In Angola ho incontrato “l’Altro”
Pubblichiamo il diario di Giulia che ha da poco terminato il Servizio Civile Universale con il VIS in Angola.
"Sono fuori da una logia (un negozio) e sento, dalla pelle al cuore, che faccio parte di questa realtà, non più come osservatrice ma come abitante di questo angolo di mondo. All’inizio ho sentito un grande senso di sopraffazione, iperstimolazione sensoriale, rumori incessanti, odori forti, persone ovunque…
Invece di respingere questa confusione, ho deciso di vederla attraverso i suoi particolari, di cambiare occhiali, perché se non stavo vedendo la bellezza dovevo guardare meglio. Le cose piccole mi hanno salvata dall’infinito trambusto, ho scelto su cosa posare lo sguardo: i particolari, la luce al tramonto che diventa buio in un secondo, o quella di taglio al mattino presto in una travessa di un bairro, il profumo del pranzo cucinato da Adelina in ufficio o del cibo fritto di strada, i fiori di alberi sconosciuti.
Mi sono accorta che ogni scorcio sarebbe potuto essere una foto, ogni angolo è vibrante di vita, di colori, di micro dinamiche che raccontano. Ora che dal mio angolo sul marciapiede vedo lo scorrere del traffico sregolato, la massa di persone che si inventa acrobazie sconclusionate per scavalcare il traffico, e sorrido, capisco quanto il mio sguardo sia cambiato, ora ne sono affascinata.
Che posto l’Angola!
I raggi del sole che penetrano di taglio tra gli edifici mi riportano a quando, per la prima volta, ho visto la luce dell’Angola. Stavo andando in missione, vedevo finalmente cosa c’era fuori Luanda, la capitale: tutto il resto del Paese. La ruralità di cui per la maggior parte è fatta iniziava a dispiegarsi attraverso il finestrino. Ho respirato. In quel momento non riuscivo a capire se stavo salutando l’Angola per sempre o per la prima volta davvero. Poi ho scelto.
In Angola impari a ridimensionare l’idea per cui l’unità base sia il singolo, qui l’organismo base è la comunità. Si può scorgere in mille modi, uno di questi per me è stata la comprensione “dei 3 no prima del sì”. Non puoi acconsentire ad un bicchiere di succo di mucua subito, ma chi ospita insisterà almeno 3 volte, non ha importanza se tu quel succo non lo vuoi, alla quarta richiesta è previsto l’assenso da parte dell’ospite. Fine. Regola non scritta. Il comprendere che nello spazio di quei 3 no c’è il valore comune di non mostrarsi ingordi che poi sfuma nella differenza culturale della risposta finale, tra ciò che tu ti neghi per non disturbare e qualcosa a cui devi acconsentire per non risultare offensivo nei confronti di chi vuole accoglierti. Lì è dove risiede l’accesso alla mediazione culturale.
Sono in Africa, in Angola, sto facendo il servizio civile e mi chiamo Giulia.
Questa è la frase che ogni tanto mi racconto ad alta voce quando mi perdo, quando perdo l’orientamento geografico e la percezione di me nel contesto. Capita spesso con il trasporto con cui si vive qui, con cui io vivo qui.
Come capita di dimenticarsi che hai la pelle di un altro colore, con tutta la semantica socio-culturale che si porta dietro per retaggio storico. Succede se stai con loro e ti mescoli invece di camminare per la strada, camminando per strada è impossibile dimenticarsene. Me ne sono scordata ad un certo punto, è successo quando sono stata giorni solo con angolani nel cuore del Paese e, al ritorno, mi hanno presentato le loro famiglie, io lì mi sono illusa di farne parte davvero.
Sempre sul mio marciapiede aspetto un collega angolano, in ritardo come sempre. Ora so godermi questo tempo come un regalo, prima non mi capacitavo del ritardo cronico, poi, forse, ho capito: la differente percezione del tempo tra quello imposto, dell’orologio, e quello assecondato di una vita regolata, ancestralmente, a ritmo di natura. L’ho capito osservando come scandiscono le loro giornate: non dai pasti, come le nostre, ma sono rigorosi sul “buongiorno” e il “buon pomeriggio”, le giornate sono scandite dalla naturalità della luce del giorno.
Continuo ad incontrare me incontrando l’altro e viceversa.
Prima di incontrare l’Angola ho incontrato l’Altro: un altro continente, l’Africa, poi un’altra Africa, quella nera, subsahriana, poi un altro Paese, l’Angola, poi me, un’altra me.
Ho i capelli più crespi, arricciati, e la mente più aperta per questo sono nel posto giusto, qui, su questo marciapiede a Luanda, a fare la cosa giusta per me. Per questo ho deciso di fare il servizio civile universale, per guardare il mondo da un altro punto di vista, per mettere in prospettiva ciò che conoscevo, la cultura in cui sono cresciuta, e vedere in quale altro modo potesse essere narrato.
Solo chi si è perso in modo infinito per ritrovarsi infinitamente altro da se stesso può comprendere quanto sia tutto quello che conta davvero: perdersi così, per potersi conoscere cosà. Nell’altro, attraverso l’altro.
Sono in Africa, in Angola, sto facendo il servizio civile e mi chiamo Giulia.”
