RdCongo: ripreso il conflitto a una ventina di km da Goma. Una nuova lettera di Padre Piero

26 agosto 2013 - La "guerra" ha ripreso, a una ventina di km a nord di Goma. "A Ngangi, come nelle due "estensioni" del Centro Don Bosco in città, la situazione è calma, le attività si svolgono come al solito, siamo sicuri che don Bosco ci protegge. Ma penso che sia mio dovere informarvi della situazione che prevale a nord di Goma. Le forze dell'Onu si sono impegnate a rendere la città sicura, anche se finora non sono state molto efficaci. " - scrive Piero padre Gavioli, direttore del Don Bosco Ngangi Goma, nella sua ultima lettera. La condividiamo con tutti i nostri lettori e  sostenitori.

Dopo un mese e mezzo di riposo e di visite in Italia, sono di ritorno a Goma. Ho trovato più o meno la situazione che avevo lasciato. Le forze dell’Onu, dicono, hanno reso sicura la città. Ma le testimonianze dirette che riceviamo dal nord della regione parlano di violenza, distruzioni, assassinii, estorsioni... da parte dei ribelli dell’M23 o di altri gruppi armati. L’Onu sostiene una soluzione pacifica, attraverso il dialogo che dovrebbe continuare a Kampala, oppure attraverso una concertazione nazionale, a cui participerebbero tutte le forze attive in Congo. Queste forme di dialogo richiedono tempi lunghissimi. La gente che vive nei territori occupati da ribelli o infestati da varie bande armate non può aspettare. I 120.000 sfollati accampati in condizioni inumane nei campi profughi attorno a Goma non possono aspettare. I Congolesi dell’Est chiedono un’accelerazione del processo di pace.

Ora, da quattro giorni, la guerra ha ripreso, con violenza, a una ventina di km da casa nostra: sentiamo gli spari e le cannonate che si scambiano i ribelli dell’M23 e l’esercito congolese. Difficile, per il momento, sapere quanti morti ci sono tra i militari e i civili. Varie bombe hanno colpito la città, facendo almeno quattro morti e vari feriti. Dicono che è una ritorsione del Ruanda: dato che un obice sparato dal Congo sarebbe caduto in territorio ruandese, la risposta dei nostri vicini – che sostengono i ribelli dell’M23 - è stata immediata. Stamattina un’altra bomba è caduta in un quartiere della città e ha ucciso una donna: la gente arrabbiata – contro tutti quelli che hanno detto che la città era sicura – ha improvvisato una marcia con il cadavere verso la frontiera con il Ruanda, da cui sarebbe stata lanciata la bomba. Anche alla messa di stamattina abbiamo pregato per la pace: ci sarà qualcuno che prende su serio il grido che sale dal popolo degli umili di questa regione?
La nostra è una guerra dimenticata, diventata “invisibile” a livello della comunità internazionale. I giornali occidentali parlano spesso dei morti nei conflitti del Medio Oriente – ed è giusto. Ma penso che il numero di uomini, donne e bambini che continuano a morire all’Est del Congo a causa della guerra e delle sue conseguenze (fame, stenti, malattie, marce forzate...) sia terribilmente superiore. Hanno detto, con ragione, che questa guerra lunghissima, iniziata circa 20 anni fa, è stata la più micidiale (si parla di 5 o 6 milioni di morti) dopo la seconda guerra mondiale.

Segni di speranza

La gente qui non ha più fiducia nelle forze dell’Onu, né nelle dicharazioni del governo: si chiede se il Signore stesso non l’ha dimenticata.
Ma non è così. Da quando si è fatto uomo, il Signore Gesù ha scelto di abitare tra i più poveri. Nonostante la nostra poca fede, ci capita di vederlo, negli avvenimenti ordinari della vita quotidiana.
Lo vediamo nella gioia di bambini che hanno frequentato il centro estivo, e che hanno potuto ricevere qualche bicchiere de latte.
Lo vediamo nel coraggio delle mamme che non si stancano di cercare cibo e una scuola per i propri figli.
Lo vediamo nella fede del popolo che ci circonda: è una fede un po’ fatalista, ma generosa. Abbiamo saputo che l’anno scorso, la diocesi congolese che ha offerto di più per le opere missionarie – per la propagazione della fede – è stata quella di Goma (ha offerto 42.000 $), probabilmente la diocesi in cui la gente ha sofferto di più a causa della guerra e della miseria che la guerra trascina con sé.
Lo vediamo nei numerosi giovani che consacrano la loro vita a servizio del loro popolo. Quest’anno ci sono state a Goma una decina di ordinazioni sacerdotali, tra cui due di salesiani. La Chiesa cattolica è un punto di riferimento a cui guarda la gente per avere un aiuto e un sostegno, non solo materiale.

