Scheda di prentazione
Storia
Campo di LavoroICU Viale G. Rossini 26
00198 Roma
- Tel. 06 85.300.722
- Fax. 06 85.546.46
- E-mail: gds@icu.it
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Cos'è un campo di lavoro?
È un breve soggiorno in un Paese povero, al quale
partecipa un gruppo di giovani, con l'obiettivo di
conoscere la realtà del sottosviluppo. Questa conoscenza
avviene attraverso la realizzazione di un microprogretto,
che spesso ha una notevole componente di lavoro manuale.
La durata è di solito inferiore al mese. Bisogna però
aggiungere sempre il un tempo di preparazione, che varia
a seconda dei partecipanti.
Perché l'ICU organizza campi di lavoro?
Innanzitutto perché lo consideriamo uno degli
investimenti educativi più efficaci che si possano fare
con i giovani. Dopo un'esperienza così, non si può
tornare uguali a come si è partiti. Negli ultimi due
anni, l'ICU ha portato in Nicaragua 50 studenti: insomma,
in termini assoluti non è un gran numero, ma si tratta
di 50 persone che hanno allargato i loro orizzonti,
conosciuto cos'è la povertà e di conseguenza si sono
accorti di tanti privilegi di cui hanno sempre goduto
senza neppure saperlo. Si può dire che ognono reagisce a
modo suo, ma tutti cambiano, migliorano almeno un poco.
Non si potrebbe spendere i soldi del viaggio per
realizzare progetti di aiuto umanitario...
Molti fanno questa critica di fondo ai campi di lavoro.
In realtà mi pare una gran cosa che dei ragazzi usino i
soldi, che avrebbero speso comunque nelle loro vacanze,
per andare a lavorare, a conoscere, a fare un'esperienza
così costruttiva e positiva, realizzando oltretutto
qualcosa che è veramente utile, anche se piccolo...
Insomma: l'obiettivo principale è la crescita dei
partecipanti.
Quali sono le caratteristiche specifiche di un
campo di lavoro organizzato dall'ICU?
Direi che sono alcune, che sicuramente non sono
un'esclusiva dell'ICU. Prima di tutto, nei campi di
lavoro, il grosso del tempo è dedicato proprio a questo,
a lavorare. Si sceglie un microprogetto concreto: scavare
latrine, costruire case, o quant'altro. E poi si lavora a
contatto (e con la guida) di persone del luogo. Lavorare,
anche in modo manuale, è uno dei modi migliori per
conoscere. Un altro aspetto fondamentale è che i ragazzi
pagano una buona parte delle spese del biglietto aereo, e
si impegnano a cercare altri fondi. Evidentemente, l'ICU
favorisce questa attività di fund-raising, aiutando i
ragazzi a presentarsi ai possibili finanziatori. Che poi
sono prima di tutto i familiari, gli amici, i conoscenti.
All'inizio sottovalutavamo questa capacità dei ragazzi
di raccogliere fondi in modo capillare: poi, per fortuna,
ci siamo dovuti ricredere. Un altro aspetto importante,
come accennavo prima, è che i partecipanti al campo di
lavoro vengono preparati, sia dal punto di vista
motivazionale, sia da quello pratico. Insomma, sanno a
cosa vanno incontro.
Non è imprudente portare liceali e universitari
dei primi anni all'estero, in Paesi potenzialmente
pericolosi?
La maggiore garanzia di sicurezza la dà la presenza di
alcune persone del luogo, che hanno un ruolo
organizzativo fondamentale. Poi, ci sono misure di
prudenza basilari, come il fatto di non andare in giro da
soli, di non assumere comportamenti eccentrici o
stravaganti. Finora, i nostri hanno capito bene lo stile
che si suggeriva loro, ed è andato tutto bene.
Cosa dice la gente del posto?
Ci guardano con stupore misto a diffidenza. In un secondo
momento, con una certa simpatia, alla fine con
gratitudine. Un ragazzo mi è venuto a dire una volta che
una signora nicaraguese gli aveva regalato due chili di
pane, "perché lavorate per il Nicaragua". È
rimasto senza parole.
C'è qualche episodio particolarmente
significativo successo durante uno dei campi di lavoro in
Nicaragua?
Prima degli episodi, ti restano in mente le persone, che
tutti i partecipanti ricordano per nome. I sorrisi,
l'allegria, la semplicità con cui ti ringraziano e ti
aiutano a lavorare, magari insegnandoti a farlo... Gli
episodi divertenti sono innumerevoli, anche per i i
disguidi linguistici, o le disavventure gastronomiche. Il
gallo pinto (piatto tipico, a base di riso e fagioli)
diventa una sorta di incubo. La sera, durante il campo di
lavoro, ci si racconta un po' tutto con calma, come per
fissare i ricordi. Una volta c'è stata l'eruzione di un
vulcano a 40 chilometri dal posto dove stavamo. Niente di
serio, anzi, noi ci abbiamo scherzato, ma intanto su
tutti i giornali in Italia si parlava di noi,
"smarriti nella foresta e inseguiti dalla lava del
vulcano
". C'è da dire che erano i primi di
agosto del 1999, e in quel periodo -si sa- non ci sono
mai troppe notizie per riempire i quotidiani...
La foto simbolo che avete scelto per descrivere
il vostro campo di lavoro è quella di una ragazza
sorridente, carina e allegra. Non è in contrasto con la
dura realtà della miseria, del sottosviluppo...?
L'abbiamo fatto apposta. Non ci sembra rispettoso far
vedere i "poveri" in una situazione pietosa,
sporchi da far ribrezzo. Capiamo che l'intenzione è
buona, è quella di far capire come si vive in gran parte
del mondo. Ma, così facendo, queste persone vengono
presentate prive di dignità. In realtà, esse mantengono
una dignità ineffabile proprio nella miseria in cui
vivono. E poi, non credo di generalizzare se dico che
tutti i 50 volontari dell'ICU concordano che il sorriso
di quella gente è il più bel ricordo che si portano
dietro. Perché ti fa domandare quali sono le cose
davvero essenziali nella vita, che sono molte di meno di
quelle che abitualmente ci portiamo dietro nella nostra
vita quotidiana. Anzi, spesso non si tratta neppure di
cose materiali, ma per esempio, della capacità di
sorridere succeda quel che succeda.
E cos'altro dicono i reduci dai vostri campi di
lavoro?
Dicono di aver ricevuto molto di più di quello
che hanno dato. Chi non ha mai fatto volontariato pensa
che sia retorica.
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