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CRESCITA
E SVILUPPO
La crescita economica ha sempre svolto il ruolo di protagonista sul palcoscenico dello sviluppo. Molti studiosi si sono dedicati a questo problema e le sue radici storiche sono molto lontane. Fra le teorie della crescita che si sono susseguite nel tempo vi sono significative differenze, soprattutto per quanto riguarda le ragioni della crescita e i modi per realizzarla. Vi sono però due aspetti che, in larga parte, sono comuni a tutte queste teorie e questi riguardano che cosa è la crescita e quali effetti essa produce. La crescita economica è intesa di solito come un fatto quantitativo (la percentuale di aumento del reddito o del prodotto pro-capite) mentre i benefici della crescita, che consistono in un generale innalzamento delle condizioni di vita della popolazione, sono quelli che più correttamente possiamo indicare con il termine di sviluppo. Evidentemente è molto semplice e quasi immediato collegare questi due aspetti affermando che laddove cè crescita può esserci anche sviluppo. La crescita economica è ciò che permette di rendere sempre più grande le dimensioni di quella "torta" che rappresenta la ricchezza di un paese: e se questa torta si fa più grande le persone non potranno che stare meglio. Sulla base di queste premesse, lobiettivo prevalente di ogni paese è allora quello di puntare ad un tasso di crescita del reddito pro-capite quanto più elevato possibile. In questa prospettiva è anche facile comprendere perché a partire dagli anni Cinquanta il PIL (Prodotto Interno Lordo) o il PNL (Prodotto Nazionale lordo) siano diventati il più importante, se non unico, punto di riferimento su cui si concentrava lattenzione degli economisti e dei governi. Lidea di fondo era che i guadagni derivanti dal processo di crescita del PIL pro-capite e complessivo avrebbero fatto ricadere, prima o poi, i loro effetti positivi sullintera popolazione sotto forma di nuovi posti di lavoro, maggiori opportunità economiche e standard di vita più elevati, riduzione della povertà e delle diseguaglianze. Levidenza statistica ha dimostrato che non è sempre così: larghe fasce di popolazione, in molti paesi, non riuscirono e non riescono tuttora a cogliere i frutti della crescita. La povertà persiste e si fa ancora più grave e drammatica quando il tenore di vita medio si innalza. Mahbub ul Haq, ispiratore e ideatore dei Rapporti sullo sviluppo umano di cui tra poco parleremo, nel 1971 scriveva: Ci avevano insegnato ad occuparci solo del prodotto interno lordo perché poi questultimo si sarebbe preso cura della povertà. Ribaltiamo questa opinione, occupiamoci della povertà perché ciò, a sua volta, si prenderà cura del prodotto interno lordo. In altri termini, preoccupiamoci del contenuto del prodotto lordo, ancor più del suo tasso di incremento Attorno agli anni 70 sembrava, insomma, che i tempi fossero maturi per passare da una visione fondata sullidentità crescita=sviluppo, ad una che riconoscesse, in qualche modo, lautonomia dei due concetti, certamente legati tra loro ma non necessariamente in modo diretto e conseguente come si era sempre assunto. La percentuale di crescita del prodotto nazionale, pur mantenendo ancora un ruolo centrale come indicatore di sviluppo, non doveva più essere il solo, incontrastato protagonista. Si apriva però il problema di cosa fosse lo sviluppo, verso quali nuovi obiettivi dovesse rivolgersi lattenzione dei governi e degli studiosi. Per alcuni, lidea di sviluppo doveva collegarsi ad una strategia dei bisogni fondamentali. La strategia suggerita ad ogni paese era quella di garantire uno standard minimo ai gruppi più poveri della popolazione (teoria dei basic needs). Questo standard doveva coprire, attraverso un reddito minimo, i bisogni primari di una famiglia per quanto riguarda cibo, abitazione, vestiario, ma anche servizi essenziali quali "la disponibilità di acqua potabile, ligiene pubblica, i trasporti, le cure mediche, listruzione, oltre che un impegno adeguatamente remunerato per chiunque voglia lavorare" (ILO, 1976). La teoria dei basic needs è stata poi riveduta e riformulata a metà degli anni Ottanta da parte di due economisti dello sviluppo, Paul Streeten e Francis Stewart, i quali richiamarono lattenzione sulla necessità di attuare politiche di lotta alla povertà basate sul trasferimento di beni e servizi, soprattutto nel campo della sanità e della scuola, oltre che sul reddito. Lobiettivo più generale è quello di garantire il raggiungimento di uno "stato di vita piena" per tutti e non soltanto una data soglia di reddito. Questa visione dello sviluppo segna un punto di svolta piuttosto radicale rispetto allo scenario delineato dalle teorie della crescita economica. Un primo aspetto innovativo è legato al fatto che essa sposta lattenzione dagli indicatori economici (PIL o PNL) riferiti ad unintera collettività, alla singola condizione individuale: lintento è quello di sfuggire il rischio che dietro a valori complessivi o medi si nascondano profonde diseguaglianze. La seconda innovazione consiste nel fatto che, mentre le teorie tradizionali della crescita ponevano linnalzamento delle condizioni sociali e il soddisfacimento dei bisogni fondamentali degli individui a valle del processo di crescita, la teoria dei basic needs ribalta completamente la prospettiva: è attraverso il soddisfacimento dei bisogni umani che si può pensare di favorire la crescita economica. La terza novità consiste nel fatto che la politica di lotta alla povertà viene impostata in termini soprattutto di beni e servizi più che di reddito. Amartya Sen e lapproccio allo Sviluppo Umano Sempre in questi anni si inserisce anche il contributo determinante di Amartya Sen alla riformulazione di concetti quali povertà, diseguaglianza e benessere. I tre punti innovativi richiamati sopra a proposito dellapproccio dei basic needs sono in larga parte presenti anche nella teoria di Sen ma questultima estende la sguardo verso un orizzonte più ampio. Innanzitutto, afferma che i concetti di sviluppo e di benessere debbano andare al di là del semplice possesso di beni o alla disponibilità di servizi guardando piuttosto a ciò che essi permettono agli individui di fare. I beni, così come il reddito, sono un mezzo per ottenere benessere ma non sono, di per sé, indice di benessere. Occorre guardare a ciò che le persone riescono a fare e ad essere con i mezzi ma anche con le capacità a loro disposizione. E a questo spazio delle realizzazioni e dei traguardi importanti della vita umana che occorre guardare per giudicare il benessere degli individui e lo sviluppo dei paesi. La teoria di Sen, così come quella dei basic needs, trova ulteriore sostegno alla propria tesi dallosservazione della realtà, di una realtà che vede la presenza congiunta di grandi ricchezze accanto a drammatiche povertà, di crescita sostenuta degli indicatori economici e preoccupante declino degli indicatori sociali ed ambientali, di riconoscimento formale della democrazia e di sistematiche violazioni dei diritti elementari delluomo. |