L’azione del Centro Don Bosco Ngangi di Goma
In questa situazione, il Centro Don Bosco continua la sua missione di accoglienza e di educazione, soprattutto dei bambini vulnerabili. Non abbiamo una soluzione a tutti i problemi, ma interveniamo là dove è possibile, secondo i nostri mezzi. E talvolta o spesso, vediamo che con l'aiuto di persone di buona volontà, il Signore può moltiplicare i nostri cinque pani e due pesci per saziare ed educare migliaia di bambini. (Il secondo articolo parla di ciò che cerchiamo di fare ogni giorno).
Malgrado le promesse e le speranze di pace, la situazione a Goma e nel Nord Kivu resta instabile. All'interno, l'insicurezza è spesso quasi totale. Le persone abbandonano i villaggi e le coltivazioni per salvare la loro vita. Nei villaggi protetti, gli sfollati occupano scuole che così non possono funzionare più. La povertà e la miseria aumentano. Lo stesso in città, se la situazione durante la giornata sembra normale, di notte si sentono spesso tiri di armi da fuoco, c’è molto banditismo, il costo della vita aumenta e gli strati popolari fanno molta fatica a sopravvivere.

I bisogni attuali

Al Centro Don Bosco Ngangi, i gruppi dei piccoli orfani e dei bambini malnutriti sono aumentati. Alcune mamme vengono a chiederci di aiutarle a nutrire i loro bambini. Abbiamo provato, per ragioni di equilibrio finanziario, di regolare l'accesso alle cure mediche nel dispensario del Centro, ma è difficile restare insensibili ai numerosissimi casi sociali che si presentano per le cure ordinarie, e talvolta anche per operazioni costose.

Nella misura delle nostre possibilità, aiutiamo tutti quelli che non possono trovare aiuto altrove. In particolare, cerchiamo di

  • accogliere, nutrire e curare i bambini orfani: sono oggi 35 da 0 a 6 mesi e più di 50 da 6 mesi a 2 anni;
  • curare i bambini malnutriti: sono un centinaio che frequentano il Centro ogni giorno; dopo tre mesi di complemento nutritivo, ritrovano il loro peso normale e lasciano il Centro, ma sono sostituiti immediatamente da altri bambini che soffrono di carenze alimentari;
  • curare nel nostro dispensario le persone vulnerabili (casi sociali), soprattutto i bambini che non hanno mezzi per farsi curare altrove;
  • permettere a tutti i bambini di frequentare la scuola elementare: nell’anno scolastico 2012-13, avevamo più di 3000 bambini alle elementari, con classi impossibili di 70-80 scolari. Ma ci sono ancora moltissimi bambini che non vanno a scuola...

Al Centro il Don Bosco, cerchiamo di lavorare, insieme ai volontari internazionali del VIS,  perché i diritti di tutti i bambini siano rispettati. Il primo di questi diritti è il diritto alla vita  e insieme il diritto al cibo, alla salute, al gioco. Poi cerchiamo di offrire ai bambini un'educazione di qualità, perché diventino attori di una società più umana. Con la grazia del Signore, e con l’aiuto di tante persone buone, pensiamo che vale la pena di continuare a fare tutto quello che possiamo. 

Piero Gavioli
Ngangi, 24 agosto 2013

Per sostenere il Centro Don Bosco Ngangi puoi effettuare una donazione online 

APPROFONDIMENTI:  

A cominciare da maggio 2012 le condizioni di insicurezza e di instabilità politica sono peggiorate progressivamente in tutto il Nord Kivu e in particolare a Goma. In questo periodo si è imposto un nuovo movimento ribelle, l’M23 formato da un gruppo di soldati dell’esercito nazionale che si sono ammutinati con il pretesto che non sono stati rispettati gli accordi del 23 marzo 2009 (da cui la sigla M23) tra il governo ed i gruppi armati di cui facevano parte.

