Tre ritratti di donna a Tatale

17 luglio 2019 - Alice Daverio è una delle nostre volontarie nel Nord del Ghana, ha visitato Tatale e le sono rimaste impresse alcune immagini, nello specifico i volti di 3 donne. Ecco il suo racconto:

 

"La prima, Constance, è una donna minuta di oltre ottant’anni, che ne dichiara la metà. Mi parla a bassa voce all’ombra fuori dalla chiesa parrocchiale di Tatale. Quando le chiedo quale sia la difficoltà maggiore che affronta, mi guarda fisso negli occhi e porta una mano alla bocca. “It’s food” mi dice la traduttrice, “how to feed herself”. Mi dice che al momento riesce a procurarsi un solo pasto al giorno. Ho guardato questa donna dall’aspetto così fragile e mi sono immaginata cosa deve essere passare tutta la vita a lavorare la terra con le proprie mani, a lottare ogni giorno per dare da mangiare ai propri figli, e arrivare all’età di ottant’anni non avendo nessun mezzo per prendersi cura di sé stessa.

 

La seconda, Rejoyce, è una donna giovane, sulla trentina. È alta, ha la pelle molto scura e uno sguardo duro. La intervisto una sera in chiesa, fa parte del gruppo delle Christian Mothers. In realtà, mi racconta, non è mai stata madre. Era sposata, ma non poteva avere figli. Così il marito se n’è andato. Non ha accesso alla terra, quella che era del padre ora è divisa tra i fratelli maschi, e non ha ricevuto nessuna istruzione. Ora il fratello si occupa di lei e della madre, procura loro il cibo che coltiva, e lei è ancora giovane, compra e rivende oggetti tra Tatale e il Togo per guadagnare ciò che le serve per vestirsi e lavarsi. Ma quando sarà anziana e debole, chi si occuperà di lei? E se il fratello venisse a mancare, come potrebbe provvedere per sé stessa e per la madre?

 

La terza donna, Asana, da decenni accoglie donne accusate di stregoneria e cacciate dai villaggi di origine. Anche lei è molto anziana, più che ottantenne. Quando ci vede affacciarci al cortile della sua abitazione, dove sta sbucciando dei semi di karité, si illumina e, ridendo, tutta agitata, corre in casa per accoglierci alla maniera tradizionale. “She’s funny” mi dice Kalim, il mio traduttore, “she’s happy to see you” aggiunge quando entriamo. Lei stende a terra un tappeto azzurro per farci sedere e si siede sul pavimento nudo, sempre sorridendo. Ride anche quando le chiedo l’età. Continua a sorridere anche quando, in inglese, chiedo come sia arrivata al campo. Kalim non traduce, mi guarda e con un filo di voce mi dice “this is a difficult question for her to answer… because her son died… if you ask she might cry”. La donna che ho davanti, che mi sorride e scherza sulla sua età, quasi novantenne ha perso un figlio ed è stata accusata della sua morte. È stata costretta dal pregiudizio a trasferirsi lontano dalla famiglia e dai figli. Vende un po’ del riso che le regalano per comprare beni di prima necessità. Se non ha più cibo e nessuno è disposto a procurargliene, va ad elemosinare nei villaggi vicini.

 

Sono solo piccoli frammenti di tre storie, ne avrei altre da raccontare. Non le divulgo per fare pena o suscitare compassione. Racconto queste storie perché sono uguali a cento altre che ho sentito e tutte parlano della stessa cosa: di una società che non si prende cura delle donne e che legittima forme di violenza indegne di qualsiasi Paese che si dichiari democratico. E non alludo solo al nord del Ghana. Che una donna possa perdere un marito, un figlio, un fratello, venire per questo accusata di essere una strega ed essere cacciata dal suo villaggio in quanto sola e priva di proprietà, è una forma di violenza. Lo è anche dover camminare trenta chilometri a piedi tutti i giorni sotto il sole africano, trasportando venti chili di peso sulla testa, per poter guadagnare una manciata di Ghana Cedi e dare da mangiare ai figli, o mandarli a scuola. È violenza sentirsi dire che non hai valore come moglie e come donna perché non puoi avere figli, è violenza arrivare a ottant’anni e non avere di che mangiare.

 

Racconto queste storie per ricordare che le donne sono ancora tra i soggetti più vulnerabili della società, ovunque, e che pagano il prezzo per ogni ritardo nel processo di sviluppo. Dove non c’è uno Stato che garantisca la qualità delle infrastrutture, ci sono donne che non sanno come provvedere per sé e per le proprie famiglie, perché la strada allagata impedisce loro di raggiugere il mercato; donne che devono percorrere chilometri a piedi per raggiungere la pompa d’acqua più vicina, o il più vicino villaggio dotato di elettricità per poter macinare le noccioline. Dove manca scolarizzazione e le leggi non vengono implementate per la negligenza delle autorità, ci sono ragazzine che vengono picchiate, legate e condotte a forza nella casa dell’uomo che si sono rifiutate di sposare. Dove il 90% della popolazione vive di un’agricoltura di sussistenza e tutte le proprietà, dalla casa alla terra, sono in mano agli uomini, le donne anziane e sole sono esposte all’insicurezza alimentare e ad abusi come le accuse di stregoneria.

 

Mi piace concludere con una citazione dell’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie: «“Perché la parola ‘femminista’? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?” Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema di genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema di genere riguarda le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere e opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto. […] la mia definizione di “femminista” è questa: un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio»."