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La strage di Garissa e il segno indelebile sul Paese

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7 Marzo 2017 - Uno dei più sanguinari attacchi terroristici del continente africano, si è consumato a Garissa, una bella cittadina a nord del Kenya, il 2 aprile del 2015. La notizia fa il giro del mondo, ma altrettanto velocemente viene dimenticata. Ieri sera è andato in onda in Presa Diretta l’inchiesta curata da Angelo Loy e Tommy Simmons “La strage di Garissa”.
Si ripercorre la situazione del Paese, cosa stia succedendo e come quel terribile evento non solo abbia cambiato in modo radicale le persone, ma sia il sintomo di un disegno molto più ampio di Al-Shabaab.

Racconta il Rettore dell’Università di Garissa, teatro del cruento attacco dove persero la vita 147 persone.
Sono arrivati alle 5.45 l’ora delle preghiere. Hanno ucciso due dei nostri guardiani e poi si sono diretti verso la mensa. Hanno sentito gli studenti che pregavano e si sono diretti verso l’aula.
Dopo aver ucciso i primi 12 studenti si sono recati verso la residenza dove dormivano i ragazzi e le ragazze fuori sede che provenivano da altre regioni cristiane del Kenya.
C’era un cecchino sul tetto che sparava a chiunque si avvicinasse. 129 studenti sono stati giustiziati sommariamente.

Il Rettore da tempo aveva chiesto aiuto.
“Qui c’era un gruppo di studenti non musulmani. Giravano voci. Sentivo che fossero in pericolo e scrivevo continuamente lettere: abbiamo bisogno di sicurezza, di più polizia. Ho fatto costruire un reticolato e assunto 10 guardiani armati con un machete, dicendo loro di gridare se ci fosse un pericolo. Ma mai mi sarei immaginato che sarebbero entrati dal cancello principale”.

Il coordinatore dei progetti sanitari nella regione per Amref fu tra i primi ad arrivare all’università per soccorrere gli studenti. Ciò che vide fu indimenticabile: 147 le persone uccise con un colpo alla nuca, così che anche l’identificazione da parte dei parenti era resa quasi impossibile.
Questi studenti venivano da famiglie molto povere: alcuni di loro non avevano nemmeno un pezzo di terra dove seppellirli, altri avevano venduto tutto quello che avevano per far studiare i propri figli.

Prosegue il Rettore:

“Questa è l’unica università che abbiamo, nata dopo l’indipendenza. Se non la proteggiamo, se non la nutriamo questa regione non avrà più un’altra università”.

Due ex studentesse, il giorno dell’attacco sono corse all’università per prestare aiuto come potevano e hanno un’idea chiara di cosa sia significato l’attentato:

Questa gente vuole annientare il sistema educativo. Vogliono distruggerci psicologicamente. Se si chiudono le scuole elementari, i licei, le università i giovani rimangono con le mani in mano e per i terroristi diventa più facile radicalizzarli”.

Al-Shabaab sta dividendo il Paese dall’interno, non solo cercando di mettere contro le persone per motivi religiosi, ma anche tra etnie. Una ragazza di etnia somala racconta che dopo l’attentato viene sempre vista con sospetto, per il timore che anche lei possa essere una terrorista.

Quando la gente ti evita non ti senti più uno di loro”.

L’università ha riaperto dopo nove mesi dall’attentato. Ma gli effetti dell’attacco hanno inciso pesantemente sulle scuole: nell’università non vi sono più di un centinaio di studenti contro gli oltre 750 di due anni fa e nessuno di loro è cristiano, molti degli insegnanti di tutti gli ordini di scuola se ne sono andati. È messo in ginocchio l’intero sistema educativo del nord-est del Kenya.

Una strategia meticolosa quella di Al-Shabaab che colpisce in modo puntuale e reticolare le tante sfaccettature della vita del Paese per impedirne lo sviluppo e rendere più semplice il reclutamento: luoghi di culto, presidi sanitari, scuola. Fomenta l’odio, cercando di mettere gli uni contro gli altri.

Nessuno si può arrogare il diritto di uccidere chi ha un colore diverso, chi appartiene ad un’altra etnia o ha una lingua o una religione diversa.
Oggi siamo in ginocchio, ma stiamo per rialzarci ed abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti voi.

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