Da maggio a ottobre 2012 i ribelli hanno lanciato degli attacchi in parecchi territori del Nord Kivu (Rutshuru, Masisi e Nyiragongo), causando lo spostamento di migliaia di persone. Numerosi sfollati sono stati accolti nei campi di profughi di Kanyaruchinya e di Mugunga in prossimità di Goma o da famiglie amiche. Gli affrontamenti si sono intensificati a partire dal 16 novembre 2012. Il 18 novembre l’M23 ha preso il controllo della città di Goma. Questi affrontamenti hanno avuto come conseguenza un nuovo spostamento dei profughi dal campo di Kanyaruchinya verso Goma. Il 17-18 novembre 2012 più di 3000 famiglie di sfollati (circa 10.000 persone di cui più di 6000 minorenni) hanno trovato rifugio nel Centro Don Bosco. Durante la fuga, hanno perso tutto: casa, cibo e beni di prima necessità. Il Centro Don Bosco, con l’aiuto dei volontari del Vis e del suo personale, e il sostegno di Kindermissionswerk e di Don Bosco Mission (Germania), ha fornito alloggio, acqua cibo ed assistenza sanitaria, coordinando anche l'intervento delle altre organizzazioni umanitarie per i profughi (CICR, PAM UNICEF, Mercy Corps, NCA, NRC, CAFOD…); ha stabilito un settore di accoglienza dei malati di colera - coordinato e sostenuto da Medici Senza Frontiera - che ha permesso di circoscrivere l'epidemia e di evitare danni più gravi. Tutti i casi sono stati trattati e curati rapidamente.
I ribelli dell’M23 hanno occupato la città di Goma durante due settimane; in seguito agli accordi di Kampala, si sono ritirati a qualche kilometro a nord della città. Approfittando della tregua, la maggior parte degli sfollati hanno espresso il desiderio di rientrare nei loro villaggi, altri hanno preferito spostarsi in un campo ufficiale permanente. Il Centro Don Bosco li ha aiutati organizzando il loro trasporto (affitto di camion ed autobus) e distribuendo a tutte le famiglie un kit di reinserimento (teloni, bidoni, sapone, coperte) per facilitare il loro ritorno.

  • Febbraio-giugno 2013

Il 24 febbraio 2013, i dirigenti di 11 paesi dei Grandi Laghi hanno firmato ad Addis Abeba, in presenza di Ban Ki-moon, un accordo che li impegna a operare per promuovere la giustizia e la pace. Anche se, nel passato, degli accordi analoghi sono stati firmati senza nessun effetto concreto, speriamo che questa volta ci siano delle ricadute visibili. Il movimento ribelle M23 ha accettato di riprendere i colloqui di Kampala, una forza di interposizione africana sta arrivando a Goma per mettere fine a tutte le ribellioni, la comunità internazionale sembra voler ottenere una soluzione definitiva.

Purtroppo, sul terreno, all’interno della regione del Nord Kivu, la debolezza o l'assenza del governo e del suo esercito ha permesso l'apparizione di una trentina di bande armate che si battono nell’uno o l'altro campo. Tutti hanno più o meno gli stessi metodi: attaccare, saccheggiare e violentare, ritirarsi per lasciare il posto ad altri che faranno la stessa cosa. Conseguenza: molte famiglie abbandonano i loro campi, vengono a cercare rifugio da un parente in città o in un campo profughi attorno alla città. Non ci sono più prodotti alimentari sufficienti, i prezzi aumentano, la gente ha fame, gli scolari - di cui i genitori agricoltori non possono pagare più le spese scolastiche -, sono cacciati dalla scuola, farsi curare e comprare medicine supera le possibilità di molte persone…

La situazione della regione è stata presentata in tutta la sua tragedia dai Vescovi del Nord e Sud Kivu, nel loro messaggio del 25 maggio scorso. Scrivono: "Abbiamo parlato insieme delle situazioni concrete che prevalgono nelle nostre diocesi rispettive, in ciascuna delle nostre città, in ciascuno dei nostri villaggi. Abbiamo fatto dovunque la stessa costatazione: le guerre, la violenza ed il saccheggio si rifanno agli stessi meccanismi; banditi e bande armate strangolano questo popolo come se lo stato, padre e protettore di tutti, fosse assente o dissoluto.

