposta. Non ci sembra rispettoso far vedere i "poveri" in una situazione pietosa, sporchi da far ribrezzo. Capiamo che l'intenzione è buona, è quella di far capire come si vive in gran parte del mondo. Ma, così facendo, queste persone vengono presentate prive di dignità. In realtà, esse mantengono una dignità ineffabile proprio nella miseria in cui vivono. E poi, non credo di generalizzare se dico che tutti i 50 volontari dell'ICU concordano che il sorriso di quella gente è il più bel ricordo che si portano dietro. Perché ti fa domandare quali sono le cose davvero essenziali nella vita, che sono molte di meno di quelle che abitualmente ci portiamo dietro nella nostra vita quotidiana. Anzi, spesso non si tratta neppure di cose materiali, ma per esempio, della capacità di sorridere succeda quel che succeda.

E cos'altro dicono i reduci dai vostri campi di lavoro?
Dicono di aver ricevuto molto di più di quello che hanno dato. Chi non ha mai fatto volontariato pensa che sia retorica.