L’M23 continua l’opera del CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) che derivava dal RCD (Raduno Congolese per la Democrazia) ed il cerchio infernale si richiude sulle popolazioni abbandonate a loro stesse. Di fronte ai rubalizi, al saccheggio, alle carneficine, agli stupri ed all'esilio, la gente si stringe per centinaia di migliaia nei campi di fortuna dove non sono neanche al riparo dagli aggressori; i più fortunati trovano rifugio nelle famiglie di accoglienza: non si possono dare neanche dati statistici affidabili perché variano addirittura ogni settimana, ogni giorno, da quasi due decenni.

In certi luoghi, dal 2010 si calcolano centinaia di sequestri di pacifici cittadini tra i quali anche degli ecclesiastici come i tre preti assunzionisti di Butembo-Beni che non sono ancora stati ritrovati. Niente di consistente è stato fatto, fin qui dai poteri pubblici per far rilasciare questi pacifici cittadini; senza contare gli innumerevoli casi di furto a mano armata, di stupro, di omicidio intenzionale. In breve, i criminali possono agire con ogni impunità. Nessun segno sembra indicare che la situazione possa migliorare rapidamente...

Dovunque, dove si trovano assenti il potere e l'autorità dello stato, dei gruppi armati e delle bande anarchiche si installano come autorità suprema…
Ad ogni modo, all’Est della Repubblica Democratica del Congo, le popolazioni sentono in bocca il gusto amaro di appartenere a comunità spogliate, violentate, abusate, tradite, umiliate e abbandonate dal loro Stato e guardate da lontano dalla Comunità internazionale...”

  • Luglio 2013

Ho letto il rapporto di Human Rights Watch, pubblicato il 22 luglio 2013. Parla soprattutto degli atti criminali dei ribelli dell’M23: da marzo 2013 hanno ucciso con esecuzione sommaria almeno 44 persone, hanno stuprato almeno 61 donne e ragazze (il loro numero è probabilmente molto più alto, dice il rapporto di HRW, ma molte vittime preferiscono non parlarne), hanno continuato a reclutare in maniera forzata uomini e ragazzi anche minorenni, hanno praticato varie forme di tortura (soprattutto bastonate che qualche volta hanno provocato la morte delle vittime). 

Nel Nord-Kivu ci sono una trentina di gruppi armati, quasi tutti agiscono nella stessa maniera. Il calvario della popolazione, soprattutto nelle zone rurali dell’interno, è orribile. Ce ne rendiamo conto dal numero degli sfollati che continuano ad arrivare in città. Ce ne rendiamo conto, perché il Comitato Internazionale della Croce Rossa ci porta ragazzine stuprate, piccoli orfani di cui hanno ucciso la madre o entrambi i genitori, ragazzi e ragazze non accompagnati (che hanno perso contatto con la loro famiglia nella fuga da villaggi attaccati). Ce ne rendiamo conto anche perché tra il migliaio di bambini che sono venuti al centro estivo molti hanno segni evidenti di povertà, di fame, di malattia. Questa guerra “dimenticata e invisibile” (dall’Europa) avrà conseguenze lunghissime: ci vorranno anni e anni prima che tutte le ferite fisiche e morali siano rimarginate.
A Goma, la tregua in vigore dal dicembre dell’anno scorso è stata rotta prima tra il 20 e il 22 maggio, con violenti scontri attorno a Mutaho, a 8 km a nord ovest della città (e a 4 km da Ngangi): si parla di 200 morti, tra i militari e i civili. Due bombe sono cadute vicino al campo profughi di Mugunga, e hanno ucciso almeno 6 persone.
Ultimamente, dal 14 luglio, i combattimenti tra ribelli dell’M23 e l’esercito congolese sono ripresi, sempre a nord della città. Quattro bombe sono cadute in quartieri vicino a Ngangi, senza far vittime. L’esercito regolare è riuscito a spingere un po’ più a nord le forze ribelli. La Monusco (i soldati dell’Onu) sta a guardare, come al solito. La Brigata africana di intervento - 3000 uomini di Malawi, Tanzania e Sudafrica - dovrebbe presto iniziare l’offensiva contro tutti i gruppi armati che infieriscono nella nosra regione. Stiamo a vedere se saranno efficaci.